Stupisce e nello stesso tempo provoca ribrezzo la caparbietà autolesionista colla quale il gruppo dirigente ucraino creato a tavolino, foraggiato e diretto da NATO e Stati Uniti, si ostina nel rifiuto di prendere atto del fallimento delle sue vaneggiate controffensive, istigando il popolo ucraino a resistere fino all’ultimo, come se il nemico fosse alle porte di Kiev.

Non si tratta invece della conquista di Kiev, prospettiva mai prevista da Putin e dallo stato maggiore russo, ma di negoziare ponendo le basi della giusta pace che eviti ai contendenti, e soprattutto al popolo ucraino, ulteriori inutili sofferenze. In questa ottica risulta decisivo l’esaurimento della carne da cannone da buttare sul piatto della bilancia del massacro, mentre aumenta il numero dei disertori ed obiettori di coscienza, soprattutto sul lato ucraino del macello. A meno che, quindi, la follia guerrafondaia della NATO non giunga al punto da inviare truppe combattenti in gran numero, oltre a quelle da tempo già presenti sul terreno travestite da mercenari, la fine della guerra appare come l’unica opzione praticabile.

 

Par di capire, del resto, come gli stessi quartieri generali politici e militari dell’Alleanza Occidentale - e quindi soprattutto degli Stati Uniti - siano attraversati da un intenso dibattito al riguardo, come dimostrato da uscite per nulla occasionali di alcuni suoi alti esponenti. Lo stesso Biden, che si accinge ad affrontare una sfida molto ardua con Trump o altro candidato repubblicano, dovrebbe essere consapevole del fatto che arrivare alle elezioni presidenziali statunitensi dell’ottobre 2024 con la guerra in corso e una situazione presumibilmente peggiore dell’attuale per Kiev e NATO, potrebbe rivelarsi esiziale per le sue residue scarne possibilità di successo.

In un quadro che resta contrassegnato dallo sconfortante nullismo dei governi europei, che pure continuano a rinfocolare la guerra inviando armamenti in mezzo al crescente malcontento delle proprie popolazioni, l’unica speranza di un negoziato che porti alla pace è oggi rappresentato dal lucido e coerente impegno del governo cinese da un lato, e dall’infaticabile opera di Papa Francesco dall’altro, mentre pure si moltiplicano i candidati, a volte improbabili, come Arabia Saudita e Turchia, al ruolo di mediatori.

I punti di base restano quindi i dieci enunciati a suo tempo dal governo cinese (https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/zxxx_662805/202302/t20230224_11030713.html). In tale quadro di principio devono trovare collocazione le questioni concrete la cui mancata soluzione ha provocato l’insorgere del conflitto e che costituiranno permanenti motivi di contrasto impedendo l’avvento di una pace giusta. Si tratta in sostanza dei due temi seguenti.

  1. 1. Sovranità ucraina e ruolo del Paese come ponte tra Est ed Ovest, il che esclude l’adesione del Paese alla NATO, in qualsiasi forma e con qualsiasi territorio. La prospettiva di una Ucraina, sia pure in versione ridotta, membro della NATO, perpetuerebbe infatti ad infinitum l’esistenza del pomo della discordia, creando una situazione di conflitto permanente destinata a sfociare prima o poi in uno scontro generalizzato.
  2. 2. Destino dei territori contesi (Crimea, Donbass), da decidere in conformità al voto liberamente espresso dalle rispettive popolazioni. Il contesto storico fa propendere per soluzioni differenziate, privilegiando l’integrazione della Crimea nella Russia e la ricerca di forme di autonomia internazionalmente garantite per il Donbass, elaborando una sorta di Ipotesi Minsk 3, seppure cinquecentomila morti e inaudite devastazioni dopo.

Occorre essere consapevoli del fatto che tali soluzioni erano praticabili da tempo e che sono state coscientemente sabotate da Stati Uniti e NATO, che hanno manovrato i propri burattini locali per farle fallire. Il fallimento e la guerra che ne è conseguita hanno consentito agli attori internazionali appena citati di mietere notevoli risultati, conseguendo innegabili vantaggi nei rapporti coll’Europa sempre più loro asservita, nonché dal punto di vista dei profitti ottenuti da lobby decisive come quella degli armamenti e quella energetica. Al tempo stesso però, gli attori in questione registrano un crescente isolamento sul piano internazionale, derivante in buona parte da fattori preesistenti al conflitto, ma che il conflitto stesso ha indubbiamente contribuito ad accelerare.

La classe dirigente statunitense, quale che ne sia la composizione nel prossimo futuro, dovrà fare i conti coi dati inoppugnabili della situazione sul terreno e con quelli altrettanto evidenti del quadro internazionale in rapida evoluzione. Data l’inesistenza dell’Europa come soggetto politico internazionale di una qualsiasi rilevanza, i destini della pace mondiale sono oggi più che mai nelle mani della Casa Bianca. A meno che non si registri l’auspicabile ribellione dei popoli europei, vittime predestinate, insieme a quello ucraino, di questa strage assurda e criminale.

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