La spaccatura tra le due principali correnti del Partito Repubblicano americano si è aggravata questa settimana con la clamorosa bocciatura alla Camera dei Rappresentanti di Washington di un provvedimento collegato a uno degli aspetti più controversi delle attività di sorveglianza e intercettazione delle comunicazioni elettroniche da parte dell’intelligence USA. Dopo l’appello lanciato dall’ex presidente Trump alla vigilia del voto in aula, diciannove deputati della destra “libertaria” si sono infatti uniti mercoledì ai colleghi democratici per affondare la legge già nella fase iniziale del suo iter legislativo.

 

La vicenda riguarda l’ultra-controversa “Sezione 702” della legge del 1978 sulle intercettazioni delle comunicazioni internazionali o FISA (“Foreign Intelligence Surveillance Act”), utilizzata dalla NSA e da altre agenzie americane per raccogliere massivamente informazioni su soggetti stranieri. Se questi ultimi sono in contatto con cittadini americani, anche i loro dati vengono automaticamente incamerati dall’intelligence e restano a disposizione in una banca dati governativa per essere consultati quasi senza nessuna restrizione.

L’intercettazione delle comunicazioni elettroniche degli americani viola il Quarto Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti, che vieta perquisizioni e sequestri in assenza di un mandato di un giudice. Questo particolare specifico della legge del FISA viene autorizzato ogni cinque anni con un intervento ad hoc del Congresso di Washington. L’ultima autorizzazione risale al 2018 e nel dicembre del 2023 era stata prorogata di alcuni mesi per permettere ai due partiti di trovare un compromesso su una legge di “riforma” in grado di mettere fine o quanto meno di limitare l’uso a dir poco improprio che ne fanno regolarmente le agenzie di intelligence americane. La facoltà di intercettare e consultare informazioni su cittadini americani scade formalmente il prossimo 19 aprile.

A rivelare queste attività era stato per primo Edward Snowden nel 2013 con la pubblicazione tramite WikiLeaks di documenti riservati della NSA. Da allora, la politica americana ha cercato di correre ai ripari per tenere in vita un programma anti-democratico e di fatto incostituzionale, ma dando l’impressione al pubblico che sarebbero state implementate misure per garantire il rispetto dei diritti democratici.

Il voto di mercoledì in aula era di natura “procedurale”, i deputati dovevano cioè decidere se consentire al provvedimento di essere dibattuto ed eventualmente approvato con possibili emendamenti. Questa fase del percorso di una legge è pratica quasi sempre di routine, ma le tensioni all’interno del Partito Repubblicano l’hanno trasformata in una nuova occasione di scontro.

Le trattative sulla riautorizzazione della “Sezione 702” si intrecciano alla polemica interna tra la fazione repubblicana di ultra-destra e lo “speaker” della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson. Esposto alle pressioni dei democratici, dei “falchi” del suo partito e dell’apparato della sicurezza nazionale, quest’ultimo aveva deciso di portare in aula il provvedimento senza avere raggiunto un accordo preventivo per garantirsi i voti sufficienti.

A risultare cruciale è stata la decisione di Johnson di stralciare due emendamenti alla legge su cui vi era stata una convergenza bipartisan tra i repubblicani trumpiani e l’ala progressista del Partito Democratico. Il primo intendeva vietare la vendita a agenzie governative di informazioni dei consumatori americani da parte di società private. Il secondo avrebbe invece reso necessario un mandato di un tribunale per accedere alle informazioni sugli utenti americani i cui dati vengono raccolti attraverso i programmi di intercettazione di cittadini stranieri sospettati di terrorismo o di altre attività criminali.

Entrambi gli emendamenti sono fortemente avversati dalla “comunità” di intelligence americana e dalla maggioranza di democratici e repubblicani al Congresso. Trovandosi in una posizione precaria, Johnson aveva così deciso di consentire un voto a parte sui due emendamenti, ovvero sganciandoli dal provvedimento, in modo da ottenere la bocciatura dei primi e l’approvazione del secondo. La rivolta dell’estrema destra repubblicana ha però stravolto i piani della leadership repubblicana, fomentata anche dall’intervento di Trump, il quale, qualche ora prima del voto in aula, aveva invitato i deputati del suo partito a “uccidere” il FISA.

L’ex presidente ha fatto riferimento esplicito alle vicende legate alla campagna elettorale del 2016, quando l’FBI aveva sfruttato l’autorità derivante dalla “Sezione 702” per lanciare un’indagine farsa sulle sue collusioni con la Russia. Questi precedenti spiegano in buona parte l’ostilità di Trump e della fazione del Partito Repubblicano a lui vicina nei confronti dell’apparato di intelligence americano. L’FBI ha anche svolto ricerche nel quadro del FISA su elementi coinvolti nell’assalto all’edificio del Congresso del 6 gennaio 2021, provocando ugualmente l’ira dei trumpiani che continuano a considerare i rivoltosi come perseguitati politici.

È chiaro che i membri dell’ala libertaria del partito, o i cosiddetti “MAGA Republicans”, sfruttano la diffusissima opposizione popolare nei confronti dei metodi totalitari di sorveglianza delle agenzie di intelligence americane per auto-promuoversi a difensori delle libertà civili e democratiche. Una strategia resa possibile evidentemente dall’allineamento quasi completo del Partito Democratico al “deep state”, come risulta chiaro anche da una delle opzioni che la leadership repubblicana alla Camera sta studiando per prolungare i termini previsti dalla “Sezione 702” prima della scadenza.

Per superare l’opposizione interna al suo partito, Mike Johnson potrebbe cioè ricorrere a un meccanismo che consente di evitare il voto procedurale come quello su cui la legge in questione è caduta mercoledì. Così facendo, però, per l’approvazione sarà necessaria una maggioranza pari ai due terzi, ovvero servirà l’appoggio di un numero consistente di democratici. Se la legge dovesse passare grazie all’assistenza del Partito Democratico, la carica di “speaker” di Johnson potrebbe essere messa in discussione. La deputata “MAGA” Marjorie Taylor Greene ha infatti già depositato una richiesta di mozione di sfiducia contro Johnson e potrebbe attivarla chiedendo un voto in aula se lo scontro interno al partito dovesse esplodere definitivamente.

Nel “GOP” restano comunque aperte le trattative per superare l’impasse. Il FISA e gli strumenti pseudo-legali messi a disposizione della macchina della sorveglianza USA sono considerati un elemento cruciale per l’apparato di potere americano, non tanto perché aiutino a combattere il terrorismo ma precisamente per la facoltà che garantiscono di raccogliere impunemente una quantità enorme di informazioni personali in teoria protette dalla Costituzione.

Già nei limiti autorizzati dal Congresso, le attività della NSA e di altre agenzie governative hanno risvolti inquietanti. La situazione è però ancora più grave se si considera che numerosissime violazioni anche di queste norme sono state documentate in questi anni. Lo scorso anno, l’ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale aveva presentato un rapporto sulla condotta delle agenzie che lavorano con il database creato grazie alla “Sezione 702” del FISA. Le trasgressioni alle regole, già di per sé molto discutibili, erano state migliaia. Gli agenti dell’antiterrorismo molto spesso digitavano ricerche su individui di cittadinanza americana anche in assenza di una ragione o un sospetto specifico.

L’FBI sostiene che dalla metà del 2021 sono state implementate misure correttive per ovviare agli abusi, ma, se anche ciò dovesse corrispondere al vero, si tratta in sostanza dell’aggiunta di una supervisione interna, mentre non vi è, come conferma la vicenda politica di questa settimana, un’autorizzazione di un giudice in risposta a una specifica istanza debitamente motivata.

A rendere ancora più cupo il quadro è infine il fatto che, se anche il Congresso non dovesse autorizzare il prolungamento della “Sezione 702”, i programmi di sorveglianza e intercettazione proseguirebbero comunque per almeno un anno. Il Wall Street Journal ha spiegato che ciò è dovuto alle modalità con cui vengono gestite queste attività, sottoposte nominalmente alla supervisione dell’ultra-segreto Tribunale per la Sorveglianza dell’Intelligence Straniera (FISC), il quale accorda un’approvazione appunto annuale relativamente alle “categorie di informazioni” per cui è consentita la raccolta. La prosecuzione del programma sotto questa forma, scrive il Journal, potrebbe tuttavia esporre il governo a cause legale, cosa che l’amministrazione Biden intende evitare in tutti i modi.

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