Il governo israeliano di estrema destra del primo ministro Netanyahu ha ordinato l’inizio del ritiro delle forze armate impegnate dalla prime ore di lunedì in un’operazione di vasta portata nella città e nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. Il bilancio provvisorio nell’offensiva ampiamente annunciata è di una dozzina di palestinesi uccisi, di cui almeno tre bambini. La decisione presa nei giorni scorsi dai vertici di Israele si inserisce in un momento di profonda crisi sia sul fronte interno sia su quello regionale. Davanti alla crescente efficacia della resistenza palestinese, Tel Aviv sta cercando di ristabilire in qualche modo il proprio deterrente militare per perseguire liberamente le politiche di ampliamento degli insediamenti illegali. I rischi appaiono però moltiplicati rispetto al passato e il successo delle operazioni tutt’altro che assicurato. Anzi, il prolungarsi dell’aggressione avrebbe aumentato il pericolo di un allargamento del conflitto con conseguenze imprevedibili e potenzialmente catastrofiche per lo stato ebraico.

 

Lo stesso massiccio dispiegamento di forze a Jenin testimonia della realtà cambiata in Cisgiordania, da qualche tempo centro della resistenza armata alla potenza occupante. Sarebbero circa duemila i militari israeliani inviati a combattere, appoggiati insolitamente da forze aeree, inclusi droni armati e addetti ad attività di ricognizione. Come di consueto, le forze di occupazione hanno preso di mira non solo presunti militanti della resistenza, ma anche la popolazione e obiettivi civili.

Profonda impressione hanno suscitato alcuni filmati circolati in rete che riprendevano bulldozer israeliani intenti a distruggere la rete stradale di Jenin per individuare e neutralizzare “ordigni esplosivi improvvisati” (IED). Prove documentali sono emerse anche di attacchi deliberati contro giornalisti impegnati a raccontare gli eventi a Jenin. Un video ha in particolare mostrato soldati israeliani in un veicolo militare che hanno aperto il fuoco contro una troupe televisiva della rete Al Araby.

Da parte palestinese è stata sottolineata la tenace opposizione di fronte all’avanzata israeliana. Una fonte sul campo a Jenin ha riferito al network libanese Al Mayadeen come “il primo improvviso assalto [di Israele] non abbia provocato il tracollo della resistenza”, la quale ha operato “secondo i piani predisposti nonostante la differenza” di potenzialità tra le due parti in conflitto. “I dispositivi esplosivi”, continua la fonte palestinese, hanno rappresentato “il problema maggiore per le forze di occupazione” e, più queste ultime avanzano a Jenin, “più coraggiosa e ferma è la resistenza che incontrano”.

I precedenti più immediati dell’operazione in corso risalgono ad appena qualche settimana fa. A metà giugno, veicoli militari di Israele avevano cercato di entrare nella città della Cisgiordania per arrestare alcuni membri di spicco del gruppo armato “Brigate di Jenin”. L’imboscata che ne era seguita aveva causato il ferimento di sette soldati israeliani. Per permettere l’evacuazione era stato necessario l’invio di elicotteri Apache e l’operazione si era conclusa con sette palestinesi uccisi e 91 feriti.

Molti commentatori hanno accostato l’offensiva di questi giorni a quella sempre a Jenin del 2002, nel pieno della “Seconda Intifada”, quando per dieci giorni Israele aveva messo a ferro e fuoco la città e il campo profughi, causando la morte di oltre 50 palestinesi. Le condizioni da allora sono tuttavia cambiate di molto. Il giornalista palestinese residente a Jenin, Tariq Ziad, ha spiegato alla testata on-line Middle East Eye che, due decenni fa, Israele voleva “la caduta dell’Autorità Palestinese perché considerava Yasser Arafat parte della resistenza”. Oggi, al contrario, Tel Aviv non punta al collasso della ultra-screditata Autorità Palestinese, ma intende colpire “la crescente resistenza armata [che ha il suo epicentro] a Jenin”, indebolendo organizzazioni militanti come le Brigate di Jenin.

Proprio queste formazioni armate stanno cambiando gli equilibri in Cisgiordania, come testimoniano recenti operazioni che hanno preso di mira con successo sia le forze armate dello stato ebraico sia i coloni israeliani. La situazione sempre più calda in Cisgiordania ha spinto le fazioni ultra-radicali dentro il governo Netanyahu a chiedere al più presto un intervento armata su vasta scala in località come Nablus o, appunto, Jenin. Allo stesso tempo, l’operazione in corso è anche il riflesso del fallimento della “mediazione” americana, non per rimettere in piedi un processo di pace morto e sepolto, quanto per ristabilire la cooperazione tra Israele e Autorità Palestinese.

Due vertici organizzati nei mesi scorsi a questo scopo e, quindi, per evitare un ulteriore peggioramento della situazione non avevano dato risultati. La ragione principale risiede nel ruolo tradizionalmente assegnato all’Autorità Palestinese, ovvero di svolgere funzione di polizia per Tel Aviv e contrastare i gruppi armati di resistenza emersi negli ultimi due anni. Il giornalista britannico Robert Inlakesh, in un’analisi per la rete russa RT, ha definito “suicida” il piano riservato all’Autorità Palestinese, già costretta a fare i conti con livelli infimi di popolarità tra i palestinesi.

Secondo Inlakesh, uno scontro diretto tra l’Autorità e le formazioni armate palestinesi potrebbe provocare una vera e propria rivolta contro la prima nei territori sottoposti al suo controllo. Ciò in uno scenario già molto precario a causa della possibile imminente uscita di scena dell’87enne Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il vuoto di potere che potrebbe seguirne, con il “collasso dell’Autorità Palestinese” se non addirittura la sostituzione di quest’ultima in Cisgiordania con un movimento “rivoluzionario anti-israeliano”. La posizione contraddittoria in cui si trova l’Autorità, ben attenta a non contrariare i propri finanziatori (USA e UE), alimenta quindi da un lato il malcontento e l’opposizione palestinese e, dall’altro, i sospetti e le preoccupazioni di Israele.

La cambiata realtà che accoglie Israele in Cisgiordania ha reso così molto delicato l’intervento iniziato lunedì a Jenin. Sono in molti a credere che, comunque si concluda l’operazione militare, il risultato non sarà “una città pacificata sotto il controllo di Israele”. Così la pensa l’attivista e membro di Fatah, Awni al-Mashni, il quale ha spiegato in un’intervista a Middle East Eye come l’esito più probabile è piuttosto che “altre città palestinesi diventino come Jenin”.

Un ulteriore fattore senza dubbio al centro delle valutazioni di Israele è la possibilità di un intervento nel conflitto di altre forze della resistenza, da Hamas a Gaza a Hezbollah in Libano. Prima dell’inizio del ritiro delle forze israeliane, martedì si erano registrate le prime avvisaglie di un possibile allargamento, come ha confermato l’attacco rivendicato da Hamas a Tel Aviv, dove il responsabile ha accoltellato una decina di persone dopo essersi schiantato contro una fermata dell’autobus. È in ogni caso fuori discussione che Netanyahu e i vertici militari temano un’escalation che porterebbe a un numero verosimilmente molto alto di vittime israeliane e a un conto salatissimo da pagare sul fronte politico.

Anche per questa ragione, sostiene il già ricordato Robert Inlakesh, Tel Aviv ha optato per un’azione relativamente limitata volta indebolire e isolare i gruppi palestinesi armati in ascesa a Jenin piuttosto che infiammare l’intera Cisgiordania con una massiccia operazione militare, come chiedevano e continuano a chiedere gli ambienti ultra-radicali del gabinetto Netanyahu. Il dilemma israeliano resta tuttavia irrisolto. Se, come sembra, i movimenti di resistenza conserveranno sostanzialmente la loro forza e l’attuale capillarità nella società palestinese, l’esempio di Jenin si allargherà al resto della Cisgiordania, aggravando le preoccupazioni di Israele e moltiplicando le pressioni per lanciare una campagna militare decisiva, anche se dai rischi altissimi.

È comunque il radicalizzarsi della condotta terroristica dello stato ebraico in profonda crisi e la passività degli Stati Uniti davanti a uno scenario esplosivo ad avere determinato il rafforzamento della resistenza palestinese e l’intensificarsi delle violenze in Cisgiordania. Il tentativo israeliano di proiettare l’immagine di forza e invincibilità, attraverso la punizione collettiva della popolazione palestinese, rischia però di fallire clamorosamente e innescare una rivolta generalizzata. Ipotizzando il futuro prossimo alla luce della più recente operazione israeliana, il giornalista e autore palestinese Ramzy Baroud ha scritto lunedì per il sito Antiwar che “la prossima Intifada in Palestina sarà armata, non-settaria e popolare, con conseguenze molto difficili da prevedere”.

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