Biden, Putin e le ombre cinesi

di Michele Paris

“Non si tratta di fiducia. Ma dei nostri interessi e della verifica di questi stessi interessi”. In questa frase pronunciata da Joe Biden dopo il faccia a faccia con Vladimir Putin è riassunto in sintesi il senso del vertice di mercoledì a Ginevra. A spiegare l’incontro, voluto dalla Casa Bianca, è in altre parole l’ipotesi di una svolta tattica da parte americana per congelare o,...
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G7 e NATO, le sfide di Biden

di Michele Paris

Lo scenario della prima visita in Europa da presidente degli Stati Uniti di Joe Biden è cambiato nella giornata di lunedì dalla spiagge della Cornovaglia alla sede della NATO di Bruxelles, ma in cima alla lista delle priorità di Washington resta il nodo della competizione con la Cina. Se il metro di paragone deve essere la precedente amministrazione Trump, apparentemente l’inquilino democratico della Casa Bianca ha ottenuto un qualche successo nel tentativo di ricompattare gli alleati occidentali attorno alla linea americana. Dietro le apparenze, persistono tuttavia profonde divisioni tra le due sponde dell’Atlantico, così come all’interno della stessa Europa, sull’approccio alla “minaccia” cinese, tanto da mettere subito...
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di Mario Braconi

Un documentaro del giornalista canadese Neil MacDonald, trasmesso dalla CBC (Canadian Broadcasting Corporation) la scorsa domenica, mette in fibrillazione il Medio Oriente: un reportage approfondito sull’omicidio dell’ex premier libanese Hariri, che fornisce elementi concreti a sostegno del coinvolgimento del braccio armato del Partito di Dio (Hezbollah) nell’attentato.

In realtà il pezzo di MacDonald non fa che aggiungere elementi alla ricostruzione più ovvia del contesto in cui maturò l’omicidio Hariri: quella tonnellata di TNT che il giorno di San Valentino del 2005 lo cancellò dalla faccia della terra (uccidendo anche altre 22 persone) indubbiamente non poteva dispiacere più di tanto alla Siria, visto che obiettivo dichiarato di Hariri è sempre stato quello di allentare la morsa di Damasco sul suo Paese, trasformatosi nel tempo in un protettorato siriano di fatto.

Se la pista siriana si dimostrasse valida e provata, non sarebbe scandaloso attribuire l’attentato al braccio armato di Hezbollah, un’organizzazione, che, con tutta la benevolenza e la cautela, non può essere certamente definita pacifista e né estranea al brodo di coltura del terrorismo islamico (specie se si pensa che i suoi principali finanziatori sono Iran e Siria).

E’ d’altra parte innegabile che le sue conclusioni risultino urticanti e potenzialmente esplosive per il fragilissimo equilibrio in cui si barcamena il Paese dei Cedri, specialmente perché esse vengono lette dai commentatori locali come un’anticipazione del verdetto del Tribunale Speciale per il Libano de L’Aja, l’organismo che è succeduto alla Commissione di Investigazione Indipendente delle Nazioni Unite sull’omicidio Hariri, assorbendone le competenze. Il pezzo di MacDonald, oltretutto, per la prima volta identifica tra i possibili sospetti niente meno che il Colonnello Wissam Hassan, ovvero l’ex capo della sicurezza del defunto Hariri ed attuale capo dell’intelligence libanese.

In effetti, è per lo meno curioso che la proprio la persona incaricata di proteggere Rafik Hariri sia miracolosamente sfuggito all’attentato che lo ha ucciso, specie se si considerano le modalità con cui tale “miracolo” si è realizzato. Sin dall’inizio, le giustificazioni fornite da Hassan alla Commissione non sono parse particolarmente solide.

La sera prima dell’attentato, racconta Hassan, lo avrebbe chiamato un professore universitario, per comunicargli che l’indomani avrebbe dovuto sostenere un esame. E infatti, risulta che Hariri lo autorizzò a prendersi la giornata successiva per dedicarsi allo studio e all’esame; così Hassan, nel pomeriggio del 14 febbraio 2005, più o meno nel momento in cui Hariri saltava in aria con la sua scorta, entrò negli edifici dell’Università, spegnendo il  telefonino.

Sfortunatamente, i tabulati telefonici acquisiti dalla polizia e poi anche dalla Commissione raccontano una storia piuttosto diversa: non solo fu lui a chiamare il professore, e non viceversa, ma a quanto pare lo fece dopo, e non prima, di aver parlato con Hariri; inoltre passò l’intera mattina del 14 al telefono effettuando ben 24 telefonate, un comportamento curioso per uno “studente” che sta per sostenere una prova; il tutto senza contare che normalmente (e comprensibilmente) in Libano gli alti ufficiali dei Servizi non fanno esami all’università. Per stessa ammissione della Commissione, “l’alibi di Hassan non è stato mai verificato in modo indipendente”.

I tabulati telefonici giocano un ruolo essenziale in questa storia: è grazie alla certosina analisi delle mappe che identificano quali telefonini sono agganciati ad una data cella che un giovane e brillante ufficiale della polizia libanese, Wissam Eid, fece progressi decisivi nell’indagine sulla morte di Hariri, che purtroppo, come vedremo, non vennero sfruttati nel modo dovuto. Eid identificò 8 cellulari che si trovavano nell’area dell’attentato il giorno in cui Hariri venne eliminato.

Si trattava di una specie di rete virtuale, gestita dagli utilizzatori con grande disciplina, al punto che le chiamate in entrata e in uscita provenivano da o raggiungevano esclusivamente numeri del gruppo: vennero chiamati i numeri “rossi” e coincidevano con le utenze presumibilmente usate dal gruppo di fuoco terrorista, visto che si trovavano sempre agganciate a celle vicine a quelle su cui era collegato Hariri e i suoi. Eid si accorse anche di un certo numero di altri telefoni costantemente agganciati sulle stesse celle su cui erano agganciati quelli della rete “rossa”: si trattava di altri telefonini che gli utenti della rete rossa impiegavano per comunicazioni dirette ad una platea di contatti più ampia (“rete blu”).

I cellulari della rete rossa sparirono dai radar delle compagnie telefoniche dopo il 14 febbraio 2005, mentre dello “smaltimento” di quelli della rete azzurra venne incaricato Abd al Majid al Ghamloush, al quale un investigatore ONU affibbiò il poco commendevole epiteto di “idiota”. Come in ogni storia di detective che si rispetti c’è di mezzo una donna: Ghamloush, infatti, sarà anche stato un idiota, ma era innamorato e forse a corto di quattrini: scoprendo che su almeno uno dei numeri “blu” c’era ancora credito, ha creduto bene di chiamare la sua fidanzata Sawan, un comportamento che ha fatto “uscire” allo scoperto il numero, fino ad un minuto primo operante solo su reti “amiche”. Tanto è bastato per consentire l’identificazione dell’improvvido “smaltitore” e a dare la stura ad una messe infinita di altre SIM, tutte in qualche modo connesse all’Ospedale del Grande Profeta a Beirut Sud, un probabile quartier generale della milizia islamica di Hezbollah.

Eid arrivò così alla cosiddetta Rete Rosa, che conteneva quattro numeri facenti capo al Governo libanese ed ufficialmente assegnati ad esponenti del Partito di Dio. A quel punto, secondo la ricostruzione di MacDonald, Eid ricevette una telefonata da una persona dell’intelligence di Hezbollah che lo invitò cortesemente a tenere a freno la sua curiosità, dato che quei numeri erano in uso ad operativi del Partito di Dio impegnati in una (poteva essere diversamente?) azione di controspionaggio contro il Mossad.

Che il lavoro di Eid stesse dando fastidio a qualcuno si capisce dal fatto che, a settembre del 2006, il suo capo, il tenente-colonnello Shehadeh, sfugge per puro caso ad un attentato dinamitardo, e, molto malconcio, è costretto a riparare in Canada (si noti la coincidenza forse non casuale con la nazionalità del giornalista che ha rivelato i retroscena) per sottoporsi ad un delicato intervento e ad una successiva riabilitazione.

In ogni caso, Eid stese un dettagliato rapporto e lo consegnò alla Commissione, la quale non riuscì a fare niente di meglio che smarrirlo. Quando finalmente, ad inizio 2008, il documento di Eid venne riesumato, perfino i non acutissimi e non sempre obiettivi investigatori ONU si accorsero di aver avuto sottomano una possibile chiave di volta per le indagini e di non essere stati in grado di sfruttarla finché forniva tracce “fresche”. Ma i nemici di Eid non devono aver gradito questo rinnovato sodalizio tra l’informatico della polizia libanese e la Commissione: il 25 gennaio 2008 Eid, a soli 30 anni, viene assassinato con un’autobomba che uccide anche la sua guardia del corpo e tre passanti innocenti.

Le informazioni provenienti dal dossier di MacDonald contengono indizi che puntano dritto verso Hezbollah, al punto che, come segnala un commentatore libanese del fronte anti-sirirano sul suo blog, perfino nel lontano Canada si sono fatti un’idea di come devono essere andate le cose quel maledetto giorno del 2005 (e dopo). E’ possibile che la Commissione (almeno prima di diventare un monumento all’ignavia orientale ed occidentale) sia stata uno strumento nelle mani della CIA e degli USA; seppure Hezbollah sia molto attiva nel sociale e si ammanti di principi vagamente socialisti, è lecito porsi qualche seria domanda sulla digeribilità morale delle sue azioni “militari” in generale, ma anche sulla sua reale autorevolezza politica (spiccano in questo senso la totale chiusura della organizzazione nei confronti di un verdetto che colleghi suoi operativi all’assassinio di Hariri, o alle farneticazioni su possibili coinvolgimenti del Mossad nel delitto).

Ma sarebbe intellettualmente disonesto accogliere con una scrollata di spalle il lavoro (serio e documentato) di un giornalista che peraltro nel suo Paese è considerato (come del resto anche la Rete per cui lavora) fin troppo liberal, e che oltretutto ha passato anni in Medio Oriente come corrispondente. Anche perché la gente del Libano, e in particolare tutti i morti innocenti finiti sotto le bombe dei terroristi e i loro parenti e amici, meritano un briciolo di verità; quella che un governo debole e ricattato, infiltrato da personaggi contigui al terrorismo, forse non può proprio permettersi di rivelare.

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