A voler cercare il ruolo del Parlamento Europeo nella decisionalità politica della UE c’è spesso da perdere tempo e pazienza. Ma visto il voto che autorizza la proibizione dei simboli della vittoria sovietica sul nazismo, ci si chiede se in fondo, quello di occuparsi delle diciture sulle scatolette di tonno, non sia davvero l’unica funzione possibile per una Assemblea che quando emette prese di posizioni politiche scende al di sotto di ogni ignoranza.

Il voto in sé vale meno dei commenti che ne sono seguiti. Non ha nessun valore giuridico e, meno che mai, storico. Ha però un valore simbolico e politico, laddove quello che si ritiene il tempio del liberalismo vota a favore della censura di stato nei nuovi regimi di destra dell’Est Europa. In premessa andrebbe spiegato agli euro ignoranti che se il socialismo sovietico non avesse trionfato sul nazifascismo italo-tedesco, il Parlamento Europeo non sarebbe esistito. L’esistenza delle istituzioni europee, per inutili che siano divenute, è anche il risultato di una idea dell’unificazione continentale nata dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, confinato dal fascismo.

Qualche cenno di storia non farebbe male agli eurodeputati. Il nazismo e il fascismo sono stati la reazione delle classi padronali alla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre (1917), che pose all’attenzione di centinaia di milioni di contadini e proletari in tutta Europa la questione del rovesciamento del dominio delle aristocrazie e dell’ordine monarchico imperante. Il nazismo e il fascismo, nati con il sostegno economico e politico delle borghesie internazionali, sono stati gli strumenti che il nascente capitalismo europeo utilizzò per piegare alle sue esigenze di dominio centinaia di milioni di lavoratori che potevano essere attratti dalla crescente influenza dell’esperienza sovietica.

Ad Ovest nasceva la seconda rivoluzione industriale che, con l’industrializzazione massiccia in Europa e negli Stati Uniti, cambiava la dottrina economica e la prospettiva politica. Ci fu un riassetto generale del dominio economico e politico che il grande padronato e i liberali decisero di perseguire attraverso una prova di forza definitiva offrendo il massimo sostegno a Mussolini prima e ad Hitler poi. Nello specifico dei due paesi, il nazismo fu la risposta del padronato alla crisi economica della repubblica di Weimar in Germania e il fascismo fu la reazione al biennio rosso (1920-21) che mise in discussione il potere degli agrari sull’Italia.

Dire, come nel documento votato a Strasburgo, che il patto Molotov-Von Ribbentropp fu la causa della Seconda Guerra Mondiale, significa professare ignoranza a mani basse e senza ritegno. Al contrario, fu semmai il Patto di Monaco, del 29 Settembre 1938, con Francia e Gran Bretagna ai piedi di Hitler, ad aprire la strada al Terzo Reich.

A Monaco i capi di stato e di governo di Francia, Regno Unito, Italia e Germania firmarono infatti un documento con cui veniva permesso alla Germania di annettersi gran parte della Cecoslovacchia.  I leader inglesi e francesi al loro ritorno in patria furono accolti da festeggiamenti ma gli accordi di Monaco non servirono a fermare la guerra, ma solo a  rimandarla di un anno. Furono anzi funzionali all’accumulo di forza del Terzo Reich e ritardarono di un anno la reazione anglo-francese alla sua conquista dell’Europa.

Proprio la codardia francese ed inglese obbligò Stalin a tutelarsi in un contesto nel quale la Russia appariva internazionalmente isolata e nel ruolo di obbiettivo finale dell’aggressione nazifascista. Il 23 agosto del 1939 venne quindi firmato il patto Molotov-Von Ribbentropp (non un accordo di pace bensì un patto di non aggressione) in forza del quale la Russia ebbe tempo e modo di reperire armi a sufficienza e ricostruire il suo esercito per fermare l’attacco nazifascista. Senza quel patto i russi non avrebbero potuto dare vita successivamente alla resistenza eroica di Stalingrado, dalla quale ebbe inizio la controffensiva che portò l’Armata rossa a Berlino.

Ma indipendentemente da come si voglia analizzare lo sfondo storico nel quale nacque il nazifascismo e la Seconda Guerra Mondiale, è folle anche solo ipotizzare la possibile equiparazione tra l’orrore nazifascista e il socialismo sovietico. In primo luogo sotto l’aspetto dottrinario, laddove il nazismo rivendica una superiorità della razza ariana e un destino di dominio continentale, prevede la soppressione di un intero popolo (gli ebrei) e il genocidio di un altro (i Rom) e ritiene i confini della Germania coincidenti con quelli dell’Europa. Con la “soluzione finale” il Nazismo pose inoltre sullo scenario mondiale non solo la Shoah ma anche l’idea dello sterminio di massa, fino a quel momento assente da ogni teoria politica e scuola militare.

Al contrario, il socialismo russo propose la liberazione dei popoli, mise sulla scena russa la liberazione dalla tirannide monarchica e definì il concetto di classe quale motore della trasformazione sociale, assegnando al proletariato contadino un ruolo di centralità politica sconosciuto fino a quel momento.

Il nazismo è l’espressione estrema del dominio della borghesia, mentre il socialismo assegna alla classe contadina il protagonismo del processo rivoluzionario e il ruolo di “classe generale”, quella cioè che nella sua emancipazione e nella difesa dei suoi interessi vede l’affermarsi dell’interesse generale, divenendo il motore del progresso dell’insieme della società.

E la vittoria sul nazifascismo ad opera del socialismo è proprio quella di una ideologia di liberazione contro una di oppressione. Nonostante le falsità storiche propinate dalla propaganda statunitense, l’Europa venne liberata dai soldati dell’Armata Rossa, l’esercito dell’Unione Sovietica. I russi, che per il Terzo Reich erano la tappa finale per raggiungere il completo dominio europeo, pagarono con 22 milioni di morti - ed altri cinque di feriti gravi - la libertà di noi europei, oltre che la loro. Fu l’Armata Rossa che resistette eroicamente a Stalingrado contro i battaglioni nazisti e sconfisse sul Don la Wermacht e l’esercito fascista italiano, dando inizio alla controffensiva che portò alla cacciata dei nazisti dall'Unione Sovietica e da ogni paese dell’Est europeo e che culminò con l’arrivo a Berlino.

Furono i soldati russi (e non gli americani come racconta con ansia da Oscar Roberto Benigni nel film La vita è bella) a spalancare i cancelli di Auswitz, di Majdanek, di Belzec, Sobibor e Treblinka, di Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück, i campi di sterminio nazista sparsi in tutta l’Europa dell’Est. La bandiera rossa dell’Unione Sovietica sventolò infine sul Reichstag come monito a non tentare di ripetere la più stolta delle avventure, quella d’immaginare di conquistare i territori russi e di soggiogare l’Europa intera.

Nel documento votato l'altro giorno da fascisti, leghisti, liberali e socialisti europei (pur con alcuni significativi distinguo) emerge una strana logica: quella che vede i liberatori equiparati agli aggressori, gli aguzzini simili a coloro che ci liberano da essi. Che Estonia, Lettonia e Lituania, insieme all’Ungheria di Orban, plaudano al voto, non è casuale. Quella di equiparare le ideologie è una mossa sporca che serve a stendere un velo sugli avvenimenti storici, che videro proprio le repubbliche baltiche esercitare un ruolo di primo piano nelle atrocità naziste. Insieme ai croati di Ante Pavelic – i famigerati Ustascia - composero i peggiori battaglioni delle SS e si specializzarono nel compiere le efferatezze che gli stessi tedeschi erano riluttanti ad eseguire.

C'è da aggiungere che risulta assordante il silenzio delle diverse comunità ebraiche di fronte ad una presa di posizione che, in primo luogo, è uno schiaffo in faccia a un popolo che ha liberato centinaia di migliaia di ebrei dalle camere a gas. Inevitabile chiedersi se la Shoah viene tirata fuori solo quando si tratta di cercare giustificazioni ai crimini in Medio Oriente.

Il voto del Parlamento Europeo è in sostanza una pagina nera, per quanto non l'unica, della pur breve storia dell'istituzione. Invece di impegnarsi contro i rigurgiti di neofascismo gli si accarezza il pelo, pensando forse, come a Monaco nel 1938, che blandire l'orrore sia utile a ridurne il pericolo. Tra i voti a favore dell’ignobile documento spicca quello di Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, ex esponente di Sel, ex esponente di Rifondazione Comunista. Difficile trovare una spiegazione che non sia quella di una leggerezza personale e politica che ne ha sempre contraddistinto la vacuità.

Paradossale invece che la destra italiana, fritto misto di fascisti e nostalgici, definisca il fascismo un’opinione (mentre è un crimine) e in conseguenza chieda di non applicare la sacrosanta Legge Scelba con la scusa della libertà di espressione, ma poi in Europa vota perché la storia di chi li ha sconfitti non debba avere rappresentanza pubblica. Si conferma quanto sostenuto da Giancarlo Pajetta, comunista e partigiano, in uno scontro televisivo con il MSI del fucilatore Almirante: “Siccome abbiamo vinto noi - disse il dirigente comunista - siamo qui a parlare. Se aveste vinto voi, io sarei in esilio o morto”.

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