di Roberta Folatti

Rugby unificatore


E’ il film che ci si aspetta da Clint Eastwood su un argomento così.

Di ampio respiro ma rigoroso, universale ma costruito sull’addensarsi di dettagli. Sprazzi, pennellate molto umane. Del resto ha al centro la figura di Nelson Mandela, uno dei pochi miti autentici, globali ancora viventi. Un uomo con una tale coerenza e limpidezza di intenti da riuscire a condurre il proprio paese, lacerato da odi apparentemente inestinguibili, fuori dal rischio di una gigantesca guerra civile.


Il Sudafrica, dopo la fine dell’appartheid, era una polveriera pronta ad esplodere, i neri erano stati discriminati e repressi troppo a lungo per non meditare qualche forma di vendetta. Per fortuna il loro leader, riconosciuto ed acclamato, dimostrò di aver ricavato una straordinaria saggezza dall’esperienza del carcere, ventisette anni in una cella di tre metri per tre, a causa delle sue idee e del colore della sua pelle. Una volta libero, senza clamori e con uno stile sempre controllato, è riuscito ad imporre la sua visione, spiazzando sia bianchi che neri.


La storia della squadra di rugby sudafricana, gli Springboks - fino alla Coppa del Mondo del 1995 seguita solo dagli afrikaner, gli abitanti di pelle bianca - viene narrata da Eastwood con mano esperta, competenza anche sportiva, veridicità. Anche chi non conosce il rugby, guardando il film si rende conto di quanto sia fisico, quasi brutale e al tempo stesso autentico.La Coppa del Mondo ospitata dal Sudafrica diventa il pretesto per unire il paese attorno al tifo sportivo, ma per ottenere lo scopo è indispensabile che anche i neri si appassionino al rugby, e soprattutto che gli Springboks vincano. Sempre, fino al titolo finale.


Mandela formula nella sua mente questo progetto, il suo entourage rimane scettico – anche perchè la squadra in quel momento è demotivata e perdente – ma il Presidente riesce a trasmettere la sua determinazione al capitano del Springboks. Cresciuto in una famiglia bianca che non vede di buon occhio i cambiamenti politici in corso, Francois Pienaar, si sente investito di una responsabilità enorme. Ma in lui scatta qualcosa quando intuisce la forza, l’umanità, l’immensa consapevolezza di Mandela. E’ come se quell’uomo diventato un simbolo gli trasmettesse la sua “invincibilità”.


Il film si sviluppa attorno a questo incontro che rappresenta l’esempio concreto, la testimonianza reale di come ognuno possa cambiare, risollevare la testa, rendere fieri coloro che ripongono in lui la propria fiducia. Poetico, morale (e un po’ moralista, ci sia consentito), di grande compattezza stilistica, Invictus è in tutto per tutto un film alla Eastwood.
Ci piace l’idea di riportare sotto la poesia che diede conforto a Mandela durante gli anni di carcere, poi fatta propria anche dal capitano degli Springboks.

Invictus di William Ernest Henley
Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo che va da un polo
all’altro, ringrazio tutti gli dei
per la mia anima indomabile.
Nella morsa delle circostanze,
non ho indietreggiato, nè ho pianto
sotto i colpi d’ascia della sorte,
il mio capo sanguina ma non si china.
Più in là, questo luogo di rabbia e lacrime
Incombe, ma l’orrore dell’ombra
E la minaccia degli anni
Non mi trova, e non mi troverà, spaventato.
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la pergamena,
io sono il padrone del mio destino,
io sono il capitano della mia anima.

Invictus (Usa, 2009)
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Anthony Peckham
Musiche: Kyle Eastwood, Michael Stevens
Casting: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge
Distribuzione: Warner


 

 

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