Nell’operazione in atto da diversi anni della riscrittura della storia a scopo politico, nella parte che concerne la rivalutazione del fascismo, operata passando attraverso la criminalizzazione della lotta partigiana, un ruolo di rilievo è ricoperto dalla propaganda costruita intorno alle inchieste per i cosiddetti “crimini delle foibe”. Il 10 febbraio, il Giorno del Ricordo, si avvicina e puntualmente ogni anno la macchina della propaganda revisionista e rovescista, viene abilitata e l’attuale monopolizzazione della Rai da parte del governo Meloni non aiuta di certo.

 

Quest’anno verrà trasmesso La Rosa dell’Istria, il tv movie liberamente ispirato al romanzo “Chi ha paura dell’uomo nero?” di Graziella Fiorentin, edizioni Mursia. Si tratta di una coproduzione Rai Fiction – Publispei – Venice Film, prodotto Verdiana Bixio, Alessandro Centenaro e Maximiliano Hernando Bruno, per la regia di Tiziana Aristarco (Mina Settembre, Un Medico in Famiglia). Il film è ambientato nel 1943 e narra la tragedia degli esuli italiani dai territori dell’Istria e della Dalmazia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. La data di messa in onda scelta ricade nella settimana in cui si celebra il Giorno del Ricordo.

La trama

La protagonista è Maddalena Braico (Gracjela Kicaj) che vive l’esodo dalmata-giuliano in un contesto storico complesso che ha inizio subito dopo l’8 settembre del 1943. Dopo l’armistizio, l’esercito italiano resta senza direttive, la popolazione istriana è priva di ogni difesa, mentre il generale Tito avanza “con le mire di pulizia etnica” per ammettere il territorio istriano alla Jugoslavia e i tedeschi si riorganizzano insieme alle truppe della Repubblica sociale. La situazione diventa sempre più drammatica e Maddalena con la sua famiglia è costretta ad abbandonare per sempre la sua terra e la sua casa.

Suo padre Antonio, interpretato da Andrea Pennacchi, cerca riparo presso suo fratello, che da anni vive in una piccola cittadina del Friuli. Per raggiungerlo i Braico sono costretti ad una fuga rocambolesca in cui si perdono le tracce di Niccolò, l’adorato fratello di Maddalena, interpretato da Costantino Seghi (Eppure Cadiamo Felici).

Nella nuova scuola in Friuli Maddalena viene additata come una straniera, suo padre non riesce a trovare un lavoro, l’intera famiglia vive la triste condizione degli esuli, “sradicati dalla loro terra e dalle loro abitudini e da tutto ciò che prima era la loro vita in una patria che avrebbe dovuto accoglierli e che invece li respinge”. Maddalena, nonostante le avversità, coltiva la sua grande passione per la pittura e insieme a Leo (interpretato da Eugenio Franceschini), incontrato per caso, scoprirà il suo grande talento e riuscirà a costruire con lui il suo futuro di donna e di pittrice.

 

Il caso di Ivan Motika e la testimonianza di Graziella Fiorentin

Su questa nuova operazione di propaganda cinematografica, della quale si mostra entusiasta tale “Associazione vittime della resistenza” (gruppo di nostalgici della Flottiglia X Mas che parla di “crimini della Resistenza”), si è espresso il gruppo Diecifebbraio[1] attraverso la storica Claudia Cernigoi che ha commentato: “Anche un altro "mito" della sinistra, Andrea Pennacchi, si è prestato alla foibologia, interpretando il nuovo abominio di Maximiliano Hernando Bruno: non pago di avere massacrato l'arte cinematografica con Red Land, ora persevera con questa cosa, tratta da un libro di Graziella Fiorentin già testè nell’istruttoria di Pititto”.

L’istruttoria condotta dal pubblico ministero romano Giuseppe Pititto - Procedimento n. 904/97 RRG della Procura di Roma - ci può aiutare a capire quanto sia propaganda ciò che è contenuto in La Rosa dell’Istria. Il pm Pititto, ereditando dal collega Gianfrancesco Mantelli il fascicolo relativo al dramma delle foibe, nell’autunno del 1995 iniziò la propria indagine che ebbe una prima conclusione nel marzo 1996, quando il magistrato chiese al GIP di autorizzare l’arresto di due indagati, Ivan Motika e Oskar Piškulić, autorizzazione negata dal dottor Macchia che rilevò la mancanza di giurisdizione italiana sul territorio istriano e fiumano[2].

Ivan Motika venne indicato quale responsabile degli “infoibamenti” in Istria nel 1943, ma morì prima dell’inizio del processo. Nel mentre delle indagini, il magistrato Pititto annunciò di voler acquisire alcuni memoriali, invitando chiunque avesse ricordi precisi a farsi avanti per testimoniare. Tra queste testimonianze vi fu proprio quella della scrittrice Graziella Fiorentin[3] (nata nel 1935), figlia di un esule istriano presumibilmente vittima di “infoibatori”, che disse: “Il Motika ad una precisa domanda di mio padre sul perché doveva andare con loro rispose con la seguente frase “Ti se’ italian”.”

Nell’istruttoria, il pm Pititto non dice che Fiorentin alla fine non seguì Ivan Motika perché riuscì a scappare aiutato dai tedeschi, come appare in una nota inviata dall’avvocato Sinagra al magistrato nella quale indica una serie di possibili testimoni per questa indagine. Infatti il nome di Fiorentin non si trova tra le “vittime”, e la testimonianza della figlia viene così riassunta nel verbale della Digos sopracitato: “La nominata, che all’epoca dei fatti aveva otto anni, ha basato la sua testimonianza soprattutto su quanto le avevano raccontato i genitori nel corso degli anni. Da tali confidenze venne a conoscenza che suo padre era stato oggetto di un tentativo di sequestro da parte di alcuni partigiani jugoslavi che sarebbero stati guidati dal Matika (...) solo la fortuita presenza di un partigiano ferito consentì di ritardare l’arresto del Fiorentin e di permettere all’intera famiglia di fuggire”[4].

È chiaro quindi, come afferma Cernigoi, che anche la scrittrice non parla per propria conoscenza diretta ma si limita a riferire quanto detto da altri. Il dottor Pititto, in un articolo sul quotidiano triestino “Il Piccolo” del 24 novembre 1995, disse: “Il problema che mi trovo ora ad affrontare è tradurre un fatto storico in un fatto giudiziario”. È proprio di questo che stiamo parlando. Un’analisi di queste risultanze processuali dovrebbe porre fine alla canea che da decenni contamina la storia politica delle terre slave. Nessuna chiarificazione è stata fatta per quanto concerne le accuse rivolte ad Ivan Motika, morto con la nomea dell’“infoibatore” a causa della campagna stampa condotta sui giornali, nonostante contro di lui non ci sono mai stati elementi sufficienti per provarne la colpevolezza.

Un altro step di revisionismo anti-partigiano

Si tratta dell’ennesimo caso di revisionismo storico, volto a spacciare come storia ciò che sono solo racconti per sentito dire - divenuti solida narrazione neofascista nel periodo post-Resistenza - volti ad incriminare la Resistenza senza un’attenta analisi tra oppresso ed oppressore. Nonostante la propaganda sulla “questione foibe” parli di “migliaia di infoibati sol perché italiani”, alla fine la Magistratura è arrivata ad individuare un numero ristretto di morti che (senza voler mancare di rispetto a chi è stato ucciso), se inseriti nel giusto contesto storico e politico, finiscono col rappresentare una parte molto limitata delle vittime complessive di quell’enorme massacro che fu la Seconda Guerra Mondiale.

Inoltre, le terre dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia vennero occupate dagli italiani vent’anni prima con la fascistizzazione dei territori slavi, durante la quale l’anti-slavismo fascista si concretizzò in una vera e propria pulizia etnica che portò alla reclusione di 100.000 slavi in campi di concentramento[5]. I fatti del 1943 legati alle foibe sono episodi ascrivibile a cause di vent’anni prima, durante la colonizzazione delle terre slave e al massacro degli slavi stessi. Questa è la storia che né si può leggere parzialmente per compiacere se stessi né la si può rovesciare per interessi meramente politici e di propaganda. Come ha scritto Cernigoi nel suo dossier, “nonostante si sia più volte dimostrato che gli “infoibati” non furono migliaia, che gli uccisi furono o persone compromesse col regime fascista e collaborazionisti dei nazisti, oppure vittime di vendette personali che non possono essere imputate al movimento partigiano o all’esercito di liberazione jugoslavo, (…), la propaganda e la mistificazione continuano”. 

 

[1] https://www.diecifebbraio.info/

[2] È interessante rilevare che la sentenza finale della Cassazione confermò questa prima interpretazione di giurisprudenza, cioè la non procedibilità per incompetenza territoriale.

[3] Richiesta di Rinvio a Giudizio per Ivan Motika, Oskar Piškulić e Avjanka Margitić https://www.coordinamentoadriatico.it/wp-content/uploads/2015/03/documento4-1.pdf

[4] Claudia Cernigoi, IN DIFESA DI IVAN MOTIKA, La Redazione de “La Nuova Alabarda” presenta il dossier n. 44, 2013 https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2013/02/ivan-motika.pdf

[5] Franco Potocnik, Il campo di sterminio fascista: l’Isola di Rab, a cura dell’ANPI, Torino 1979.                                                                         Fornito gentilmente in pdf dal Gruppo Diecifebbraio:

https://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2023/10/LIBRO-RAB.pdf

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