Biden, Putin e le ombre cinesi

di Michele Paris

“Non si tratta di fiducia. Ma dei nostri interessi e della verifica di questi stessi interessi”. In questa frase pronunciata da Joe Biden dopo il faccia a faccia con Vladimir Putin è riassunto in sintesi il senso del vertice di mercoledì a Ginevra. A spiegare l’incontro, voluto dalla Casa Bianca, è in altre parole l’ipotesi di una svolta tattica da parte americana per congelare o,...
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G7 e NATO, le sfide di Biden

di Michele Paris

Lo scenario della prima visita in Europa da presidente degli Stati Uniti di Joe Biden è cambiato nella giornata di lunedì dalla spiagge della Cornovaglia alla sede della NATO di Bruxelles, ma in cima alla lista delle priorità di Washington resta il nodo della competizione con la Cina. Se il metro di paragone deve essere la precedente amministrazione Trump, apparentemente l’inquilino democratico della Casa Bianca ha ottenuto un qualche successo nel tentativo di ricompattare gli alleati occidentali attorno alla linea americana. Dietro le apparenze, persistono tuttavia profonde divisioni tra le due sponde dell’Atlantico, così come all’interno della stessa Europa, sull’approccio alla “minaccia” cinese, tanto da mettere subito...
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di Rosa Ana De Santis

Non ci sarà l’election day, stando a quanto indicato nel decreto del governo in firma nei prossimi giorni. Una decisione che sarebbe stata sensata in termini di risparmio economico e di affluenza elettorale. Approfittando infatti delle elezioni amministrative del 15 e del 16 maggio, gli italiani avrebbero potuto, con occasione, esprimersi sul referendum relativo alla privatizzazione dell’acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento. Quesiti referendari che toccano argomenti politici non tanto al centro dell’agenda di governo, ma con scottanti e problematiche ricadute su tutta la società civile. Facile ipotizzare che unendo tutte le votazioni ad anno scolastico ancora aperto, il quorum sarebbe stato facilmente raggiunto.

Ed è questo l’unico motivo, senza dubbio, per cui Maroni, in nome del governo, ha annunciato che i tre quesiti saranno spostati al12 giugno, quando l’estate sarà iniziata e quasi tutte le scuole saranno ormai chiuse per invitare gli italiani ad andarsene al mare e a non perdere l’ennesimo fine settimana per le votazioni. Lui dice per onorare una prassi consolidata nella tradizione italiana, ma lo dice con lingua biforcuta. Questa prassi - come la chiama il governo - o questa strategica scissione delle date, costa alle tasche degli italiani, secondo le stime delle opposizioni, almeno 350 milioni di euro.

Un’operazione che suona inopportuna in tempo di crisi. Non era stata proprio la teoria della crisi a rendere, fino a pochi giorni fa, insicura la festa nazionale del 17 marzo? Una data storica tanto importante e di alto valore simbolico che poteva essere messa in discussione come un lusso che la situazione economica del paese non poteva permettersi, così dicevano i padani. A quanto pare queste preoccupazioni non ci sono più o, banalmente, si cerca un modo per disincentivare l’elettorato, già demotivato e poco partecipe, ad andare alle urne per esprimere un parere proprio su ciò che più riguarda la loro vita e i diritti costituzionali fondamentali.

Si tratta infatti di ostacolare la mercantilizzazione dell’acqua, di impedire la riattivazione delle centrali nucleari che oltre a rappresentare una forma di energia vetusta minacciano il nostro diritto alla salute e, infine, la difesa di quel diritto costituzionale fondamentale che ci vuole tutti uguali di fronte alla legge. Tanto per chiedere a questo famoso popolo che ha eletto il Presidente del Consiglio cosa ne pensa dell’abusato suo legittimo impedimento.

Questo governo, pur di non facilitare i comitati promotori del referendum e pur di affossare con ogni mezzuccio “truffaldino” - come lo chiama Articolo 21 - la possibilità che gli italiani si esprimano su questioni fondamentali è disposto a sprecare così tanto denaro pubblico. Una doppia beffa e un doppio insulto a questo Paese cui le opposizioni, Idv in testa, replicano con accuse pesantissime e con una mozione alla Camera per l’election day.

La scelta del governo, oltre a denunciare paura per i quesiti referendari, esprime ancora una volta l’orientamento di chi guida il nostro Paese, seguendo la prassi di smarcare i grandi temi della politica e le questioni urgenti che toccano la vita reale dei cittadini e di occupare l’agenda del Parlamento con i guai giudiziari del premier e con le sue disperate arringhe di difesa. Un paese in ostaggio di un personalismo i cui unici pericolosi precedenti non sono poi tanto lontani nelle pagine della storia.

E’ proprio per questa operazione fatta ad arte, che rischia di annullare milioni di firme e di svuotare uno strumento democratico tanto efficace come il referendum, che c’è bisogno di un colpo di reni, di uno scatto di volontà partecipativa da parte degli elettori. Ci piacerebbe che non ci fossero partenze ed esodi prima di aver risposto alle domande del referendum. Che le persone andassero alle urne come quando hanno scelto il loro sindaco alle ultime elezioni o il presidente di regione qualche mese fa o, persino, il premier alle ultime politiche. Che la parabola discendente dell’affluenza elettorale non impedisse il raggiungimento del quorum.

Perché questa sarebbe l’ennesima sconfitta simbolica oltre che reale di chi cerca di riportare il paese alle forme e ai contenuti di una piena democrazia. Non quella televisiva per capirci, non quella di Ruby Rubacuori, non quella che ci manda in vacanza e butta i nostri soldi dalla finestra mentre il paese si riempie di disoccupati, non quella che ci venderà l’acqua come una merce preclusa ai poveri, o che ci sotterrerà le scorie radioattive nei mari di casa, magari con qualche appalto affidato ai Casalesi. Non quella in cui il premier eletto dal popolo è al di sopra della legge dello Stato. Perché, prima o poi, ci sveglieremo dalle fiction e troveremo un Paese che della libertà avrà conservato solo le loro bandiere. 

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