Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato lunedì per la prima volta dall’inizio dell’aggressione israeliana una risoluzione che chiede l’immediato cessate il fuoco nella striscia di Gaza. Il provvedimento è passato con 14 voti a favore e la sola astensione degli Stati Uniti, che hanno rinunciato al potere di veto, provocando una durissima reazione da parte del regime israeliano. Per tutta risposta, Netanyahu ha annullato la visita a Washington di una delegazione che avrebbe dovuto discutere con la Casa Bianca la possibile operazione militare nella città di Rafah, al confine tra la striscia e l’Egitto. Questa iniziativa, dalle implicazioni potenzialmente devastanti, resta al centro dell’attenzione della comunità internazionale, soprattutto dopo la rabbiosa risposta di Tel Aviv agli eventi registrati al Palazzo di Vetro.

 

Il voto di lunedì ha seguito quello di venerdì scorso, bloccato dal veto di Russia e Cina, su una risoluzione presentata da Washington che serviva in sostanza a liberare i detenuti israeliani nelle mani di Hamas senza garanzie di uno stop permanente delle operazioni militari. I membri non permanenti del Consiglio avevano allora rielaborato un testo per rilanciare la richiesta di tregua, con l’aggiunta di alcune modifiche proprio su richiesta degli USA per evitare un altro veto americano. Tra l’altro, i rappresentanti dell’amministrazione Biden si erano detti contrari alla natura “permanente” del cessate il fuoco. Alla fine, la mediazione ha portato a una soluzione limitata, che circoscrive la possibile tregua al periodo del Ramadan, peraltro già iniziato il 10 marzo scorso.

Gli Stati Uniti hanno affermato di non essere del tutto soddisfatti del contenuto della risoluzione, in particolare perché, pur facendo riferimento alla liberazione degli “ostaggi” da parte di Hamas, non vincola il cessate il fuoco a questa condizione. Visti i precedenti, l’astensione americana rappresenta comunque un messaggio a Israele, che ha infatti subito azionato la macchina della propaganda per manifestare tutto il proprio malcontento nei confronti di quella che, al di là degli effetti concreti, è una nuova umiliazione per lo stato ebraico.

Resta in ogni caso estremamente improbabile che Israele si sottometta alla risoluzione ONU, anche se teoricamente vincolante. Il coro di appelli in queste ore ad assicurare l’implementazione della tregua ha rivelato indirettamente la sensazione diffusa tra governi e rappresentanti diplomatici che lo stato ebraico continuerà come sempre a ignorare ogni principio del diritto internazionale. Come già accennato, nei prossimi giorni potrebbe anzi partire l’invasione di Rafah, nonostante una mossa in questo senso, alla luce del voto al Consiglio di Sicurezza, isolerebbe ancora di più a livello internazionale il regime di Netanyahu.

Un’eventuale offensiva di terra avrebbe conseguenze ancora più devastanti per il milione e mezzo di palestinesi che vi hanno trovato rifugio, ma rappresenterebbe anche un punto di svolta sia per Netanyahu e lo stato ebraico sia per gli stessi equilibri regionali. Gli Stati Uniti, intanto, continuano a ostentare preoccupazione per le mire di Israele su Rafah, con alcuni esponenti di spicco del governo di Washington che hanno addirittura ipotizzato conseguenze se Tel Aviv non dovesse fare marcia indietro. Le vere intenzioni dell’amministrazione Biden restano tuttavia da decifrare, mentre le azioni hanno evidenziato finora la completa accettazione della guerra genocida scatenata da Netanyahu dopo i fatti del 7 ottobre scorso.

Nei giorni scorsi c’erano state varie dichiarazioni pubbliche provenienti dagli Stati Uniti che equivalevano ad altrettanti avvertimenti nei confronti di Netanyahu. Nel complesso, il messaggio non era però di astenersi da un’iniziativa rovinosa a Rafah, quanto di non procedere senza un piano per mettere al sicuro la popolazione civile. Le condizioni poste dalla Casa Bianca puntavano e puntano in sostanza a risolvere un problema d’immagine in piena campagna elettorale, anche perché il massacro finora di oltre 30 mila palestinesi, di cui la stragrande maggioranza donne e bambini, rende una presa in giro crudele qualsiasi “piano” elaborato da Israele per proteggere i civili.

Netanyahu insiste comunque nel sostenere che l’attacco a Rafah è inevitabile se Israele vuole sradicare Hamas dalla striscia di Gaza. Il premier metterà perciò in atto la sua operazione in questa località anche senza l’appoggio americano o almeno così si continua a sostenere a Tel Aviv. Le rivendicazioni circa la totale autonomia decisionale dello stato ebraico sono in larga misura valide per la propaganda, visto che tutta la campagna militare diretta contro la popolazione palestinese è sostenuta dalle armi e dagli equipaggiamenti garantiti dagli Stati Uniti.

In teoria, quindi, gli avvertimenti americani relativamente a Rafah dovrebbero avere un peso nell’orientare la prossima fase della guerra. Nel fine settimana, la vice-presidente USA, Kamala Harris, in un’intervista a ABC News ha detto ad esempio di “non escludere conseguenze” se Israele dovesse invadere Rafah. La vice di Biden è inoltre sembrata bocciare preventivamente eventuali piani israeliani per la salvaguardia dei civili palestinesi, sostenendo che per i circa 1,5 milioni di profughi sfuggiti alla barbarie sionista da altre località della striscia non ci sarebbero altri luoghi dove potersi recare.

Nella realtà dei fatti, è molto improbabile che Biden finisca per imporre sanzioni di una qualche efficacia o fermi l’invio di armi a Israele, perché entrambe le misure provocherebbero una violenta reazione sul fronte domestico, dove l’ascendente sionista sulla classe politica USA resta determinante. Washington condivide peraltro l’obiettivo ufficiale israeliano di liquidare Hamas, principalmente per gli effetti che avrebbe sull’influenza dell’Iran in medio Oriente.

L’eliminazione di Hamas resta però un miraggio per Israele, come dimostra il ritorno degli uomini della Resistenza palestinese nel nord di Gaza e, in generale, l’incapacità anche solo di indebolirne in maniera significativa le strutture di lotta e il numero di combattenti. In questa prospettiva, la prosecuzione della guerra e l’obiettivo di invadere Rafah rispondono, per Netanyahu e il suo gabinetto di ultra-destra, a un duplice imperativo parzialmente di diversa natura.

Il primo è la sopravvivenza politica del primo ministro che, nel momento in cui l’aggressione militare contro la striscia dovesse cessare, si ritroverebbe probabilmente sotto attacco con la prospettiva di cedere in fretta il potere all’attuale opposizione. L’altro e ancora più inquietante è che l’obiettivo finale dell’aggressione sionista che procede da quasi sei mesi è l’eliminazione o l’evacuazione completa dei palestinesi da Gaza, così da occupare l’intero territorio della striscia. È evidente che quest’ultimo obiettivo ha implicazioni gravissime, ma di fatto coincide con le esigenze politiche di Netanyahu e, oltretutto, risulta coerente con il prolungarsi della strage in corso senza un progetto razionale chiaramente definito.

I contraccolpi di un’invasione a Rafah, che potrebbe moltiplicare un bilancio già enorme di vittime civili palestinesi, si farebbero sentire anche e soprattutto sul piano regionale per lo stato ebraico. Ci sarebbe innanzitutto la possibilità concreta che l’Egitto, di fronte all’occupazione israeliana del cosiddetto Corridoio Philadelphi, decida la clamorosa sospensione o cancellazione del trattato di pace del 1979 con Israele. Il Cairo è sotto pressioni enormi dall’inizio della guerra a Gaza e il regime di al-Sisi vede come una serissima minaccia alla sicurezza e alla stabilità del suo paese il possibile afflusso dentro i confini egiziani di centinaia di migliaia di profughi palestinesi in fuga da Rafah.

L’accelerazione del genocidio per mano di Israele minaccia anche la sopravvivenza degli Accordi di Abramo, che Tel Aviv aveva stipulato con alcuni paesi arabi, tra cui gli Emirati, ai tempi dell’amministrazione Trump. Per il momento, questi paesi sono riusciti a contenere le conseguenze sul piano domestico del terrore sionista, esprimendo a parole dure condanne senza interrompere i rapporti commerciali con Israele. Il precipitare della situazione a Gaza in conseguenza dell’invasione di Rafah renderebbe però molto complicato proseguire con la commedia delle sterili denunce dello stato ebraico e spingerebbe probabilmente qualche regime arabo a ripensare i termini della “normalizzazione” con Israele.

Soprattutto, infine, l’Asse della Resistenza potrebbe decidere di passare a una fase più aggressiva e coordinata del conflitto in risposta all’intensificazione della guerra nella striscia. Da Hezbollah in Libano ad Ansarallah in Yemen, dalle milizie sciite in Iraq fino allo stesso Iran, tutti gli alleati di Hamas potrebbero abbandonare la prudenza e alzare le pressioni su Netanyahu. Le minacce israeliane e l’ostentazione di forza rischierebbero così di lasciare il posto alla realtà, che racconta piuttosto di uno stato ebraico nemmeno in grado di eliminare la sola minaccia di Hamas nella striscia dopo quasi sei mesi di feroci bombardamenti e una massiccia mobilitazione delle proprie forze di terra.

Tutte queste considerazioni sono senza dubbio esaminate attentamente in Israele e la partecipazione alle trattative per un cessate il fuoco con la mediazione di Egitto e Qatar confermano il riconoscimento di Hamas come interlocutore e, al tempo stesso, il fatto che quest’ultimo e i suoi alleati continuino a disporre di un potenziale in grado di influenzare gli eventi sul campo. I vertici di Hamas hanno comunque risposto positivamente alla risoluzione approvata a New York, anche se continuano a chiedere una tregua permanente. In un comunicato ufficiale, il movimento della resistenza palestinese ha ribadito la disponibilità a trattare sulla liberazione dei detenuti di entrambe le parti, ma l’eventuale intesa dovrà tenere conto di altri fattori imprescindibili, come appunto lo stop definitivo delle armi, l’evacuazione delle forze di occupazione israeliane da Gaza, il ritorno dei palestinesi nelle loro abitazioni o in quello che resta di esse e l’ingresso senza restrizioni nella striscia degli aiuti umanitari.

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