Come si diceva un tempo i nodi vengono al pettine. E il nodo sono gli opposti interessi tra gli Usa, i partner della Nato e dentro la stessa Alleanza. Ma questa situazione la dobbiamo anche a Londra e Parigi che hanno sostenuto i piani americani in Medio Oriente per favorire Arabia saudita e Israele e distrutto nel 2011 la Libia, la nostra pompa di benzina.

 

Non è un caso che il regno wahabita sia il più importante acquirente di armi americane e francesi, i due maggiori esportatori bellici del mondo: a Bruxelles Trump, per ragioni di equità, avrebbe dovuto chiedere non alla Germania ma ai francesi un aumento delle spese per la Nato perché al momento sono loro, e gli inglesi, che ci guadagnano di più a stare nell’Alleanza.

 

 

I nodi vengono al pettine perché l’Europa (con Russia e Cina) dovrà affrontare tra poco la questione delle sanzioni all’Iran sul petrolio e i commerci con la Repubblica islamica. A Trump stanno a cuore due questioni: portare a casa l’accordo con la Corea di Kim (e qui gli serve un mano da Russia e Cina) e mettere in un angolo l’Iran come chiedono insistentemente Israele - il Paese più influente a Washington - e i sauditi.


All’Italia questo scherzetto americano con l’Iran potrebbe costare 27 miliardi di euro di commesse e un export di 1,7 miliardi l’anno. Altro che aumento delle spese per la Nato: qui ci possiamo permettere ben poco, per questo l’Italia deve attrezzarsi creando magari un’istituzione in euro ad hoc per aggirare le sanzioni Usa che da novembre congeleranno i pagamenti con Teheran. Vedremo se anche questa volta piegheremo come al solito la testa davanti a Usa e Israele.

 

Nella partita rientra la strategia del gas: l’Iran con il mega giacimento di South Pars a regime potrebbe fornire all’Europa gran parte del suo consumo annuale (500 miliardi di metri cubi). Questo è un argomento che infastidisce tutti perché è politicamente e moralmente imbarazzante: sotto la minaccia dell’atomica di Pyongyang si sdogana la Corea del Nord ma si esclude l’Iran che ha firmato un accordo sul nucleare nel 2015. Un messaggio devastante che irride la legalità internazionale.

 

La guerra di Siria voluta nel 2011 dalla signora Clinton con i suoi alleati turchi e arabi e appoggiata da Francia e Gran Bretagna era diretta tra l’altro a bloccare i progetti di pipeline iraniane sulle sponde del Mediterraneo. Ora l’Iran, secondo Paese al mondo dopo la Russia per riserve di gas, è stato regalato alla Cina che tra l’altro ha acquistato le quote dei giacimenti della francese Total nella repubblica islamica. Se l’Europa perde peso nel mondo lo deve anche alla sua insipienza.

 

L’Europa ha molti fornitori che possono concorrere a diminuire la quota di import di gas dalla Russia - diversificare i fornitori è la prima regola dei Paesi consumatori - ma gli Usa e gli stessi europei hanno fatto di tutto per distruggere questa possibilità.

 

La guerra in Siria era diretta a fermare l’Iran, una guerra per procura contro il nemico di Israele, mentre quella in Libia voluta dalla Francia ha drasticamente ridotto la chance del gasdotto Greenstream con l’Italia: oggi il gas libico viene consumato quasi tutto all’interno. Questi disastri nel Mediterraneo sono stati combinati non dalla signora Merkel ma da Obama, Sarkozy e Cameron.

 

Ora Trump vorrebbe che la Germania rinunciasse a realizzare il raddoppio del Nord Stream 2 anche in vista delle scadenze dei contratti con l’Ucraina per il gas russo. In sintesi Washington vuole imporre sanzioni a Mosca attraverso Berlino (aspettiamo notizie da Salvini che dopo aver battuto la grancassa oggi non dice nulla). Una partita spinosa che tende a separare il destino dell’Europa occidentale da quella orientale: i polacchi dal 2022 prenderanno il gas liquido degli americani. Un affarone visto che viene da 10mila chilometri ma che gli Usa venderanno con lo sconto pur di coccolare Varsavia.

 

Gli Usa favoriscono il Southern Gas Corridor in Azerbaijan e Turchia, per portare il gas del Caspio in Europa e in Puglia entro il 2020. In parte per l’Italia, che ha già dovuto rinunciare al South Stream con Mosca (2 miliardi di commesse Saipem), è una buona notizia ma la portata di questa pipeline è di 10 miliardi di metri cubi l’anno, assai inferiore alle forniture di Russia, Iran, Libia, della stessa Algeria o in futuro dell’Egitto (Eni-Zhor) e delle contese piattaforme continentali di Cipro, Libano e Israele, Gaza.

 

Con la Libia e l’Algeria abbiamo due gasdotti e le pompe di energia sotto casa, con evidenti benefici nell’interscambio bilaterale, ma dovremmo andare a prenderlo in Caucaso per fare un favore agli Usa: avrebbe un senso se Washington ci sistemasse la Libia, la pompa sotto casa, ma sappiamo che non è così.

 

Ma c’è di più. Si profila un nuovo scontro americano con Erdogan. Negli accordi tra Ankara e Mosca c’è la ripresa del gasdotto Turkish Stream che fa parte dell’intesa per sistemare la Siria nel Nord e mantenere al potere Assad. Cosa farà adesso Erdogan con gli Usa è un altro interrogativo interessante perché la partita siriana è complessa: Putin non può mollare l’alleato Iran sui due piedi, gli Stati Uniti e Israele ne chiedono il ritiro dalla Siria e lo strangolamento economico.

 

Lo slogan America First, dove rientrano interessi commerciali, energetici, militari, dazi e sanzioni, è una portata indigesta frullata da Trump in un miscelatore che tra breve servirà una maionese impazzita: e al tavolo, soprattutto al nostro, si pagherà un conto salato.

 

Fonte: il Manifesto

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