I recenti successi militari dell’esercito di Assad nel sud della Siria hanno spianato la strada alla concentrazione di forze nella provincia nord-occidentale di Idlib, dove sembra essere sempre più probabile un’offensiva contro le rimanenti formazioni armate dell’opposizione fondamentalista e filo-occidentale. La prospettiva del ritorno anche di quest’area del paese mediorientale sotto il controllo di Damasco ha parallelamente mobilitato gli stessi gruppi anti-Assad e i paesi occidentali, ben decisi a ostacolare l’avanzata delle forze governative appoggiate da Russia e Iran.

 

Dai commenti di vari esponenti dei governi in Occidente e dalle manovre militari in atto, sono in molti a intravedere i preparativi per una possibile aggressione contro Damasco. Un’iniziativa bellica che avrebbe luogo a tutti gli effetti a favore delle organizzazioni integraliste che controllano circa il 70% del territorio del governatorato di Idlib.

 

Una di queste formazioni, anzi la principale, è la filiale di al-Qaeda in Siria, già denominata Fronte al-Nusra e da qualche tempo ribattezzata Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Quest’ultima controlla buona parte dell’area di Idlib in collaborazione con altre fazioni jihadiste, mentre altri gruppi ancora sono protagonisti di scontri fratricidi che stanno favorendo la preparazione dell’offensiva governativa.

 

L’esercito siriano avrebbe comunque già operato alcuni bombardamenti preparatori nella regione e al confine meridionale di Idlib si sono registrati movimenti importanti di truppe governative. La battaglia di Idlib minaccia di essere la più cruenta del lungo conflitto siriano e più di un osservatore ritiene probabile che un’eventuale vittoria di Damasco potrebbe segnare l’inizio della fine della guerra stessa.

 

Dopo oltre sette anni di scontri e di investimenti enormi sull’opposizione armata da parte dell’Occidente e di molti regimi arabi, così come della Turchia, l’ipotesi di una vittoria decisiva sul campo del regime di Assad è vista con orrore dai rivali di quest’ultimo, nonostante ciò comporterebbe in larga misura la sconfitta del terrorismo in Siria.

 

A dare un segnale chiarissimo della disponibilità occidentale a intervenire in aiuto dei gruppi fondamentalisti, inclusa la succursale siriana di al-Qaeda, sono stati esponenti dei governi di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Tutti hanno avvertito Assad che le loro forze armate sono pronte a colpire se saranno usate armi chimiche contro i civili a Idlib.

 

Visti i precedenti, è più che evidente che le minacce rappresentano un messaggio inequivocabile mandato all’opposizione armata per incoraggiare un finto attacco con armi chimiche, la cui responsabilità andrebbe nuovamente attribuita in maniera sommaria ad Assad, così da giustificare un intervento militare contro Damasco.

Ciò è già accaduto più volte in questi anni e l’ultima volta nel mese di aprile, quando il presidente americano Trump autorizzò il lancio di missili contro postazioni militari e governative in Siria ufficialmente in risposta a un attacco con armi chimiche nella località di Douma, vicino a Damasco. Quel blitz era stato deciso malgrado non esistessero prove della responsabilità di Assad e, anzi, lo stesso uso di sostanze chimiche era subito apparso fortemente in dubbio.

 

Il consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca (ed ex ambasciatore americano all’ONU), John Bolton, ha formulato la nuova minaccia contro Damasco nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme qualche giorno fa dove ha significativamente collegato le politiche siriane del suo paese alla guerra economica e diplomatica in atto contro l’Iran.

 

Bolton ha ricordato come gli USA intendano rovesciare il regime di Assad in Siria anche e soprattutto per cancellare la presenza della Repubblica Islamica in questo paese, nel quadro di una competizione per l’egemonia sul Medio Oriente tra le forze filo-americane e quelle della “resistenza” sull’asse Beirut (Hezbollah)-Damasco-Teheran.

 

L’innalzamento dei toni da parte degli Stati Uniti sulla Siria e sull’Iran coincide anche con un ulteriore rafforzamento dei rapporti e della collaborazione tra questi due paesi. Lunedì, Damasco e Teheran hanno sottoscritto un accordo di difesa che suggella la prosecuzione della presenza iraniana in Siria. Il governo iraniano ha poi espresso l’auspicio di poter svolgere un “ruolo produttivo” nel processo di ricostruzione post-bellica della Siria.

 

La risposta degli Stati Uniti e dei loro alleati a queste dinamiche resta esclusivamente il ricorso all’opzione militare. Il portavoce del ministero della Difesa russo, generale Igor Konsashenkov, ha affermato questa settimana che Washington ha portato un’altra nave da guerra, armata di missili “cruise”, nel Golfo Persico e un bombardiere B-1B nella base americana di Al-Udeid, in Qatar in preparazione di un possibile attacco.

 

Lo stesso Konsashenkov e altre fonti mediorientali hanno anche avvertito che gli uomini di Hayat Tahrir al-Sham, cioè la filiale di al-Qaeda in Siria, avrebbero trasportato nella città di Jisr ash-Shugur, nella provincia di Idlib, importanti quantità di cloro per mettere in scena un attacco chimico da attribuire al regime di Assad.

 

In questo stesso quadro si inseriscono anche le dichiarazioni di martedì del presidente Trump e della cancelliera tedesca Merkel, diffuse dopo una conversazione telefonica. Entrambi i leader hanno invocato uno “sforzo internazionale” per prevenire una crisi umanitaria a Idlib. Singolarmente, nessun appello di questo genere viene fatto invece dall’Occidente per fermare la strage di civili in Yemen per mano dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, con l’assistenza di Washington.

 

Un altro evento a cui gli USA e i loro alleati guardano in relazione alla Siria è l’incontro del 7 e dell’8 settembre prossimi nella città iraniana di Tabriz tra i presidenti di Russia, Iran e Turchia. Il vertice dovrebbe appunto decidere i tempi dell’offensiva di Idlib. Soprattutto, Mosca e Teheran dovranno superare le resistenze di Erdogan, contrario all’operazione in primo luogo per il numero di rifugiati che si riverseranno sulla Turchia.

 

Ankara teme inoltre che, dopo il ritorno di Idlib sotto il controllo di Damasco, le mire di Putin e Assad potrebbero spostarsi sul territorio siriano settentrionale occupato dalle forze turche. Secondo gli accordi trilaterali tra Turchia, Russia e Iran, Erdogan avrebbe dovuto d’altronde garantire la separazione tra i guerriglieri fondamentalisti e quelli “moderati” a Idlib.

 

Questo compito non è però mai stato portato a termine, tanto che ora il Cremlino avrebbe dettato una sorta di ultimatum allo stesso Erdogan, chiedendogli di cooperare nell’imminente offensiva oppure di sgomberare i suoi uomini dai 12 punti di osservazione che nella stessa provincia nord-occidentale fungono da cuscinetto tra il regime e i “ribelli”.

 

La Turchia sembra avere ormai abbandonato le velleità di rovesciare Assad, ma intende comunque perseguire almeno un paio di obiettivi: impedire la formazione di una regione autonoma curda oltre i propri confini meridionali e ottenere il massimo possibile da un eventuale piano di pace che metta fine al conflitto siriano.

 

Se la situazione sul campo appare ormai segnata, i prossimi sviluppi della guerra saranno tuttavia influenzati dalle manovre degli Stati Uniti. A Washington e all’interno dell’amministrazione Trump persistono forti divisioni sul coinvolgimento nel conflitto, ma sempre più sembra prevalere la posizione dei “falchi”, come il consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton.

 

La promessa di Trump di ritirare i soldati USA presenti illegalmente in Siria deve fare i conti anche con una situazione interna complicata, visto che nelle ultime settimane la posizione del presidente nell’ambito del “Russiagate” si è fatta più precaria. Una nuova avventura bellica all’estero potrebbe perciò allentare le pressioni sull’amministrazione, tanto più che i rivali di Trump chiedono da tempo un impegno maggiore in Siria in chiave anti-russa.

 

Quel che appare scontato è in ogni caso il tentativo, in un modo o nell’altro, da parte degli Stati Uniti di impedire o, quanto meno, ostacolare un esito del conflitto siriano nel quale non sia Washington a dettarne i termini secondo i propri interessi strategici.

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