Quote di PIL per ogni paese membro, rifacimento degli arsenali svuotati a favore di Kiev, ingresso della Svezia e apertura per un possibile arrivo anche dell’Ucraina, riposizionamento tattico e nuovi ruoli. L’agenda dei lavori del prossimo vertice di Vilnius della NATO appare fitta di temi ma priva di sorprese in ordine alle decisioni che scaturiranno. Il vertice avrà l’Ucraina come utile sfondo per le richieste di Washington al resto della compagine. A distanza di 3 anni dalla riunione di Madrid, che sancì l’abbandono definitivo di ogni ambiguità politica e persino lessicale sul concetto di difesa, la NATO si riunisce sia per affrontare le questioni legate al suo ruolo di gendarme mondiale che per provare a mettere a terra alcuni passaggi e modifiche dei suoi assetti.

 

La scelta di Vilnius come sede del vertice appare appropriata: l’idea degli USA è di spostare gradualmente il centro delle operazioni NATO ed il relativo comando politico verso Est, riducendo l’influenza di capitali riottose come Berlino e Parigi e assegnando ai Baltici assetati di revanscismo russo fobico il ruolo di primo attaccante.

I fondi. La questione della percentuale di PIL che ogni paese membro deve versare nelle casse dell’Alleanza ha valore concreto e paradigmatico nello stesso tempo. L’impegno ad arrivare al 2% del PIL da destinare alla NATO da parte dei 30 partecipanti potrebbe addirittura essere solo una tappa per arrivare successivamente al 4%. Da Vilnius, infatti, come anticipato dal riconfermato segretario generale uscente, Jan Stoltenberg, scaturirà l’impegno a portare le spese militari dei singoli paesi membri al 2% del Pil non più come tetto da raggiungere ma come base minima da investire nella nostra difesa”. Parole che raccontano da sole l’idea di fondo di una coalizione che sembra volersi preparare alla guerra globale.

Gli Stati Uniti saranno i gaudenti di ultima istanza dell’aggiustamento contabile, dato che il 70% delle dotazioni militari NATO è statunitense. Il che, com’è facile comprendere, per un paese che ha nel complesso militar-industriale il volano principale del suo ciclo economico, ha valore strategico. L’aspetto paradigmatico risiede invece nell’aumento a dismisura delle spese militari anche da parte di paesi che vivono una crisi economica ben più che congiunturale e che vedono ridurre ulteriormente e pesantemente le spese sociali per le rispettive nazioni in favore del rafforzamento dell’economia e del potere militare degli Stati Uniti. Un trasferimento netto di risorse di tutti verso gli USA.

In questo quadro di crescita di spese militari si ipotizza, peraltro, una spesa accessoria rispetto alla quota di PIL prevista al fine di riempire di nuove commesse militari gli arsenali svuotati per fornire a Kiev oltre 200 miliardi di Dollari in armamenti nell’anno 2022-23. Almeno questa è la giustificazione per i nuovi ordinativi ma, in realtà, è un depistaggio per le opinioni pubbliche, perché gli ucraini sono stati riforniti in buona parte di materiale bellico vecchio, che vedeva i magazzini della NATO pieni di armi non adeguate al livello tecnologico attuale. Dunque, la modernizzazione dei sistemi d’arma è stato motore decisivo nella conclamata generosità occidentale verso Kiev, che da parte sua mette morti e cialtronerie propagandistiche, perché a questo serve. Ed è all’esaurimento scorte occidentali e non alle condizioni sul terreno che va letto il percorso per il cessate il fuoco da parte ucraina.

LA SVEZIA. L’ingresso di Stoccolma nell’Alleanza ha un valore più simbolico che concreto, data l’intensa partnership politico-militare sempre esistita tra i paesi del Nord Europa e la NATO. Il contributo svedese al controllo del Mar Glaciale Artico ha sempre rappresentato un punto di interesse strategico fondamentale per la NATO. Del resto la Svezia ha all’interno dei propri confini l’isola di Gotland che, come nel 2017 ebbe a dire un generale a quattro stelle dell’esercito statunitense, è una sorta di “portaerei inaffondabile in mezzo al Baltico”, una risorsa molto utile in caso di confronto militare. Inoltre, la Svezia ha un esercito molto professionale, dei caccia all’avanguardia, forze speciali e sottomarini di ottima qualità, sebbene per peso e dimensioni non rappresenti una minaccia per Mosca.

Ma per gli europei non è detto sia una buona notizia. Contrariamente a quanto potrebbe suggerire, l'ingresso di Svezia e Finlandia non rappresenta un rafforzamento del livello di sicurezza continentale, piuttosto un aumento del rischio di conflitto e l’adeguamento balistico della Russia aumenterà la fragilità militare dell'Europa.

Sul piano formale, l’ingresso degli svedesi dev’essere approvato da tutti i membri dell’Alleanza, ma è noto come al riguardo vi sia l’opposizione turca. Il motivo è che la Svezia ha assicurato asilo e protezione politica ai curdi del PKK. Ma in realtà le cose stanno diversamente. Erdogan tratta su ogni cosa che vede la Turchia come protagonista o anche coprotagonista. Gli equilibrismi tattici turchi, sempre a metà strada tra la fedeltà atlantica da un lato e i buoni rapporti con la Russia e l’Iran dall’altro, rappresentano l’ambizione di Ankara ad un ruolo di potenza regionale, sono il pendolo oscillante delle scelte tattiche di Erdogan. Quando il secondo esercito NATO acquista i sistemi missilistici russi, intende dimostrare che lealtà non significa fedeltà e che considerare la Turchia come una pedina agli ordini di Washington è un azzardo pericoloso. Per Ankara, che si accorda con Mosca sulla Siria e interviene in Libia, negozia con Bruxelles sui migranti e muove operazioni militari a suo esclusivo interesse, è l’occasione per dimostrare che è la NATO ad aver bisogno della Turchia e non viceversa.

UCRAINA. Il presidente ucraino Zelensky sarà l'ospite d'onore tra i leader occidentali. Biden catalizzerà le attenzioni, anche se la scelta di inviare le bombe a grappolo alle truppe di Kiev sta spaccando il fronte alleato. Sono armi bandite dalla grande maggioranza della comunità internazionale perché i civili innocenti risultano in numeri spropositati rispetto ai cosiddetti “danni collaterali” provocati dagli altri ordigni convenzionali. Il fatto che i paesi NATO non concordino pubblicamente con l’uso delle bombe a grappolo non comporta però che nel chiuso delle riunioni confermino la contrarietà e, anche quando vi fosse, non tocca affatto la fattibilità dell’operazione. Con una giravolta ipocrita, gli USA forniranno a Kiev le bombe a grappolo prelevate dai depositi US Army e non come scorte NATO e tutto il mainstream farà finta che questo faccia la differenza.

Sull’adesione dell’Ucraina  non tutti i membri concordano, perché l’idea che questo porterebbe la Russia ad indietreggiare rischia di produrre proprio il suo opposto e ciò porrebbe davvero la NATO nell’obbligo di intervenire a norma dell’art. 5 del suo statuto, dando così inizio alla terza ed ultima guerra mondiale. Per quanto l’interesse sia quello di piegare Mosca, distruggere il pianeta per salvare la cricca nazista di Kiev, non pare a tutti una soluzione praticabile. Non a caso il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha affermato che il vertice di Vilnius invece di aprire un processo per l’adesione di Kiev all’alleanza transatlantica dovrebbe concentrarsi “sul rafforzamento della potenza militare dell’Ucraina e della NATO stessa”. Faranno tutti finta di essere d’accordo con Berlino per evitare di fare la fine di Hiroshima.

Il fatto è che la situazione sul terreno, dal punto di vista militare è molto peggiore per gli ucraini di quanto racconti il loro governo, autentica fabbrica di menzogne e propaganda senza ritegno. La controffensiva ucraina esiste solo sui media e nemmeno la consegna di ogni tipo di armamento possibile e l’assistenza militare diretta, oltre che i mercenari ingaggiati, riescono a modificare minimamente il quadro. Nello stato maggiore NATO si è convinti che le offensive estive ucraine a Zaporizhie e a Bakhmut non sono riuscite ad intaccare le difese russe, provocando invece un'orribile livello di mortalità tra la “manodopera” ucraina e di distruzione degli equipaggiamenti forniti dall'Occidente. Appare chiaro a tutti gli analisti militari come la Russia non ha ancora preso Kiev solo per una sua scelta politica, che vuole la caduta di un regime e non l’azzeramento di un paese.

Il vertice di Vilnius non sarà, comunque, un momento trionfante. Si è di fronte, dopo la Siria e l’Afghanistan, ad una nuova operazione fallita da parte dell’Alleanza Atlantica. La scommessa sul crollo della Russia e sulla crisi economica cinese si sono rivelate previsioni da sedute spiritiche. La Russia, al contrario, continua ad avere il segno “più” sulla sua economia e così la CINA, ovvero i due Paesi che trainano il pianeta verso una nuova e più equilibrata epoca storica.

Che la NATO sia lo strumento di relazione politica e militare che l’Occidente collettivo ha scelto, visto il depotenziamento del G7 e la perdita progressiva di ruolo degli organismi finanziari internazionali ad esso riconducibili e anche aver ridotto l’ONU a passerella di veti e retorica impotente, non inverte le sorti segnate di un unipolarismo che appare ogni giorno che passa meno accettabile da parte della stragrande maggioranza della comunità internazionale.

Da Vilnius arriva un messaggio chiaro: la rappresentanza di 700 milioni di persone decide di affrontare anche militarmente i restanti 5 miliardi e più di abitanti della terra pur di non condividere il governo del pianeta. Ma l’idea di un mondo multipolare, di una governance condivisa e di regole stabilite sulla base del Diritto internazionale, fa costanti progressi in termini di reputazione tra la “Maggioranza Globale”. C'è una fila sempre più lunga di governi che cercano di aderire ai BRICS e alla Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e la progressiva de-dollarizzazione negli scambi globali pone in una crisi forse inarrestabile il dominio statunitense. 

L'alleanza strategica tra Russia e Cina è il fulcro di questa crescente e intellettualmente fiduciosa ideologia del multipolarismo che sta attirando l'attenzione di governi in tutto il mondo. A Vilnius andrà forse in scena uno spettacolo con parole e musiche trionfali e marziali, ma i sottotitoli esprimeranno, come è facile da prevedere, molte più preoccupazioni che soddisfazioni.

Il mondo nato nel 1989 si avvia ad essere sostituito da un mondo nuovo. Il tempo e le lacrime che dovranno scorrere affinché questo scenario passi da tendenza a realtà, dipende proprio dalla presa d’atto di una abdicazione non più rinviabile se si vuole in qualche modo conservare un ruolo importante nello scacchiere globale. Non più da Re o Regina però. Quel tempo è finito, seppellito sotto le macerie che vanno da Damasco a Kabul e imboccano mestamente la strada per Kiev.

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