Biden, Putin e le ombre cinesi

di Michele Paris

“Non si tratta di fiducia. Ma dei nostri interessi e della verifica di questi stessi interessi”. In questa frase pronunciata da Joe Biden dopo il faccia a faccia con Vladimir Putin è riassunto in sintesi il senso del vertice di mercoledì a Ginevra. A spiegare l’incontro, voluto dalla Casa Bianca, è in altre parole l’ipotesi di una svolta tattica da parte americana per congelare o,...
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G7 e NATO, le sfide di Biden

di Michele Paris

Lo scenario della prima visita in Europa da presidente degli Stati Uniti di Joe Biden è cambiato nella giornata di lunedì dalla spiagge della Cornovaglia alla sede della NATO di Bruxelles, ma in cima alla lista delle priorità di Washington resta il nodo della competizione con la Cina. Se il metro di paragone deve essere la precedente amministrazione Trump, apparentemente l’inquilino democratico della Casa Bianca ha ottenuto un qualche successo nel tentativo di ricompattare gli alleati occidentali attorno alla linea americana. Dietro le apparenze, persistono tuttavia profonde divisioni tra le due sponde dell’Atlantico, così come all’interno della stessa Europa, sull’approccio alla “minaccia” cinese, tanto da mettere subito...
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di Liliana Adamo

Se la storia d’amore fra John Gray ed Elizabeth McGraw durò in tutto nove settimane e mezzo, quella del ministro Corrado Passera (Infrastrutture e Sviluppo) con Eni ed Edison, frutterà ancora meno, sette settimane circa. Sorvolando sul parallelo, sembrerebbe che la febbre dell’oro nero abbia ottenebrato qualsiasi capacità di ponderazione, preso com’è, il governo Monti, dalle smanie erotizzanti per le trivellazioni nel Mediterraneo. Tante trivellazioni, le quali, al di là d’ogni frangente, produrranno appunto sette settimane di copertura energetica per l’intero territorio nazionale.

Anacronismo nano? Brigantaggio marittimo tout court, oppure la solita, annosa miopia di sistema, che ha trasformato la fisionomia del belpaese in una carretta arrabattante? Economicamente privo di senso, con un dispendio di risorse ambientali senza precedenti, il progetto trivellazioni selvagge si appresta a essere l’ennesima trappola a danno di un già fragile ecosistema marino, nonché del turismo, della pesca, dei cittadini. L’irragionevole corsa al petrolio (e in quantità davvero modeste), riguarderebbe l’Adriatico centromeridionale, il Canale di Sicilia, il Mar Ionio e il Golfo d’Oristano; accaparratrici dei 30mila chilometri quadrati di fondali, sono compagnie nazionali (Eni/Edison), le uniche ad aver intrapreso il business petrolifero made in Italy, trivellando in prossimità delle coste siciliane.

Greenpeace, Lega Ambiente, comitati e istituzioni locali, reagiscono sul nascere alla de-regolamentazione sancita dal nuovo decreto Sviluppo, che, attenzione, potrebbe essere presto ratificato in via definitiva al Parlamento. Sono nove le trivelle in funzione nei mari italiani, a queste si aggiungerebbero ben altre settanta, per produrre sette settimane energetiche, in toto; i nostri complimenti al ministro Corrado Passera, già bollato da Lega Ambiente alla stregua di un: “…pirata del mare, per aver riaperto tutti i procedimenti, atti alla prospezione, la ricerca e l’estrazione petrolifera…”.

Perché, in buona sostanza, la sintesi di un documento presentato da Giorgio Zampetti, Stefano Ciafani e Angelo Di Matteo (membri di Lega Ambiente e Goletta Verde), titolato appunto, “Trivella Selvaggia”, evidenzia misteri e discrepanze in merito alla scellerata decisione di riscattare un percorso archiviato due anni fa, da un provvedimento legislativo (128/2010), emanato dopo l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.

E mentre le compagnie fremono per avere la loro fetta di trivellazioni, il report di Lega Ambiente e Goletta Verde rende palese l’inutilità dal punto di vista economico, giacché, nel primo semestre del 2012, l’uso energetico si è notevolmente ridotto per la crisi e grazie anche alle campagne informative volte all’oculatezza, orientate ad aziende e famiglie. Allo stato dei consumi attuali e secondo i dati aggiornati dallo stesso potere esecutivo, le riserve certe di petrolio serbate in profondità dei nostri mari, non sarebbero sufficienti a soddisfare il fabbisogno nazionale neanche per un anno. A che pro, allora, la corsa all’oro nero per un contentino di sette settimane?

Intanto che la Sicilia corre ai ripari con la tempestiva richiesta al ministero dell’Ambiente, d’istituire una Zona di Protezione Ecologica nel Canale, resta una valutazione: a fronte di un esiguo ritorno nelle casse del territorio, nel 2011 Eni ed Edison hanno versato meno di un milione e mezzo d’euro di royalties estraendo gas/petrolio in terra e mare, ma il canone per le concessioni al largo delle coste, è devoluto interamente alle casse statali. Nella sola Sicilia sono ventinove le richieste (cui undici già autorizzate con perforazioni a scopo “esplorativo”), nel tratto di mare occupato dalla piattaforma Vega-A (Eni); zona, tra l’altro, determinante per la riproduzione di specie autoctone e commerciabili (nasello e gambero rosa).

L’appello a fermare le trivelle ha già raccolto l’adesione di trentanove comuni (l’ultimo in ordine di tempo, quello agrigentino), associazioni di pescatori e comitati locali. Vedremo fino a che punto si spingerà il disegno ottuso dell’amministrazione Monti, perseverando con pratiche fameliche che hanno fatto il loro tempo, laddove (come in molte altre nazioni, Europa compresa), si tenta di scavalcare il gap dei combustibili fossili, attraverso l’utilizzo di fonti energetiche pulite e più eco-compatibili.

 

 

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