C’è una fissazione ricorrente nella politica italiana che ormai sa di muffa: creare un polo riformista che nasce dal centrosinistra, si colloca al centro e guarda senza ritegno a destra. Ci ha provato Monti dieci anni fa con risultati risibili. Ci riprova oggi Renzi, con più cipiglio e ancora meno possibilità di riuscita. Ma non è un problema: l’aderenza alla realtà non è mai stata una virtù dei riformisti all’italiana. Tantomeno di Renzi, che in questi giorni - celebrando il rituale onanistico della Leopolda - dimostra al Paese come il narcisismo, alimentato all’estremo, sfoci nella più grottesca mitomania.

 

Il progetto è chiaro: aprire un cantiere con Forza Italia e imbarcare a poco a poco tutto il pulviscolo di centro, da Azione di Calenda a Coraggio Italia di Toti, passando per gli amabili resti di Più Europa. Tutto per creare un’alleanza di liberisti perbene, che sappia stare a tavola meglio dei sovranisti e persegua l’interesse dei ricchi in modo rispettabile, senza confondersi con la marmaglia squadrista, populista, razzista e omofoba.

È proprio per igiene che le parole “destra” e “centrodestra” vengono escluse dal vocabolario: a questa gente, che vive di autocelebrazioni e autodefinizioni, piace parlare di sé usando l’aggettivo “macroniano”. Come se l’ex banchiere che siede all’Eliseo non fosse di destra.

Tuttavia, a guardare i nomi coinvolti nell’operazione, il riferimento a Emmanuel Macron suona un tantino ambizioso. La prima pietra del nuovo cantiere renziano sarebbe Davide Faraone, che dal palco della Leopolda ha ricevuto l’investitura a candidato sindaco di Palermo. Sarebbe questa la “sorpresa” annunciata alla vigilia della kermesse dal senatore di Rignano: un suo fedelissimo - attuale capogruppo di Italia Viva al Senato - in corsa per la più importante elezione amministrativa del 2022. Ed è intorno a questa figura politica di assoluto rilievo e carisma che dovrebbe iniziare a coagularsi il nuovo polo.

Le fondamenta del progetto sono ovviamente nell’alleanza tra Iv e Forza Italia, che hanno già due gruppi federati nell’Assemblea regionale siciliana. L’intesa sarebbe stata raggiunta a metà ottobre, con una cena a Firenze tra Renzi e il coordinatore di Fi in Sicilia, Gianfranco Micciché. Durante l’incontro, stando a quanto rivelato dal forzista, si è parlato principalmente del sogno quirinalizio di Silvio Berlusconi (che Renzi ovviamente sostiene, o finge di sostenere), ma è facile immaginare che i due statisti abbiano dedicato qualche minuto anche al dossier Palermo.

Fare pronostici ora su un’elezione così lontana è impossibile, ma il povero Farone farebbe meglio a rileggere il cv di chi lo candida. Dopo le europee del 2014 - quando ancora non aveva combinato nulla, se non infilare 80 euro nelle tasche di alcuni lavoratori dipendenti - Renzi ha perso rovinosamente tutti gli appuntamenti elettorali in cui si è presentato o ha presentato qualcuno, a cominciare dal referendum costituzionale del 2016 (quello del “se perdo lascio la politica”). Quando ha creato Italia Viva farneticava di raggiungere il 10%, salvo poi non arrivare nemmeno al tre. Adesso, tronfio nel suo nanismo, è convinto che sarà il nuovo polo di centro a raggiungere il 10%, e c’è da scommettere che anche questa si rivelerà una sciocchezza. Del resto, da oltre dieci anni gli italiani continuano a ripetere lo stesso messaggio: che il polo di centro non interessa a nessuno.

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