Per fortuna, Rousseau non riserva mai grandi sorprese. Dei 117mila iscritti alla piattaforma del Movimento 5 Stelle hanno votato in quasi 80mila e il risultato è stato schiacciante: il 79,3% ha detto Sì a un governo Conte2 con il Partito Democratico. Tutto è stato tranne che un esercizio di democrazia diretta. Il numero di persone ammesse alla consultazione era risibile non solo rispetto al corpo elettorale italiano, ma anche alla fetta di popolazione che un anno e mezzo fa ha chiesto di essere rappresentata in Parlamento dai pentastellati (quasi 11 milioni di persone). E poi Rousseau non è affatto un’agorà pubblica, ma uno strumento gestito da una società privata - la Casaleggio Associati - che veste comodamente i panni del controllato e del controllore. Il ruolo affidato a questa piattaforma è perciò un’aberrazione istituzionale e politica.

Tuttavia, visti i pericoli a cui è esposto il Paese, oggi quello che conta è il risultato. E cioè che Giuseppe Conte potrà recarsi già questa mattina al Quirinale per sciogliere la riserva e dare vita a un nuovo esecutivo.

La conseguenza più importante per l’Italia è il tramonto delle ambizioni di Matteo Salvini. Il leader della Lega esce malconcio dalla crisi che lui stesso ha aperto, commettendo l’errore più grave della sua carriera. In pieno delirio di onnipotenza causato dai sondaggi, il numero uno della Lega ha creduto di poter forzare il ritorno alle urne, dimenticando che siamo una democrazia parlamentare e che al momento nelle Camere il suo partito è solo il terzo più rappresentato.

In modo più che patetico, Salvini su Twitter si dice “orgoglioso di aver smascherato il progetto Conte-Renzi teleguidato dall’Europa”. Insomma, avrebbe fatto cadere il suo governo per smascherare un complotto internazionale il cui scopo era far cadere il suo governo. Sembra una barzelletta.  

La verità è che il segretario leghista non si aspettava il tuffo carpiato di Matteo Renzi, che subito dopo l’apertura della crisi ha lanciato l’idea di un governo Pd-M5S, ribaltando la strategia dei popcorn inaugurata poco più di un anno fa. Con questa svolta, l’ex Presidente del Consiglio non solo ha scaricato la pistola in mano a Salvini, relegandolo all’opposizione, ma ha anche ripreso in mano le redini del suo partito (sempre che le avesse mai cedute). Il segretario dem, Nicola Zingaretti, avrebbe preferito le elezioni per sbarazzarsi degli attuali gruppi parlamentari del Pd - renziani al 100 per cento - e piazzare sulle stesse poltrone i suoi uomini. Poi però la pressione del partito e dei suoi numi tutelari - da Prodi a Veltroni - insieme a quella delle cancellerie europee lo ha costretto a cambiare idea. Sbarrare la strada a Salvini era troppo importante, un obiettivo da raggiungere a qualunque costo.

Quanto al Movimento 5 Stelle, il voto su Rousseau segna la sconfitta di Luigi Di Maio e il trionfo di Conte. Il capo politico pentastellato esce dalla crisi fortemente ridimensionato: perde la carica di vicepremier (Dario Franceschini è stato abile a levargli l’alibi di questa rivendicazione, rinunciando per primo alla nomina) e viene declassato come ministro (dal super-dicastero Lavoro+Sviluppo economico passerà probabilmente alla Difesa).

Per settimane il 33enne di Pomigliano ha cercato una scusa per ricucire con la Lega, sedotto dall’offerta di Salvini, che, disperato, era pronto a concedergli la Presidenza del Consiglio. Alla fine però Di Maio si è arreso: i parlamentari grillini erano al 90% per il cambio di alleanza, così come la base elettorale del Movimento. Non c’era modo di tornare indietro, verso destra.

Il numero uno pentastellato deve quindi ingoiare lo spostamento a sinistra del M5S, che rafforza la corrente capeggiata da Roberto Fico e soprattutto certifica l’ascesa di Conte. Il Premier cerca di accreditarsi come arbitro super partes, probabilmente perché nutre ambizioni quirinalizie, ma di fatto oggi la maggioranza dei grillini vede in lui il suo nuovo leader.

A questo punto, l’attenzione si sposta su quello che il nuovo governo è chiamato a fare. Innanzitutto, c’è da affrontare una sessione di Bilancio tutt’altro che semplice, anche se la soluzione sarà facilitata dalla benevolenza di Bruxelles, entusiasta per l’uscita di scena di Salvini.

In effetti, stavolta l’Italia ha davvero schivato una pallottola: un governo a trazione leghista avrebbe portato allo sfascio l’economia italiana (aumento dell’Iva, taglio delle tasse ai ricchi, deficit selvaggio), isolando definitivamente il nostro Paese a livello internazionale (a perorare la causa di Salvini è rimasto solo Orban) ed esasperando la retorica dell’odio che ha portato a oscenità incostituzionali come i decreti sicurezza.

La prospettiva peggiore è quindi scongiurata. Ma quella migliore rimane da costruire.

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