di Roberta Folatti



I lati oscuri di una vocazione

In apparenza un film inattuale, ambientato com’è in un austero seminario veneziano, in realtà la rappresentazione delle inquietudini e delle insoddisfazioni di molti di noi. Oggi.
Il nuovo film di Saverio Costanzo si intitola In memoria di me richiamandosi alla frase di Cristo che accompagna il momento dell’Eucarestia, ma l’espressione vuole anche alludere al traguardo di un percorso spirituale di perdita di se stessi, che consente di ripartire da nuovi presupposti.

Come si può immaginare il film del regista romano è lento, a tratti ostico, costruito sui silenzi, gli sguardi, le atmosfere. Ma anche su grandi musiche.
Il protagonista Andrea è un giovane che, dopo una fase di introspezione che ha smontato le certezze della sua vita precedente, decide che tutto ciò che ha vissuto sino a quel momento è stata vuoto, senza significato come la libertà di cui ha goduto. Il mondo lo considerava un vincente ma la sua coscienza gli sussurra che ci dev’essere dell’altro, una ricerca interiore più pregnante. Lontano dai clamori di un’esistenza basata sui successi e sulle conquiste materiali.

Per questo sceglie di intraprendere un percorso di noviziato all’interno di un convento veneziano, dove attenersi alle Regole, in particolare a quella del silenzio, è la prima cosa che viene richiesta. Sembra semplice, ma per chi è abituato a stare in un mondo chiassoso, tutto concentrato sull’esteriorità, le prove a cui l’Ordine sottopone i futuri sacerdoti sono assai impegnative e producono reazioni anche forti.

Andrea si ritrova a fianco altri giovani come lui, ciascuno con un passato e una motivazione diversa, che scavano dentro se stessi per cercare una vocazione autentica. L’ambiente è chiuso, soffocante, i novizi vengono scrutati - metaforicamente e letteralmente - da superiori severi. Fra loro vige una sorta di principio di delazione, secondo il quale ciascuno spia gli altri e segnala eventuali mancanze ai Padri responsabili.
Costanzo spiega che il suo film non ha la pretesa della verosimiglianza, “In memoria di me” non vuole essere un reportage all’interno dell’Istituzione ecclesiastica.

Al di là delle intenzioni, ciò che questo lavoro trasmette è l’ansia di un gruppo di giovani che cerca disperatamente un appiglio, un ancoraggio di senso, fuggendo da un mondo capace di offrire solo valori superficiali, transitori, privi di un vero radicamento interiore. Anche la libertà di cui oggi si gode molto più di una volta, quando si era vincolati da problemi economici, tradizioni rigide, pesi familiari, sembra non essere una conquista significativa, si svuota di valore.

I giovani novizi cercano rifugio in un universo regolato, scandito da una serie di doveri, in cui più che prendere decisioni ci si lascia guidare. Costanzo è bravo nella regia, le scene sono girate con sapienza e grande senso estetico, gli ambienti maestosi ma cupi del convento veneziano risuonano di passi, veglie notturne, ripensamenti. Andrea impara a conoscere i suoi compagni e i superiori, cercando di interpretare ogni segno visibile sui loro volti.

La scena del bacio dato da un novizio insubordinato al Padre superiore ha fatto piuttosto scalpore, infastidendo il regista che intendeva andare oltre il significato più superficiale, con una citazione del Grande Inquisitore di Dostoevskij.

In memoria di me è un film intenso ma presuppone l’abbandono di certi cliché cinematografici: la suspense c’è ma è tutta interiore, racchiusa nel mistero delle scelte individuali.





In memoria di me (Italia, 2006)
Regia: Saverio Costanzo
Sceneggiatura: Saverio Costanzo
Fotografia: Mario Amura
Cast: Christo Jivkov, Filippo Timi, Marco Baliani, Fausto Russo Alessi, Andrè Hennicke
Distribuzione: Medusa Film

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