di Alessandro Iacuelli

Le autorità egiziane hanno aperto un'inchiesta per capire i motivi per i quali la Jolly Amaranto della compagnia "Ignazio Messina" di Genova sia finita in secca durante il suo ingresso nel porto di Alessandria d'Egitto. La nave è affondata mentre, con i motori in avaria, era trainata dai rimorchiatori dello scalo marittimo. I sub della marina militare egiziana hanno condotto un'ispezione per individuare la falla e identificarne le dimensioni. Intanto tutti e 21 membri dell'equipaggio sono stati messi in salvo da uno dei rimorchiatori che stavano effettuando le manovre.

E' solo l'ultimo dei misteri. Non solo della Jolly Amaranto, ma della compagnia genovese Ignazio Messina. Per quanto riguarda la Amaranto, la nave era arrivata in serata in rada trainata dal rimorchiatore d'altura Simoon noleggiato dalla compagnia per il recupero. E' stata poi presa in consegna dai rimorchiatori e dai piloti del porto d'Alessandria. Intorno all'una di notte ha urtato contro la roccia che delimita il canale di accesso al porto e si è incagliata, imbarcando acqua.

A causare l'incidente potrebbe essere stata una manovra errata dei rimorchiatori o dei piloti che avevano in consegna la nave. Gli accertamenti sono in corso, la Messina sta definendo l'incarico al gruppo Smit, specializzato in soccorso marino, per il recupero della nave, in collaborazione con le autorità egiziane.

La nave portacontainer, numero IMO 7616365 (è il numero d’identificazione navale) e numero MMSI 247130000 (il numero che identifica la radiofrequenza della stazione radio di bordo), lunga 145 metri, costruita in Giappone nel 1977 dalle Kawasaki Heavy Industries, si trovava davanti alle coste egiziane. Con i motori in avaria, si è trovata in balìa di una tempesta che ha provocato inclinazioni di 30-40 gradi. Situazione pericolosissima, che per una nave a pieno carico vuol dire possibilità di rovesciamento. La conseguenza è stata il lancio dell'SOS marittimo, e della richiesta di abbandonare la nave. Operazione non semplice, con un vento troppo forte e un mare forza 10, il che significa onde alte 13 metri e raffiche di vento oltre i 100 chiilometri orari.

Sul piano del disastro marittimo e su quello umano, la situazione è stata chiara fin da subito. Quel che è stato meno chiaro è tutto quello che riguarda il carico. La Jolly Amaranto aveva a bordo alcuni camion, delle auto e 313 container di cui 38 contenenti merci pericolose, e durante quegli sbandamenti, ha perso in mare una decina di container. L'armatore, attraverso il suo amministratore delegato Andrea Gais, ha assicurato che le sostane chimiche finite in mare "non possono comunque provocare un disastro ambientale".

In base a cosa? Probabilmente solo in base alle polizze di carico, il che vuol dire che è vero a patto di fidarsi ciecamente dei controlli doganali fatti al momento dell'imbarco. Di sicuro, solo degli accurati rilievi e analisi potranno dare una risposta più sensata, e magari meno emotiva. Infatti, dalle polizze di carico risulta che si tratti di vernici, resine, additivi, gomma. Purtroppo, quindi, di sostanze che sono l'opposto di quelle che "non possono provocare un disastro ambientale".

Non è tra l'altro la prima volta che la compagnia genovese si trova ad affrontare casi imbarazzanti, di cui solo l'ultimo è questa tempesta praticamente perfetta per far perdere container ad una nave, con la Jolly Amaranto che si è trovata casualmente ad essere l'unico natante a trovarsi al suo interno.

Il 10 settembre del 2002 un incendio a bordo della Jolly Rubino, vicino alle coste del Sudafrica, portò al naufragio della nave. A salvare l’equipaggio, allora, fu un elicottero che calò il suo cestello fin sulla nave in fiamme, consentendo a tutti i membri di lasciare in tempo la nave. La Rubino, senza equipaggio, andò alla deriva, a spiaggiarsi sulla costa che ospita uno dei parchi naturali più famosi del continente africano, il "Greater St Lucia Wetland Park". Anche la Rubino trasportava, tra le altre cose, prodotti chimici pericolosi.

Carol Moses, all'epoca portavoce del ministero dell’Ambiente e del Turismo sudafricano, definì la vicenda come "evento unico al mondo, dove per la prima volta dobbiamo fronteggiare un incendio, un inquinamento da olio combustibile e il rischio chimico". In quell'occasione, la compagnia Messina, con molto senso di responsabilità, aveva speso sette milioni di dollari per la rimozione del greggio e per tutta una serie di misure di prevenzione adottate dalle autorità sudafricane, comprese il continuo monitoraggio, marittimo e aereo della zona circostante il relitto, allo scopo di individuare qualsiasi nuova situazione d’inquinamento.

Se risaliamo indietro nel tempo, un’altra nave della Messina, la Motonave Rosso, ex Jolly Rosso aveva fatto tremare - e fa ancora tremare - l'Italia stessa. Il 14 dicembre 1990, esattamente 20 anni prima dell'affondamento della Amaranto, la nave si arenò sulla spiaggia di Amantea, in provincia di Cosenza. In seguito all'episodio vennero aperte diverse inchieste, per il sospetto che trasportasse rifiuti tossici, ma nella gran parte le indagini si sono chiuse con l'archiviazione. La compagnia si è difesa in tutti i modi, con un memoriale presente ancora sul loro sito internet, ma anche giudiziariamente, senza tuttavia mai riuscire a dissipare i dubbi. Il carico è andato perduto, e da alcune carte rinvenute a bordo si intuisce che il carico reale non era certamente coincidente con quello dichiarato.

Proprio per non farsi mancare niente, nell'aprile 2009 la Jolly Smeraldo è stata attaccata dai pirati al largo di Mogadiscio, per due giorni consecutivi. Certo, tutti questi danni non hanno causato molte perdite alla Messina, che è sempre stata coperta, navi e carichi, dalle assicurazioni sui sinistri marittimi. Il danno maggiore è stato un danno d’immagine, causato dal caso della Rosso.

Proprio per evitare che quanto successo all'Amaranto possa rinnovare dubbi e sospetti ed alimentare somiglianze con il caso di Amantea, c'è da fare un piccolo e banale ragionamento. Se i container coincidenti le merci pericolose non sono stati persi in mare, e se sono ancora sulla nave, allora il problema potrebbe anche non esserci, a patto che le operazioni di recupero nel porto egiziano siano rapide. In caso contrario, il disastro ambientale potrebbe essere già avvenuto.

Al momento non sappiamo ancora se quei container sono andati perduti o no, ma sarebbe certamente preferibile saperlo. In questo, sarebbe auspicabile una comunicazione molto responsabile da parte della compagnia di navigazione.

di Carlo Musilli

Invece di prendere provvedimenti per migliorare la qualità dell'aria, hanno passato il tempo a friggerla. Per due settimane i rappresentanti dei 193 stati riconosciuti dall'Onu si sono riuniti a Cancun per discutere della situazione climatica del pianeta. I due documenti presentati al termine del summit sono più che altro dichiarazioni d'intenti, nemmeno troppo altisonanti. Sapevamo di non poterci aspettare un vero e proprio trattato, ma il vertice non ha prodotto nemmeno un singolo provvedimento vincolante. Niente di realmente operativo, niente di nuovo.

A ben vedere, messa da parte la questione ambientale in senso stretto, l'unico vero successo si registra sul piano della diplomazia. Il "Cancun Act" riporta il dibattito nella logica multilaterale dell'Onu, archiviando il disastroso accordo raggiunto a Copenaghen l'anno scorso, che era stato siglato da soli 80 paesi.

Stavolta, invece, le firme sono ben 192. Tutto il mondo attribuisce il merito di questo risultato alla messicana Patricia Espinosa Cantellano, che ha presieduto il summit. Fine diplomatica, la Castellano è stata in grado di mettere d'accordo esigenze diverse come quelle di Cina, Stati Uniti, Unione Europea e Giappone. Esaltati da questo clima di rinnovata concordia, molti sostengono che il "Cancun Act" abbia aperto la strada a un accordo globale e legalmente vincolante, che potrebbe essere scritto e firmato l'anno prossimo al vertice di Durban, in Sudafrica.

Gli apologeti dell'ultima ora dimenticano però che quel testo doveva essere siglato già l'anno scorso, a Copenaghen. L'unica certezza di oggi è che ancora non abbiamo nulla in mano, anche perché la nuova intesa è stata raggiunta solo grazie a un accordo scialbo e privo d'incisività.

La Bolivia è stata l'unico Paese al mondo a rifiutare il "Cancun Act". Pablo Solon, il negoziatore inviato da La Paz, si è ostinatamente rifiutato di firmare il documento, da lui considerato un'autorizzazione all' "ecocidio".  Eppure stavolta si erano convinti a collaborare perfino i suoi alleati dell'Al.ba (Alternativa Boliviana), gruppo contestatore dei vertici sul clima. Niente da fare, per Solon il testo continua ad essere troppo debole, prostrato agli interessi degli Stati Uniti. Inoltre, la Bolivia non ha gradito la scarsa attenzione riservata al summit di Cochabamba, dove lo scorso aprile i rappresentanti di 142 paesi avevano raggiunto un accordo sulle misure da adottare contro l'effetto serra. Le loro proposte sono state del tutto ignorate a Cancun.

Non sarà un grandissimo negoziatore, ma Solon non ha tutti i torti. Per gonfiare i risultati del vertice di Cancun, in questi giorni si sta celebrando come grande novità il "Green Climate Fund", che in realtà era già stato concepito nel 2009 a Copenaghen. Si tratta di un fondo che, a partire dal 2020, raccoglierà ogni anno 100 miliardi di dollari donati da Stati Uniti, Giappone e Unione Europera. Nel triennio 2010-2012, invece, saranno stanziati 30 miliardi per le situazioni più urgenti. I soldi serviranno ad incentivare la produzione di tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo. Un'iniziativa importante, se si considera che il protocollo di Kyoto non obbliga questi paesi ad alcun taglio delle emissioni.

A gestire il fondo fino al 2013 sarà la Banca Mondiale, che si doterà di un direttorio composto da rappresentanti di 24 paesi, equamente divisi fra nazioni sviluppate e in via di sviluppo, a cui si affiancheranno membri di alcuni piccoli stati insulari a rischio. Oltre al varo del "Green Climate Fund", il summit ha inoltre stabilito la creazione di un Comitato tecnologico e di un Centro per la Tecnologia Climatica, che avrà il compito di allestire una rete globale per lo sviluppo sostenibile. Stop. La pars costruens finisce qua.

Per il resto, il "Cancun Act" esorta i paesi ricchi a tagliare le emissioni entro il 2020 da un minimo del 25 a un massimo del 40% rispetto ai livelli del 1990. Ma questo punto è già discusso in un tavolo di lavoro sul Protocollo di Kyoto, quindi non coinvolge gli Usa, che hanno sempre rifiutato di firmare il trattato. In ogni caso, si tratta sempre e solo d’impegni volontari, sulla fiducia.
Fra le varie iniziative ribadite a Cancun, inoltre, figura il programma "Redd+" contro la deforestazione tropicale, una delle cause principali dell'effetto serra. In via secondaria, già che ci si trova a dover smettere di deforestare, il documento invita anche a rispettare i diritti delle popolazioni indigene.

Nel frattempo, sulla Terra, la concentrazione media di CO2 nell'aria è di 390 parti per milione, ben superiore alla soglia di sicurezza, indicata dagli scienziati di mezzo mondo a 350. Oltre quel limite, infatti, il riscaldamento dell'atmosfera è superiore a 1,5 gradi Celsius e potenzialmente disastroso. Ci sarebbe di che preoccuparsi, ma a Cancun ha prevalso ancora il pragmatismo: Connie Hedegaard, la commissaria europea per il clima, ha sottolineato per l'ennesima volta la "volontà comune" di "contenere l'aumento della temperatura media planetaria entro 2 gradi". Intanto, una commissione speciale studierà un modo per arrivare a 1,5 e salvare così il pianeta.

Tutto rimane aleatorio, tutto è rinviato. Ancora non si sa nemmeno se il Protocollo di Kyoto conoscerà davvero una seconda fase, eppure il suo primo obiettivo (la riduzione del 5% delle emissioni rispetto al 1990) scadrà già nel 2012. Ogni cosa rimane nella dimensione rassicurante degli auspici, delle esortazioni. A Cancun si è svolto un summit essenzialmente politico, che non ha risolto niente. Continuiamo a respirare la stessa aria, aspettando Durban.

 

 

di Giuliano Luongo

A circa un mese dalle manifestazioni di protesta organizzate dai comitati cittadini in varie parti d’Abruzzo, abbiamo avuto l’occasione di vedere di recente come quello che sembrava un “semplice” caso d’incompetenza delle amministrazioni locali abbia iniziato a prendere una connotazione più estesa. Non solo riguardo la risonanza del caso sul territorio nazionale, ma soprattutto per quanto riguarda i “massimi sistemi all’opera”, riguardo cioè le connessioni economiche con i partner preferiti del nostro chiacchierato governo.

Ma andiamo per ordine, iniziando dal primo fatto interessante: poco prima della precoce “chiusura per ferie” del Parlamento, il deputato del PD Walter Verini ha depositato a sua firma un’interrogazione indirizzata ai Ministri dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare, dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti, per i Beni e le Attività Culturali, in merito al progetto di realizzazione del metanodotto SNAM “Rete Adriatica”. L’interrogazione è stata “decorata” dalle firme di altri esponenti del Partito Democratico, quali  Massimo Vannucci e Maria Letizia De Torre, gli abruzzesi Giovanni Lolli e Vittoria D'Incecco, la toscana Raffaella Mariani e Sandro Gozi. Hanno appoggiato l’interrogazione anche la senatrice radicale Donatella Poretti ed i membri di radicaliperugia.org Liliana Chiaramello ed Andrea Maori.

Fine ultimo dell’interrogazione? Spingere i nostri taciturni e spesso non perfettamente informati ministri a fornire maggiori chiarimenti sul rispettato o meno delle direttive comunitarie in materia di valutazione di impatto ambientale (VIA) e di valutazione ambientale strategica (VAS). Come già sottolineato agli albori dell’intervento SNAM, sono presenti numerose criticità sul territorio attraverso il quale il tracciato del gasdotto dovrebbe snodarsi: non si tratta solo di aree boschive o protette, ma anche di zone a rischio sismico e idrogeologico.

In particolare, è stato attaccato il modo superficiale col quale è stata condotta la VIA: in alcuni tratti sono stati ignorati fattori determinanti per la sicurezza dell’area, altri sono stati bellamente ignorati. Per condire il tutto, le procedure nelle diverse aree sono state portate avanti senza collegamento ed in violazione della normativa vigente dell’Unione Europea. Non risulta chiaro il perché della deviazione sulla tratta appenninica del gasdotto che di norma avrebbe dovuto seguire la più sicura tratta adriatica.

E’ interessante ricordare come, in data 7 ottobre 2010, la commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale (VIA e VAS) del Ministero dell’Ambiente abbia espresso parere favorevole riguardo la compatibilità ambientale del tratto del gasdotto sul percorso Sulmona - Foligno e sulla centrale di compressione di Sulmona. Tale Commissione ha prima posto come condizione l’ottemperamento obbligatorio a numerose condizioni in tema di sicurezza, che appaiono clamorosamente contraddittorie rispetto allo stesso parere favorevole al quale abbiamo fatto riferimento appena un paio di righe fa. I “governativi” stessi fanno notare come “[...]la centrale di Compressione di Sulmona, come si evince da Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani 2004 (CPTI04) redatto dal Gruppo di lavoro CPTI 2004 dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dal DataBase Macrosismico Italiano 2008 (DBMI08, INGV), si trovano in un territorio ad elevata pericolosità sismica, sia dal punto di vista della frequenza di eventi che dei valori di magnitudo”1

L’interrogazione ricorda che già lo scorso giugno era stato presentato ricorso alla Commissione europea da parte delle amministrazioni pubbliche delle aree direttamente colpite (Province di Pesaro-Urbino e di Perugia, Comunità Montana Catria e Nerone, Comune di Gubbio e Comune dell’Aquila); inoltre diversi enti territoriali hanno già presentato gli anni scorsi - quando ancora il progetto SNAM era in fase preliminare - numerosi pareri negativi riguardo la costruzione del gasdotto. Viene sottolineata infine un’assenza di lusso, quella della VAS: se la VIA infatti ci si è limitati a farla male, l’altra è stata del tutto dimenticata, a conferma di quanto arraffazzonata possa essere la pianificazione di un gasdotto su di una faglia sismica. Ricordiamolo per i più distratti: GAS su di una FAGLIA SISMICA. Un’ottima decisione solo in caso di preparazione di uno spettacolo pirotecnico, ma in altri casi lasciateci avere dubbi.

L’interrogazione si chiude con la richiesta della convocazione di una tavola rotonda da parte dei Ministri, onde coinvolgere SNAM, amministrazioni locali e soprattutto comitati di cittadini per valutare assieme le criticità del progetto e le discusse decisioni degli addetti alle procedure di valutazione; inoltre si richiedono sospensione ed eventuale spostamento del tragitto del gasdotto nel caso non si risolvano i suddetti problemi, tutto questo in linea con quanto stabilito dalla normativa europea. Tutto bello, tutto interessante: spenderemmo fiumi di codice HTML per parlare della dettagliata risposta governativa che – guarda caso – non c’è ancora stata.

Accantonando per un attimo speranze in questo senso, visti gli impegni più importanti e soprattutto personali di chi guida il paese, rimane un ultimo quesito: possiamo ancora parlare solo di “problema locale”? Purtroppo no. In primo luogo, far passare una simile linea da parte della SNAM significherebbe condannare i cittadini di ogni area potenzialmente attraversabile da ogni tipo di condotta a trovarsi seduti su dei tubi (e potevamo dire di peggio) senza che nessuno muova un dito. In secondo luogo, è d’uopo far notare come la rete adriatica si connetta in una serie di progetti ben più ampi, applicazione pratica della ridondante politica energetica del nostro paese (sì, c’entra anche Putin).

Il faraonico progetto South Stream, gasdotto alternativo alla linea trans-ucraina fortemente voluto da Mr. Bunga Bunga a scapito del progetto cofinanziato dalla UE, si aggancerebbe alla nuova rete progettata dalla SNAM; senza dimenticare che nel progetto rientra anche l’allacciamento con la Green Stream, la nuova rete di approvvigionamento gas in collaborazione con Tripoli. Ebbene, i comitati cittadini non si trovano dunque solo coinvolti a difendere il proprio territorio da un’amministrazione quantomeno brilla, ma dalle grandi manovre energetiche che coinvolgono tre paesi.

Non rimane che affidarsi agli ormai sfibrati strumenti democratici, sperando che nel mentre la forza della protesta riesca a raggiungere i mezzi di comunicazione mainstream e portare i riflettori su questo ennesimo abuso sponsorizzato dallo Stato.

 

 

di Alessandro Iacuelli

Ancora non decolla in Italia il Sistri, il Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti, quello che dovrebbe modernizzare, informatizzare e controllare la filiera dei rifiuti speciali in Italia, più i soliti rifiuti urbani nella Regione Campania. Almeno sulla carta, e solo quando sarà completamente operativo, sarà lo strumento principale per la lotta all'illegalità nel settore dei rifiuti speciali, illegalità di cui l'Italia ha il primato in Unione Europea.

D'altra parte, se l'Italia è stabilmente il teatro delle ecomafie europee e mediterranee, è proprio perché fino ad oggi sui rifiuti industriali si è rivelata debole ogni funzione di controllo e di efficace prevenzione. Con un sistema informatizzato come il Sistri, diventerebbe certamente più difficile far sparire ogni anno milioni di tonnellate di scarti industriali. Infatti, il sistema di rilevazione dei dati permette di facilitare fortemente i compiti delle autorità, con tanto di un sistema di controllo e tracciamento dei rifiuti, la cui gestione è stata affidata, dal Ministero dell'Ambiente, al Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente.

Il sistema è stato annunciato già nel 2009, ma ancora oggi stenta a decollare e non si riesce ancora a controllare la movimentazione dei rifiuti speciali lungo tutta la filiera, fino alla fase finale di smaltimento dei rifiuti, con l’utilizzo di sistemi elettronici in grado di dare visibilità al flusso in entrata ed in uscita degli autoveicoli nelle discariche. Ma a prendere posizione in modo deciso contro il sistema che potrebbe sconfiggere le attività ecomafiose, non sono le mafie, che da decenni lucrano sugli smaltimenti industriali, ma proprio le principali associazioni imprenditoriali italiane.

Dopo tanti rinvii, nei giorni scorsi il sistema di tracciabilità informatica è stato oggetto di un annuncio importante da parte del Ministero dell'Ambiente: il via nel gennaio 2001, con tanto di sanzioni per chi da oltre un quarto di secolo è abituato a disfarsi degli scarti delle attività produttive nel modo meno costoso, e fatalmente meno legale e più inquinante.

Infatti, é proprio contro le sanzioni previste che al ministro Prestigiacomo è arrivata una lettera decisa da parte della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e del presidente di Rete Imprese Italia, Carlo Sangalli. Nella lettera si chiede che siano sospese per tutto il 2011 le sanzioni cui potrebbero essere sottoposte le imprese che dall’avvio ufficiale del nuovo sistema non si adegueranno in maniera corretta alle disposizioni vigenti in materia di rifiuti.

In pratica, non potendo rallentare all'infinito l'entrata in funzione del sistema, l'industria italiana chiede al governo di farlo partire, ma senza sanzioni. Nella lettera si legge che un periodo senza sanzioni è "assolutamente necessario consentire alle aziende di adeguarsi alle nuove, complesse procedure e attuare gli interventi sul sistema informatico e gestionale indispensabili per operare nel rispetto delle disposizioni di legge".

La lettera prosegue poi elencando la molteplicità dei problemi che le aziende coinvolte stanno riscontrando nella corsa ad ostacoli verso il corretto utilizzo del sistema. Tra queste il ritardo nella consegna delle chiavette USB e le difficoltà nel loro utilizzo, i ritardi nell'installazione delle black box, i malfunzionamenti dovuti a difetti strutturali nell'hardware e nel software, ed un'attività formativa molto carente e non sufficiente per approfondire in maniera dettagliata tutti gli aspetti nuovi della riforma.

Sembra una scappatoia. Si potrebbe pensare che certa industria italiana, perennemente in crisi finanziaria e produttiva, voglia continuare a risparmiare tagliando i costi ambientali e sanitari della propria produzione. Ma secondo Marcegaglia, "se non si risolvono radicalmente i problemi sopra elencati, sicuramente moltissime imprese si troveranno ad essere sanzionate per comportamenti illeciti anche se questi non sarebbero direttamente loro ascrivibili".

E alla fine della lettera si etichetta la richiesta di evitare sanzioni, una strisciante supplica al poter continuare a far prendere vie traverse a milioni di tonnellate di sostanze che a volte sono anche nocive, come un "un segnale di buon senso da parte del ministero che lo spinga a sospendere completamente l'apparato sanzionatorio".

La logica suggerirebbe che un sistema di controllo e di tracciamento dei rifiuti speciali perde senso, se non è affiancato da un sistema repressivo e sanzionatorio, ma probabilmente si vuole scavalcare questa regola elementare per quanto riguarda l'industria italiana, e solo quella. Proviamo, infatti, ad immaginare come avrebbe reagito la politica, se il giorno dell'invenzione del primo autovelox milioni di automobilisti avessero chiesto di metterli pure sulle strade, ma senza sanzioni per un anno, giusto per "adeguarsi" e magari "abituarsi".

Se poi andiamo a leggere il decreto del Consiglio dei Ministri numero 114, approvato lo scorso 18 novembre, che recepisce la direttiva europea 2008/98, si scopre che è già previsto, nell'articolo 34, che nel primo anno di funzionamento del Sistri le sanzioni verranno applicate in misura ridotta. La lobby industriale quindi ha già ricevuto uno sconto, ma forse non gli basta. E la riduzione non è né piccola né semplicemente di forma: infatti, una volta fissato l'importo della sanzione, l'impresa dovrà pagarne il 50% se "l'inadempimento si verifica o comunque si protrae dall’1/7/2011 al 31/12/2011" e addirittura solo il 5% "se l’inadempimento si verifica dall’1/1/2011 al 30/6/2011".

Eppure il Sistri è quel che serve per dare prima di tutto un segnale forte di cambiamento nel modo arretrato che ha l'Italia di gestire la movimentazione e lo smaltimento dei rifiuti speciali. Fino ad oggi il sistema si è basato su tre documenti cartacei, il Formulario d’identificazione dei rifiuti, quello che viene cambiato dalla mafie ecologiche per declassificare i rifiuti nocivi, il Registro di carico e scarico, il MUD, Modello Unico di Dichiarazione ambientale, quello la cui falsificazione permette di far sparire tonnellate di rifiuti ogni anno.

Con il Sistri si passa ad un sistema tecnologicamente avanzato, con procedure addirittura più semplici. Ma all'industria questo sistema, che garantisce trasparenza e conoscenza, non piace per niente. Non piace perché, anche se è vero che permette di ridurre il danno ambientale e di eliminare certe forme di concorrenza sleale tra imprese, permette vantaggi per quelle industrie che operano rispettando le regole, sopportando costi maggiori. E' forse questo che non piace?

Poi, come al solito, la colpa sarà delle mafie che lucrano sullo smaltimento illecito. Ma le mafie lucrano sulle grandi quantità, sui milioni di tonnellate di rifiuti che non sono certo rifiuti solidi urbani, e lucrano perché offrono al sistema industriale italiano smaltimenti senza trattamento e messa in sicurezza a costi che scendono fino alla decima parte del costo di smaltimento regolare.

Pertanto, è vero eccome che le mafie ne traggono vantaggio, ma non solo loro. Perché se le mafie ecologiche hanno potuto presentare, parallelamente al mercato, una grande offerta di smaltimento di rifiuti speciali, compresi i pericolosi e i tossici, è perché in Italia c'è una grande domanda di smaltimento sottocosto. Forse è per questo che l'industria cerca di frenare o disarmare il Sistri.

 

di Alessandro Iacuelli

Ci sono sviluppi interessanti sulla vicenda della nave Grande America e dei container scaricati in Nigeria. Nei giorni scorsi sono infatti emersi dei nuovi particolari, alcuni dei quali piuttosto inquietanti, che dovrebbero far riflettere, soprattutto in Europa, sul come funzionano le cose in Africa. Come noto, il cargo italiano, di proprietà del Gruppo Grimaldi, era stato fermato da alcuni funzionari della NESREA, Nigerian Environmental Standards and Regulations Enforcement Agency, l'agenzia governativa per la tutela dell'ambiente. Altrenotizie.org ne raccontò compiutamente(http://www.altrenotizie.org/ambiente/3562-nigeria-veleni-europei-e-navi-in-fuga.html ).

L’accusa formulata è di aver portato al terminal di Tin Can Island dei container contenenti rifiuti tossici. Fin qui, non ci sarebbe alcuna novità, visto che da anni ormai l'area del Golfo di Guinea è stata anche troppo spesso la meta finale di traffici illeciti di questo tipo, soprattutto per quanto riguarda i rifiuti elettronici.

Il primo particolare inquietante sta nel fatto che l'ufficiale della NESREA che si è presentato presso la nave non solo era in borghese, ma non ha esibito alcun documento identificativo. E c'è di più: i due container erano stati già sbarcati dalla nave. Nonostante questo, considerando la delicatezza della questione, i dirigenti della Grimaldi Agency Nigeria di Lagos, hanno confermato la disponibilità a far effettuare l'ispezione richiesta dalla NESREA, anche in considerazione del fatto che il funzionario non identificato era comunque accompagnato e presentato da funzionari della dogana.

Una volta aperti i container, a una prima ispezione (che è stata solamente visiva) è risultato che all'interno vi fossero televisori e apparecchiature elettriche ed elettroniche usate. Si tratta di un tema delicato e già noto. Finché le apparecchiature funzionano davvero e vengono effettivamente riusate in loco, non c'è nulla di male. Il problema sorge quando si tratta di apparecchiature non più in grado di funzionare. In tal caso il materiale non finisce rivenduto in mercati locali, ma accatastato in discariche spesso illegali, in cui gente sempre più disperata - spesso bambini - opera senza protezioni, esposta a sostanze e polveri micidiali, alla ricerca di materiali recuperabili e rivendibili.

In generale la quantità di rifiuti elettronici che si perdono in esportazioni legali è compresa tra le venti e le cinquantamila tonnellate all'anno, (l'importazione di materiale elettronico di seconda mano non è vietata in Nigeria). Produce traffici illegali di sostanze che si depositano sui terreni e si disciolgono fra gli acidi nei corsi d'acqua di tanti Paesi in via di sviluppo. Il trucco è quello di mascherare i rifiuti, indicandoli come "materiale in beneficenza".

Così, ogni mese arrivano a Lagos interi container di merce elettronica usata. Sulle bolle è scritto che sono "beni" che i paesi ricchi donano a quelli in via di sviluppo. Le apparecchiature però sono spesso per tre quarti spazzatura. Montagne di rottami, un concentrato di bario, mercurio, ritardanti di fiamma, cadmio e piombo, vengono bruciati, mentre cavi e circuiti stampati vengono disciolti con acidi per recuperare in modo artigianale il rame, inquinando i fiumi ed avvelenando il suolo.

Vista la delicatezza dell'argomento e la presenza effettiva di materiale elettronico, la Grimaldi ha confermato immediatamente che i container sarebbero stati riportati al porto di origine. C'è però un altro particolare che salta all'occhio: sulla nave, e negli uffici di Lagos, sono stati informati solo a voce di tutto questo, senza alcuna ingiunzione o rapporto scritto. Non ci si riferisce solo all'ispezione del carico dei due container, ma anche ad una cosa ben più grave: il sequestro della nave.

Infatti i dirigenti della Grimaldi Agency Nigeria vengono informati sempre e solo a voce che la nave non sarebbe ripartita in quanto sequestrata dalla NESREA. A questo punto, il buon senso e la logica suggeriscono di fare l'unica cosa possibile: pretendere un rapporto scritto, un'ingiunzione, un documento ufficiale.

Il dottor Ascanio Russo, Managing Director della Grimaldi Agency Nigeria, entrato in contatto con chi scrive, riceve qualcosa che lascerebbe esterrefatto chiunque: una nota scritta a mano, su un foglio di carta non intestato, sul quale è annotato a penna che la nave è sequestrata. Nessuna ingiunzione di nessun tribunale, nessun intervento della Federal High Court nigeriana. Pertanto, trattandosi di una nota scritta a mano, che legalmente non significa nulla e non rappresenta nulla, la nave ha chiesto e ottenuto l'autorizzazione a ripartire dall'Autorità portuale, dalla Dogana, dal Nigerian Immigration Services. La risposta della NESREA, stavolta ufficiale ed esposta anche a mezzo stampa (nigeriana) è stata l'accusa che la "Grande America è scappata illegalmente dopo avere scaricato dei container contenenti rifiuti tossici".

Nei giorni seguenti è seguita una controversia legale tra autorità e compagnia marittima. La Grimaldi, attraverso l'associazione che riunisce tutte le maggiori linee marittime che operano con la Nigeria, ha scritto al Ministro dei Trasporti per chiedere un incontro urgente con tutte le autorità competenti per avere chiarimenti, ed ha risposto alla NESREA, attraverso il suo legale.

Eppure, se in una una nave vengono trovati dei rifiuti tossici o dei materiali che potrebbero essere tali, occorrerebbe procedere immediatamente con una ispezione che vada oltre il semplice esame visivo. Non solo, s’imporrebbe il ricostruire la "filiera", dal mittente al destinatario. Non si capisce bene come mai ci possa essere un accanimento solo nei confronti del vettore, che conosce il carico solo dalla lettura delle polizze relative. In proposito Russo dichiara: "Nessuno si è ufficialmente rivolto a noi per chiedere informazioni sullo spedizioniere o sul ricevitore. L'attenzione della NESREA è stata interamente focalizzata sul vettore marittimo".

Eppure, il vettore riceve i container nel porto di partenza già a valle dei controlli doganali. In particolare, la Grande America proveniva dalla Gran Bretagna, dove controlli e tracciamenti delle merci e dei rifiuti speciali sono molto più serrati rispetto alla nostra Italia, dove il sistema di tracciamento Sistri è ancora in fase sperimentale.

Le dogane nel Regno Unito lavorano con un sistema informatizzato, che riceve le dichiarazioni per l'export direttamente dagli spedizionieri e ne verifica la correttezza, facendo riferimento ad un database che rileva oltre alla correttezza formale della dichiarazione anche il rischio associato ad ogni spedizione. Come ricorda Russo, "nel caso specifico i container sono stati verificati e dichiarati idonei per l’export dalle dogane del Regno Unito e solo su questa base l’autorità portuale di Tilbury ha autorizzato l'imbarco dei container".

Sembrerebbe inoltre che le autorità nigeriane non abbiano approfondito la questione con le autorità inglesi. Non solo: come dichiara Russo, "per quanto ne sappiamo nessuno ha contattato i ricevitori di questo carico". Solo il primo novembre scorso, la stessa NESREA ha confermato che l'annuncio della partenza non autorizzata della Grande America non era corretto scusandosi per il clamore sollevato

Il dottor Ascanio Russo ha anche dichiarato che "il Gruppo Grimaldi non intende in alcun modo essere associato a questo traffico ed è per questo che, malgrado la sua assoluta estraneità al trasporto in oggetto e il meticoloso rispetto di tutte le normative in materia, si è fatto promotore presso tutti i gruppi armatoriali operanti in Nigeria (che sono i primi dieci gruppi mondiali nel traffico container) di un’iniziativa prudenziale tesa a bloccare questo traffico, nell’attesa che le autorità competenti definiscano in maniera univoca il problema e ne regolamentino il commercio."

Ma l'azione più responsabile, anche se drastica, è che "dopo questo spiacevole evento il Gruppo Grimaldi si è fatto promotore attraverso l’associazione che riunisce i maggiori gruppi armatoriali che lavorano in Nigeria di una iniziativa che di fatto ha bloccato tutto l’export di materiali elettrici ed elettronici usati verso la Nigeria."

Si potrebbe trattare di un vero punto di svolta. Se fino ad oggi è stato possibile far entrare in Nigeria scarti del nostro consumo occidentale, è perché in quel Paese manca un quadro normativo chiaro, un assetto legislativo moderno che sappia contrastare le attività criminali in campo ecologico. In assenza di leggi adeguate, la via di salvezza viene proprio dagli armatori; infatti, il risultato della scelta di bloccare l'export di materiali elettronici rende oggi praticamente impossibile spedire in Nigeria alcun prodotto elettrico di seconda mano.

Certamente non è la soluzione ottimale. Infatti, come ricorda Russo, "si tratta naturalmente di un'azione drastica ed estremamente prudenziale, che di fatto blocca anche il traffico legale e regolare di prodotti elettrici usati certificati con grave danno per gli importatori onesti di questi prodotti. Tale azione, però, è stata ritenuta necessaria per evitare che in qualsiasi modo il Gruppo Grimaldi potesse essere associato ad un traffico illegale".

La questione tra compagnia e NESREA è arrivato fin dentro l'aula del Senato nigeriano, dove è stata nominata una commissione di inchiesta proprio per investigare sul caso della scomparsa della Grande America. In questi ultimi giorni, la commissione ha chiuso definitivamente il "caso", con una sonora reprimenda nei confronti della NESREA.

Caso chiuso quindi. Con il particolare, che in passato "Ci sono stati almeno due altri casi dei quali siamo a conoscenza. Quello della Vera D dell’armatore israeliano ZIM Lines e quello della Maersk Nashville dell’armatore danese Maersk Lines. Anche in questi casi per quanto ne sappiamo la NESREA ha agito senza alcun mandato dei tribunali".

Ci si augura che questa serie di "incidenti" possa spingere il governo nigeriano, ma anche quello degli altri Paesi dell'area del Golfo di Guinea, a riconsiderare la propria legislazione in materia di rifiuti industriali. Perché è anche di questo, che l'Africa ha bisogno: commerciare senza farsi avvelenare. Il primo passo potrebbe arrivare proprio dal comportamento responsabile di una società napoletana come la Grimaldi (interamente partenopea), con l’iniziativa di cui si sono fatti promotori con tutti gli operatori navali presenti in Nigeria, per contrastare i traffici sospetti di materiale elettronico. Forse drastica, ma inevitabile, in attesa di una normativa chiara e di politiche industriali dell’import-export che la rispettino.

 

 


Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy