C’è qualcosa di penoso nel modo in cui molti governatori si stanno comportando. Finché la situazione sanitaria sembrava sotto controllo, i numeri uno delle Regioni non facevano che reclamare autonomia. Piagnucolavano contro il centralismo del governo, rivendicando la libertà di riaprire tutto – a cominciare dagli stadi – e di spendere secondo il proprio arbitrio i soldi che arriveranno per la ricostruzione post-Covid. “Dateci autonomia, decidiamo noi cosa riaprire”, diceva l’8 maggio il ligure Giovanni Toti. “Con più autonomia, avremmo affrontato meglio l’emergenza”, aggiungeva il lombardo Attilio Fontana il 29 giugno.

 

Poi, all’improvviso, la musica è cambiata e i governatori si sono prodotti nella più grottesca delle piroette. Non appena i dati sanitari hanno iniziato a peggiorare, gli alfieri del decentramento si sono fulmineamente riscoperti cheerleader di papà Stato centrale. Il motivo è chiaro: quando c’è da prendere decisioni impopolari, difficili, che faranno arrabbiare elettori e lobby, lo scaricabarile diventa un riflesso pavloviano.

Lo stesso ha fatto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che – preoccupato dal calo della sua popolarità e dalle macchinazioni di chi lo vorrebbe impallinare – per settimane ha rifiutato di avallare restrizioni serie e nazionali, nella speranza che fossero i governatori a sobbarcarsi il fardello.

Il gioco dei rimpalli è andato avanti finché i numeri della pandemia sono arrivati a livelli record, superando addirittura quelli della scorsa primavera. A quel punto il Governo, costretto ad agire con maggiore decisione, ha partorito il Dpcm che sfuma l’Italia in tre nuance dal giallo al rosso, passando per l’arancione.

E allora i presidenti di Regione cosa hanno fatto? Invece di ringraziare il governo per le misure stringenti da loro stessi invocate, hanno ricominciato a lamentarsi, ma per ragioni opposte rispetto a quelle per le quali si lagnavano fino al giorno prima. Lo Stato centrale, tornato fulmineamente despota strangolatore, è stato così accusato di uccidere l’economia con i suoi lockdown immotivati.

Ricapitolando, in poco più di un mese i governatori hanno eseguito ben tre capriole: prima hanno chiesto allo Stato di aprire tutto; poi hanno implorato lo Stato di chiudere tutto; infine hanno attaccato lo Stato perché li ha accontentati.

Ce ne sarebbe già abbastanza per consegnare questi amministratori alla perpetua ignominia, ma non è finita. Negli ultimi giorni, alcuni governatori di centrodestra – verosimilmente sotto la regia nazionale di Matteo Salvini – hanno insinuato che lo Stato abbia scelto le Regioni da mettere in zona rossa sulla base di criteri politici, per danneggiare l’opposizione. L’accusa è grave e ridicola al tempo stesso, visto che le Regioni in zona gialla governate dal centrodestra sono ben nove (Umbria, Marche, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Abruzzo, Sardegna, Molise e Basilicata).

A tutto questo si aggiunge l’apertura di alcune inchieste da parte della magistratura sui numeri sanitari comunicati allo Stato da alcune Regioni (in questo caso non solo quelle del centrodestra). È evidente che molti dati sono stati trasmessi in ritardo e male, ma ora il sospetto è che ci sia stato del dolo. Quelle tabelle così poco attendibili potrebbero essere state alterate di proposito per ottenere una classificazione di rischio meno penalizzante: giallo invece di arancione o arancione invece di rosso.

Se un’accusa del genere fosse provata saremmo di fronte a un fatto di una gravità senza precedenti. Roba da far impallidire la valanga di mazzette che circolano nelle Regioni da una ventina d’anni: da quando, cioè, giunte e consigli regionali sono liberi di massacrare la sanità come vogliono, aggiungendo il carico della loro gestione corrotta ai tagli di spesa operati dallo Stato centrale.

Ma non facciamoci illusioni. Due decenni di scandali giudiziari non sono bastati a farci capire che le Regioni sono istituzioni malate, da ripensare completamente. Ora la pandemia ci sta sventolando questa verità sotto al naso nel modo più eclatante, eppure c’è da scommettere che nessuno avrà il coraggio di toccare la Costituzione per curare questo cancro. Sui soldi della sanità regionale mangiano in troppi.

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