È stato sufficiente l’appuntamento inaugurale delle primarie del 2020 per sollevare fortissimi dubbi sull’integrità del processo di selezione del prossimo candidato alla Casa Bianca per il Partito Democratico americano. Se, infatti, le manovre per favorire Hillary Clinton su Bernie Sanders nel 2016 erano emerse solo a competizione inoltrata, quest’anno i famigerati “caucuses” dello stato dell’Iowa, che aprono tradizionalmente la lunga stagione delle primarie, sono subito finiti nell’occhio del ciclone. Per le difficoltà, ufficialmente di natura tecnica che hanno ritardato la diffusione dei risultati, gli eventi della serata di lunedì hanno innescato un’accesissima polemica sul possibile precoce intervento dell’establishment del partito per penalizzare proprio il 78enne senatore del Vermont, dato come probabile favorito alla vigilia del voto.

 

I primi risultati parziali sono stati resi noti solo nella tarda serata di martedì. Con il 62% dei seggi (“precincts”) che hanno fornito i loro dati, in testa ci sarebbe l’ex sindaco della cittadina di South Bend, nell’Indiana, Pete Buttigieg, con il 27% dei delegati in palio conquistati. Appena dietro, con il 25%, si trova al momento Sanders, il cui staff aveva in precedenza anticipato una comoda vittoria. Più staccati appaiono la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, con il 18%, l’ex vice-presidente Joe Biden (16%) e la senatrice del Minnesota, Amy Klobuchar (13%).

Mentre alcune regole dei “caucuses” appaiono relativamente oscure, la rilevazione dei risultati e un afflusso di solito contenuto di partecipanti dovrebbero rendere non troppo complicato il conteggio definitivo. Per tutta la nottata di lunedì, invece, i vertici del Partito Democratico nello stato del Midwest avevano bloccato la diffusione dei dati, citando problemi tecnici di natura non del tutto chiara che avrebbero interessato l’applicazione fornita agli oltre 1.600 seggi per facilitare la raccolta dei risultati. Questa “app” era stata a un certo punto abbandonata da quasi tutti i responsabili dei seggi, costretti a ricorrere ai telefoni per comunicare i risultati alla sede centrale del partito nello stato, provocando un intasamento del traffico e inevitabili rallentamenti nel trasferimento dei dati.

Un “caucus” non è tecnicamente un’elezione. Durante il suo svolgimento, i partecipanti non compilano una scheda, ma si schierano fisicamente dalla parte del candidato preferito. Dopo questa scelta, si procede a un primo conteggio e solo gli aspiranti alla Casa Bianca che hanno ottenuto un certo numero di sostenitori – da quest’anno almeno il 15% dei presenti – sono dichiarati “viable” e possono accedere alla seconda fase delle operazioni. Questi ultimi o, meglio, i loro rappresentati nei singoli seggi devono cercare di convincere a schierarsi dalla loro parte coloro che avevano optato per i candidati eliminati. Al termine viene effettuato un conteggio finale, seguito poi dall’assegnazione dei delegati che, alla chiusura delle primarie e dopo altri passaggi intermedi, parteciperanno alla “convention” nazionale del partito e voteranno per il candidato alla presidenza in accordo con i risultati del loro stato.

“Discordanze” nei risultati e la necessità di effettuare “controlli qualitativi” adeguati hanno gettato nel caos l’intero procedimento e messo in dubbio fin da ora la credibilità delle primarie democratiche. L’imbarazzante situazione venutasi a creare in Iowa si inserisce in un quadro che nei giorni precedenti era apparso sempre più favorevole alla campagna di Bernie Sanders. Numerosi sondaggi davano il senatore “democratico-socialista” in testa sia in Iowa sia a livello nazionale, dopo essersi almeno momentaneamente scrollato di dosso gli altri principali contendenti alla nomination.

L’impennata degli indici di gradimento di Sanders, come già accaduto alcuni mesi fa, aveva gettato nel panico l’establishment democratico e gli stessi candidati “moderati” alla nomination. Prima del voto in Iowa, inoltre, svariati giornali vicini al Partito Democratico avevano pubblicato una raffica di editoriali e commenti che mettevano in guardia da un eventuale successo di Sanders nelle primarie, per via delle sue posizioni ritenute troppo estreme e perciò facilmente attaccabili da Trump in un’eventuale sfida nelle presidenziali di novembre.

Visti anche i precedenti del 2016, quando l’apparato di potere democratico era pesantemente intervenuto a favore di Hillary Clinton, non sembrava difficile prevedere possibili nuove manovre per far deragliare la candidatura di Sanders. I fatti di lunedì in iowa, al di là dell’esito finale, sembrano appunto confermarlo. Già un paio di giorni prima dei “caucuses”, erano peraltro emersi forti sospetti in questo senso.

Il principale giornale dello stato, il Des Moines Register, aveva cancellato la pubblicazione del tradizionale ultimo sondaggio precedente l’inizio delle primarie per una ragione quanto meno dubbia. Buttigieg, un altro dei candidati di prima fascia e ufficialmente in vantaggio nei “caucuses”, si era cioè lamentato perché almeno uno degli intervistatori non aveva incluso il suo nome tra quelli dei candidati proposti ai potenziali elettori oggetto dell’indagine telefonica. Secondo indiscrezioni, il sondaggio indicava Sanders in vantaggio, come avevano mostrato quasi tutte le altre rilevazioni più recenti.

Quella messa in atto contro Sanders è una campagna chiaramente coordinata tra i quadri del Partito Democratico e una parte della stampa ufficiale. In maniera poco sorprendente, questi sforzi sono sembrati dare finora il risultato opposto a quello desiderato, poiché i numeri dell’anziano senatore sono decollati proprio nelle fasi che hanno preceduto i “caucuses” dell’Iowa.

Ancora prima della diffusione dei risultati nella giornata di martedì, era evidente la tendenza a favorire la proposta “progressista” da parte degli elettori democratici dello stato, quindi in netta controtendenza rispetto agli orientamenti dei vertici del partito. Le notizie provenienti lunedì dai seggi dell’Iowa avevano descritto ad esempio situazioni nelle quali i sostenitori di Biden, vale a dire il candidato maggiormente identificato con l’establishment di Washington, erano in netta minoranza e spesso nemmeno sufficienti a garantire all’ex vice di Obama l’accesso alla seconda fase dei “caucuses”.

Allo stesso modo, le rilevazioni di opinione degli elettori all’ingresso dei seggi avevano evidenziato come il 57% di essi si fosse detto favorevole a una delle proposte centrali del programma di Sanders, così come di Elizabeth Warren, ovvero la creazione di un piano di assistenza sanitaria pubblico e universale.

La confusione generata dai fatti di lunedì in Iowa potrebbe dunque ridimensionare la prestazione di Sanders, togliendogli forse la vittoria o, se i risultati parziali fossero invece ribaltati a suo favore, almeno la possibilità di capitalizzare l’affermazione in uno stato che, storicamente, rappresenta una tappa cruciale sulla strada verso la nomination. Già lunedì era sembrato essere in preparazione un colpo di mano destinato a favorire il candidato Pete Buttigieg. Quest’ultimo, aveva a un certo punto rilasciato una dichiarazione che appariva in sostanza il tentativo di auto-dichiararsi vincitore della competizione in Iowa, nonostante il black-out dei risultati deciso dal partito.

Poco più tardi, su molti siti di informazione alternativa era iniziata a circolare la notizia che la società sviluppatrice dell’applicazione utilizzata nei “caucuses” - “Shadow Inc.” – è stata fondata dal finanziere miliardario Seth Klarman, noto sostenitore di Israele e donatore della campagna dello stesso Buttigieg, e gestita da numerosi ex membri degli staff di Hillary Clinton e Barack Obama.

Il flop dei primi “caucuses” del 2020 sarà sfruttato in ogni caso dai detrattori di Sanders per sviare l’attenzione degli elettori dalla performance e dalla proposta politica del senatore del Vermont nei giorni che mancano al secondo appuntamento in calendario, il voto nel piccolo stato del New Hampshire di martedì prossimo.

Se quanto accaduto in Iowa rappresenta un’anticipazione di ciò che il Partito Democratico ha in serbo per influenzare il corso delle primarie, le prossime settimane si prospettano allora ricche di altri “imprevisti” e intrighi vari. Dopo il fallimento dell’impeachment, un eventuale nuovo tentativo di fermare la nomination di Sanders a beneficio di un candidato più gradito all’establishment rappresenterebbe l’ennesima mossa suicida dei democratici e garantirebbe con ogni probabilità la rielezione a novembre del presidente Trump.

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