Una delle prime preoccupazioni degli assassini è quella di far sparire i testimoni dei loro crimini. Trattandosi di crimini politici su vasta scala, come il recente golpe in Bolivia contro Evo Morales con annessi massacri, si tratta di far sparire i giornalisti, quelli onesti ovviamente, non gli embedded che fanno finta di fare i giornalisti. Eliminandoli fisicamente.

Per questi motivi suscita molti e giustificati interrogativi la morte del giornalista argentino Sebastián Moro, che viveva a La Paz dal febbraio 2018, svolgendo un’intensa attività informativa per la stampa e le radio locali ed era anche inviato speciale del noto quotidiano argentino Pagina 12 e di molti altri organi di informazione indipendenti, comunitari ed alternativi latinoamericani.

Moro lavorava per media appartenenti alla Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia, un’importante organizzazione di massa molto attiva tra agricoltori ed indigeni. Il suo ruolo nell’informazione relativa al colpo di Stato e agli attacchi fascisti che lo hanno preceduto ha attirato su di lui l’attenzione di gruppi terroristici di estrema destra. Non è casuale che la sua ultima nota a Pagina 12, inviata il 9 novembre, riguardava proprio gli sviluppi del colpo di Stato in una giornata contrassegnata dagli ammutinamenti dei poliziotti favorevoli ai golpisti. Quello stesso giorno Moro aveva assistito alla devastazione degli uffici dove lavorava da parte delle bande fasciste che hanno costituito il detonatore del colpo di Stato.

Dopo l’invio dell’ultima corrispondenza non si sono più avute notizie di Sebastian, successivamente ritrovato, dopo l’intervento della famiglia, in stato di incoscienza all’interno dell’appartamento dove viveva e ricoverato d’urgenza in una clinica privata di La Paz. Nonostante le cure ricevute in terapia intensiva le condizioni del giornalista si sono progressivamente aggravate, fino al coma profondo e poi alla morte.

Occorre stabilire se le numerose lesioni interne ed esterne, contusioni multiple e politraumi rinvenute sul suo corpo siano effettivamente riconducibili all’incidente cardiocircolatorio, causa ufficiale della sua morte. Potrebbe invece essersi trattato di una brutale aggressione, accompagnata dalla sottrazione dei ferri del mestiere: un giubbotto con la scritta “giornalista della CSUTCB”, il registratore e il quadernetto degli appunti.

La vicenda va del resto collocata nel quadro della vera e propria caccia cruenta a giornalisti, dirigenti sociali e funzionari pubblici con relativi familiari, scatenata proprio in quei giorni dalle orde fasciste che agivano e continuano ad agire in Bolivia su ispirazione dell’amministrazione Trump e con l’aperto sostegno delle Forze armate e della Polizia.

Proprio nelle ore in cui Moro viveva la conclusione della sua operosa esistenza venivano incendiati e saccheggiati in modo sistematico gli organi informativi schierati con il legittimo governo di Evo Morales.

Il direttore generale dei mezzi informativi della CSUTCB a La Paz, José Aramayo, subiva, quello stesso giorno, un tentativo di linciaggio da parte delle squadracce cui seguiva un arresto da parte della Polizia con motivazioni pretestuose. La notte del sabato in questione vari mezzi pubblici di informazione come Red Patria Nueva, Bolivia TV, Canal Abya Yala, ed altri, venivano silenziati in modo violento da forze di Polizia e paramilitari. La famiglia ha denunciato l’accaduto alla Commissione Interamericana dei diritti umani che si è occupata, fra le altre cose, dell’attacco, tuttora in corso, alla libertà d’informazione nel Paese.

Occorre far luce su ogni aspetto della morte di Sebastian Moro, portandolo quanto prima all’attenzione delle giurisdizioni competenti. Queste ultime, compresa la Corte penale internazionale, potrebbero ben presto essere chiamate a investigare su molti dei crimini commessi dai golpisti.

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