di Fabrizio Casari

Doveva essere il mondiale della nuova Argentina di Maradona, che diceva di voler assaporare, nella gioia del trionfo, una gioia parimenti grande: quella di stringere la mano a Nelson Mandela, uomo simbolo del nuovo Sudafrica, icona della libertà e della giustizia a qualunque latitudine. Magari Mandela riuscirà anche ad incontrarlo, Maradona, ma se ciò avverrà, sarà in veste privata. L’Argentina, infatti, è stata umiliata, più che battuta, da una Germania che, per tutta la partita, ha impartito lezioni di gioco e carattere ai giocatori della Seleciòn. Che è sembrata priva di gioco e di ordine in campo, che copriva male e con affanno. Reparti distanti tra loro e totale assenza sia di schemi che di fantasia. Due elementi, questi ultimi, la cui responsabilità è tutta intera di Maradona.

Lezione numero uno: un fuoriclasse assoluto in campo, non coinciderà necessariamente con uno straordinario tecnico. Il Ct argentino, del resto, ha scelto come un Lippi qualunque, portandosi in Sudafrica un blocco di giocatori che già avevano stentato nella fase eliminatoria precedente il torneo, riuscendo ad arrivare in Sudafrica solo in maniera rocambolesca. E, come Lippi (ma Maradona ci perdonerà per l’accostamento poco carino) ha scientemente stabilito che i giocatori migliori (e più in forma) avrebbero dovuto rimanere a casa o in panchina, per fare posto ad un gruppo di fedelissimi che, alla prova dei fatti, sono risultati soprattutto fedeli ai propri limiti. Chi semina vento raccoglie tempesta, dice un proverbio, e così è stato.

Lasciare a casa Esteban Cambiasso e Javier Zanetti, per schierare Otamendi e Mascherano (l’Inter farebbe bene a pensarci cento volte prima d’investire decine di milioni per acquistare el jefecito) è una bestemmia al dio Eupalla. E tenere in panchina Samuel e Milito, per schierare l’ingessato De Michelis e l’evanescente Higuain è persino peggio. E’ così che si prendono quattro gol e non se ne segna nemmeno uno. Persino Veron, che visti i limiti d’età era sembrato un’azzardo per un torneo dove si gioca ogni 4 giorni, ha visto la gara dalla panchina. D’accordo: la sua presenza rallenta il gioco, ma è anche indiscutibile che l’illumina.

E visto che la velocità non è certo garantita da Mascherano o Rodriguez, tanto valeva inserire Veron: la brujita almeno è uomo di geometrie e precisione, è giocatore capace di ribaltare il campo con tocchi di prima e lanci al millimetro di 40-50 metri, determinante per innescare punte veloci.

Particolarmente deludente Messi, che dimostra come anche uno splendido solista resti con le polveri bagnate quando la squadra intorno a lui non gira. Messaggio chiaro quello pervenuto ieri dal Sudafrica: Messi non é Maradona e Maradona non è Mourinho. Peccato: el pibe de oro ci è simpatico assai. Siamo certi che farà tesoro dell’esperienza.

La Spagna riesce ad avere la meglio sul Paraguay (che ha giocato uno straordinario mondiale) solo con il rotto della cuffia e solo grazie al suo straordinario Villa, uno da cui non puoi mai aspettarti da dove segnerà, ma solo che, comunque, lo farà. Con el nino Torres decisamente ai margini, Villa e Iniesta sono il valore aggiunto sufficiente degli iberici, almeno per ora.

Ma la Germania di Loew e l’Olanda di Snejider e Robben sembrano di ben altro livello. L’Uruguay di Tabarez, pure ottima squadra, non pare essere in grado di fermare gli arancioni e i teutonici, guidati da Schweinsteiger e Ozil, con un Klose che non sembra accusare l’età, sembra capace, con la sua velocità e la sua tecnica, di mandare al tappeto le Furie Rosse. Visti i valori in campo, sarebbe lecito attendersi una finale tra Olanda e Germania. Un finale diverso sarebbe solo golosità da scommettitori arditi.

 

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