È una vergogna che ci siano voluti 30.000 morti palestinesi, ma alcuni segnali indicano che i leader europei stanno pensando a ciò che fino a poco tempo fa sembrava impensabile: mettere Israele di fronte alle proprie responsabilità.

Tra un paio di settimane, la crisi a Gaza entrerà nel suo quinto mese. In questa fase della brutale aggressione israeliana, è opportuno chiedersi se l'Unione Europea e altri attori importanti stiano passando attraverso un cambiamento della loro posizione sul conflitto.

 

Il primo indizio che qualcosa possa essere sul punto di cambiare è giunto da un documento informale, per lo più passato sotto silenzio, presentato nel corso di negoziati a porte chiuse all'interno delle istituzioni UE e che il Servizio Europeo per l'Azione Esterna (SEAE) ha distribuito agli stati membri lo scorso gennaio. Il documento punta a delineare iniziative concrete per riavviare il processo di pace in Medio Oriente.

Il documento appare puramente politico e non ha come obiettivo quello di affrontare l'attacco del 7 ottobre 2023 e ciò che ne è seguito - Israele che ha scatenato una guerra genocida a Gaza - ma piuttosto le cause profonde del conflitto e l'occupazione israeliana dei territori palestinesi dal 1967.

Inoltre, esso riconosce la tragica realtà delle violenze quotidiane commesse da Israele contro il popolo palestinese, a Gaza, nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, che si protraggono da decenni e quindi da ben prima del 7 ottobre 2023. Violenze che, negli ultimi quattro mesi dell'offensiva israeliana a Gaza, sono state in gran parte taciute, soprattutto quelle avvenute in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Il fatto che un documento del genere possa essere prodotto all'interno di una commissione guidata da Ursula von der Leyen è di per sé un miracolo. Nel corso degli ultimi quattro mesi e, con la guerra di Israele a Gaza che sta per entrare nel suo quinto mese, la presidente della Commissione europea è infatti sembrata un disco rotto, ripetendo il mantra che “Israele ha il diritto di difendersi”.

Per contro, non è stata in grado di pronunciare una sola parola di empatia per l'uccisione di migliaia di civili palestinesi, principalmente donne e bambini. Solo in alcune circostanze ha rilasciato dichiarazioni meccaniche e insincere, chiedendo una “rappresaglia proporzionata”, ma mai ha pronunciato la parola "cessate il fuoco". La Von del Leyen è comunque in buona compagnia, con le principali potenze dell'UE – Germania, Francia e Italia, per non parlare di Stati Uniti e Regno Unito –  che hanno tenuto lo stesso atteggiamento.

La parte più interessante del documento informale citato all’inizio è il paragrafo 11, che afferma: "Una volta completato, il piano di pace dovrebbe essere presentato alle parti in conflitto. Spetterà a loro negoziare il testo finale. Per favorire tali negoziati, gli stati coinvolti e le organizzazioni internazionali dovrebbero stabilire in questa fase le conseguenze che intendono imporre in caso di adesione o non-adesione al piano di pace."

Questo paragrafo afferma alcuni principi importanti.

Il primo è che questo piano di pace dovrebbe essere sottoposto alla supervisione di un gruppo di stati e organizzazioni internazionali e non lasciato soltanto nelle mani degli Stati Uniti.

Ciò ha senso perché un processo di pace gestito solo dagli Stati Uniti non è garanzia di un processo equo, poiché il governo di Washington, agli occhi della maggioranza degli arabi, non è un mediatore onesto. E non lo è mai stato. Un processo gestito da un gruppo di contatto o da altre nazioni e organizzazioni internazionali è in grado di offrire maggiori garanzie.

Questo fattore rappresenterebbe una deviazione radicale dalla pratica consueta degli ultimi decenni, dove il processo di pace era appunto nelle mani degli Stati Uniti, con Israele che in esclusiva elaborava idee e le presentava a Washington. Gli Stati Uniti le facevano poi confluire in una proposta di pace da sottoporre ai palestinesi sotto forma di piano americano, assicurando a questi ultimi che non era stato precedentemente concordato con Israele.

Ogni qualvolta i palestinesi - perfettamente consapevoli del gioco Israele-Stati Uniti - obiettavano, le amministrazioni statunitensi li accusavano di avere sciupato l'opportunità offerta.

Il documento informale del SEAE vuole essenzialmente ricreare un gruppo di contatto come il “Quartetto” (Stati Uniti, ONU, UE e Russia), che nei primi anni 2000 aveva redatto la cosiddetta “road map”, che sfortunatamente non ottenne alcun risultato. Va ricordato, a questo proposito, che il governo israeliano aveva posto 15 obiezioni alla “road map”, con l’evidente intenzione di svuotarla di qualsiasi significato, senza subire nessuna conseguenza da Washington e dagli altri membri del “Quartetto”.

Ora, al contrario, l'elemento più importante del paragrafo 11 è l’esplicita possibilità di imporre conseguenze a una o a entrambe le parti se non dovessero impegnarsi nel piano di pace. Tutto questo implica che, per la prima volta, il SEAE sarebbe pronta a considerare conseguenze - punizioni? sanzioni? – nei confronti di Israele se si rifiutasse di considerare o discutere le proposte.

L'UE non ha d’altra parte avuto problemi in passato a sanzionare i palestinesi, ma non ha mai invece contemplato questa opzione per Israele. Perciò, è legittimo chiedersi se stiamo forse assistendo all'inizio della fine dell'impunità decennale di cui Israele ha goduto.

Inoltre, nelle ultime settimane, l'alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri, Josep Borrell, ha preso l'iniziativa coraggiosa di denunciare le dichiarazioni rilasciate in passato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva rivendicato l'importanza di finanziare Hamas per dividere ulteriormente il movimento nazionale palestinese e indebolire l'Autorità Nazionale Palestinese come partner negoziale. Più recentemente, Borrell ha anche chiesto agli Stati Uniti di fornire "meno armi" a Israele.

Un altro indizio che qualcosa sta forse cambiando è giunto il 30 gennaio scorso, quando il Ministro degli Esteri britannico David Cameron ha dichiarato che il Regno Unito intende considerare il riconoscimento formale di uno stato palestinese.

L’ex primo ministro ha definito questa iniziativa come la ratifica di un "progresso irreversibile" verso una soluzione a due Stati. Tale spiegazione implica che Londra possa essere pronta a riconoscere uno stato palestinese prima ancora che la soluzione dei due Stati venga perfezionata. Non è noto se la dichiarazione di Cameron sia stata concordata precedentemente con la Casa Bianca, ma sarebbe confortante credere che lo sia.

Lunedì scorso, infine, 26 dei 27 Stati membri dell'UE - l'Ungheria ha rifiutato di unirsi - hanno chiesto una tregua umanitaria nella striscia e a Israele di non procedere con la pianificata aggressione militare a Rafah, al confine tra Gaza e l'Egitto. L'Ungheria, da parte sua, ha anche bloccato le sanzioni dell'UE contro i coloni israeliani violenti.

Sembra quindi che qualcosa stia cambiando. Che siano stati necessari 30.000 civili palestinesi uccisi affinché l'Europa riesaminasse la propria posizione è niente meno che vergognoso, ma c’è da sperare che l'UE stia ora prendendo la giusta direzione.

Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno preparando una propria risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell'ONU su Gaza. Nel testo, la parola "cessate il fuoco" viene utilizzata per la prima volta dalla diplomazia americana, anche se con importanti riserve, mentre si afferma in aggiunta che l'offensiva a Rafah debba essere cancellata.

Tuttavia, per non lasciare nulla di intentato nella difesa di Israele all'ONU, martedì gli Stati Uniti hanno posto il loro terzo veto su una risoluzione proposta dall'Algeria e che chiedeva un cessate il fuoco nella striscia. Gli USA hanno insomma speso tante belle parole di recente, ma ciò che conta sono alla fine le loro azioni e queste ultime parlano da sole.

Presi singolarmente, tutti gli elementi descritti potrebbero non significare molto. Ma, nel loro insieme, contribuiscono a creare la netta sensazione che il vento stia cambiando o che, quanto meno, Israele stia iniziando a perdere la battaglia per il controllo sulla rappresentazione dei fatti nella striscia di Gaza.

 

Fonte: Middle East Eye

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