La vittoria schiacciante di Bernie Sanders nei “caucuses” del Nevada ha messo di fronte l’establishment del Partito Democratico e i media “liberal” negli Stati Uniti alla possibilità concreta che la marcia verso la nomination del 78enne senatore del Vermont non possa ormai più essere arrestata con metodi leciti. In attesa che le primarie della South Carolina di sabato prossimo e, ancora di più, il “supermartedì” tre giorni più tardi diano maggiori indicazioni sullo stato della competizione, la galassia moderata del partito continua a percorrere due altre strade per cercare di ostacolare la corsa di Sanders, quella del fango e dell’isteria “anti-socialista”.

 

Anche i giornali filo-democratici che vedono con orrore l’eventualità di una candidatura alla Casa Bianca di Sanders, a cominciare dal New York Times, hanno dovuto ammettere dopo il voto di sabato la sua capacità di intercettare nello stato del Nevada la maggioranza dei consensi di un’ampia gamma di elettori. La fascia di età dai 17 ai 64 anni, i bianchi e gli ispanici, i democratici progressisti e quelli più moderati, i lavoratori con e senza iscrizione al sindacato, i laureati e quelli senza istruzione superiore hanno tutti contribuito al dominio di Sanders.

Questa realtà, evidenziata dai dati degli “entrance poll”, ha smontato le accuse e le riserve che erano emerse circa la presunta impossibilità per l’anziano senatore di andare oltre una ristretta base elettorale, prevalentemente bianca, che gli aveva consentito di mettere a segno due convincenti prestazioni nei primi appuntamenti elettorali dell’anno in Iowa e nel New Hampshire. Gli elettori ispanici hanno in particolare scelto Sanders a larga maggioranza, in un’indicazione di quanto potrà accadere il giorno del “supermartedì” nei due stati più importanti che andranno al voto (California e Texas). In entrambi c’è una fortissima componente di “latinos” e in entrambi Sanders viene dato in vantaggio dai sondaggi.

L’unica minoranza che in Nevada non ha votato a maggioranza per Sanders è stata quella degli afro-americani. In questa categoria di elettori ha prevalso di misura Joe Biden, il quale confida precisamente nei sostenitori di colore del Partito Democratico per vincere in South Carolina e rimettere in piedi una candidatura che, dopo i flop di Iowa e New Hampshire, ha ripreso un minimo di vigore con il secondo posto del Nevada, sia pure con un distacco di oltre 26 punti percentuali da Sanders. I sondaggi più recenti danno l’ex vice di Obama ancora in vantaggio in South Carolina, ma il ritardo di Sanders sembra essere ormai minimo.

Un altro motivo di ansia per i vertici del Partito Democratico è la fluidità della situazione tra i candidati moderati alla nomination, che finisce per dividere il voto anti-Sanders. La relativa ripresa di Biden in Nevada o, per meglio dire, il fatto che abbia evitato l’ennesimo tracollo dà motivo all’ex favorito di restare in gara nelle prossime competizioni. Lo stesso discorso vale anche per il sindaco della cittadina di South Bend, Pete Buttigieg, e la senatrice del Minnesota, Amy Klobuchar. Entrambi si sono piazzati non lontani dall’ex vice-presidente e, grazie anche alle precedenti performance più o meno incoraggianti, intendono continuare a giocarsi la possibilità di diventare l’unico candidato anti-Sanders.

La preoccupazione è legata al fatto che il tempo sembra stringere per far confluire il voto moderato su un unico aspirante alla nomination in grado di contrastare il senatore del Vermont. A partire dal “supermartedì”, sulle schede elettorali apparirà poi il nome di Michael Bloomberg, col rischio di frammentare ancora di più il voto indirizzato verso la destra del partito. Attorno all’ex sindaco di New York, per un breve periodo considerato come il candidato con le maggiori chances di fermare Sanders, sono emerse oltretutto forti perplessità a causa di molteplici precedenti dai risvolti sessisti e razzisti, così come per il fatto che, grazie a un patrimonio colossale, sta sostanzialmente cercando di comprare la nomination democratica.

Gli attacchi contro Bernie Sanders si stanno nel frattempo intensificando. La prima linea dell’offensiva consiste in una campagna per convincere gli elettori che la sua eventuale nomination porterebbe a una sicura sconfitta contro Trump a novembre, con effetti disastrosi anche sulle sfide per il Congresso. La sua agenda progressista sarebbe cioè troppo estrema per la maggioranza degli americani, così che il presidente repubblicano avrebbe gioco facile nel bollare come “socialista” e dunque ineleggibile il rivale democratico.

Sullo sfondo restano per il momento anche le manovre per rimettere la decisione finale sulla nomination alla convention del partito la prossima estate. Qui, la maggioranza dei delegati del partito, eletti nel corso delle primarie, voterà in accordo con i risultati nei rispettivi stati di provenienza. Un’altra fetta di delegati, noti come “superdelegati”, avrà a sua volta facoltà di votare per il candidato alla nomination, ma senza alcun vincolo.

La speranza è perciò quella di impedire a Sanders di raggiungere la maggioranza assoluta dei delegati vincolati ai risultati delle primarie, per poi dirottare il voto della convention su un altro candidato “moderato” grazie all’intervento dei “superdelegati”. Anche questa ipotesi è stata messa però in dubbio da molti dopo il nettissimo risultato a favore di Sanders in Nevada. Se quest’ultimo dovesse continuare a salire nel gradimento degli elettori e tardasse a emergere un avversario forte, la maggioranza assoluta dei delegati potrebbe diventare un obiettivo reale per il senatore del Vermont.

Un altro fronte dell’offensiva contro Sanders consiste nel rispolverare le accuse dirette verso Trump nel 2016, trasformandolo nel candidato preferito dal Cremlino. Proprio domenica, cioè il giorno successivo ai “caucuses” del Nevada, il New York Times ha pubblicato un articolo di propaganda per conto degli ambienti dell’intelligence USA per spiegare che il governo di Mosca si sarebbe già messo in moto con l’obiettivo di manipolare l’esito delle primarie a favore di Sanders. Senza una sola prova che non sia la testimonianza di anonime fonti governative o di fidati esponenti del “deep state” ferocemente anti-russi, il Times sostiene che queste manovre rientrano in un piano ben preciso per consegnare a Trump, tuttora il preferito da Putin, uno sfidante facilmente battibile.

Questi tentativi ormai logori dovrebbero convincere gli elettori democratici che la radicalizzazione del dibattito politico negli Stati Uniti non deriva da una situazione sociale esplosiva, prodotta da disuguaglianze economiche fuori controllo, ma dall’azione clandestina dei servizi segreti russi. In una logica quasi impossibile da afferrare, sarebbero dunque le “interferenze” russe ad alimentare le divisioni in una società americana altrimenti quasi priva di conflitti, spingendo gli elettori americani ad abbracciare il programma “socialista” di Sanders.

L’insistenza di ampi settori dell’establishment democratico nel promuovere in chiave anti-Sanders la stessa spazzatura che era alla base del fallito “Russiagate” contro Trump tradisce ancora una volta la natura di questo partito. I suoi vertici e i media che li appoggiano cercano in tutti i modi di impedire una mobilitazione dal basso e sulla base di una battaglia sul fronte economico e sociale contro l’amministrazione Trump, in fase di coagulazione attorno alla candidatura di Sanders, per indirizzare la campagna elettorale 2020 su ben altri binari.

In altri termini, gli oppositori di Sanders nel Partito Democratico non hanno alcun interesse e anzi temono la libera scelta dei propri elettori, perché intendono giocare la sfida per la Casa Bianca sul piano della caccia alle streghe anti-russa, in linea con quanto richiesto dagli ambienti militari e dell’intelligence. Delle probabilità di successo di una simile strategia che volta le spalle ai bisogni di decine di milioni di elettori per abbracciare le esigenze dell’imperialismo USA è quasi superfluo discutere.

Sanders, da parte sua, continua ad alternare una retorica anti-establishment a segnali di distensione verso i centri di potere consolidati contro cui la sua teorica “rivoluzione” dovrebbe scagliarsi. Oltre a non mettere in discussione, se non in minima parte, i principi che guidano tradizionalmente la politica estera USA, inclusi quelli che vogliono la Russia come il principale rivale strategico di Washington, Sanders e il suo entourage insistono spesso sulla necessità di unificare tutto il Partito Democratico, superando le divisioni e contenendo le spinte centrifughe del movimento popolare che sostiene la candidatura del senatore.

Nel concreto, il coordinatore nazionale della campagna di Sanders, il deputato della California Ro Khanna, in una recente intervista televisiva ha fatto riferimento ai modelli di Robert Kennedy e Franklin Delano Roosevelt per assicurare che “nei prossimi mesi” saranno fatti gli sforzi necessari ad ampliare l’elettorato e coinvolgere “tutte le fazioni del Partito Democratico”. Una volta conquistata la nomination, cioè, anche il “socialista” Bernie Sanders si appresterà a operare una svolta “al centro” per cercare di assicurarsi l’appoggio del suo partito che, al momento, sembra rimanere un lontano miraggio.

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