Al delicatissimo summit di questa settimana in programma a Vilnius, i paesi NATO arrivano con le spalle al muro per via della fallimentare “controffensiva” delle forze armate ucraine. Ufficialmente, ciò che dominerà la due giorni nella capitale lituana è l’impegno a tenere alto il livello di appoggio al regime di Zelensky nel conflitto con Mosca. Allo stesso modo, se anche a Kiev non verrà fatta nessuna offerta formale per entrare nell’Alleanza, potrebbero esserci discussioni sulle “garanzie di sicurezza” a favore dell’Ucraina, nonostante la limitata utilità di una simile promessa. Dietro le quinte, è probabile che divisioni interne e recriminazioni sulla gestione della guerra finiranno per prevalere durante il vertice, anche se la presa d’atto della sconfitta e l’individuazione di una via d’uscita che salvi la faccia all’Occidente ed eviti una conflagrazione nucleare in Europa appaiono ancora pericolosamente lontane.

 

I circuiti dell’informazione ufficiale nei giorni scorsi sono stati dominati dalla decisione dell’amministrazione Biden di fornire all’Ucraina bombe a grappolo (“cluster bombs”) da utilizzare contro le forze russe. Solo lo scorso anno, Washington accusava di crimini di guerra la Russia perché avrebbe fatto ricorso a questi ordigni in Ucraina. Al di là della solita doppiezza americana, è importante notare come la decisione rispecchi la disperazione degli Stati Uniti. Per stessa ammissione della Casa Bianca, l’invio di “cluster bombs” è dovuto al fatto che Kiev è ormai a corto di munizioni e i suoi sponsor cercano di trasferire in pratica qualsiasi genere di equipaggiamenti per cercare di evitare il disastro.

Il ricorso alle bombe a grappolo, notoriamente causa di effetti devastanti per la popolazione civile, denota comunque una situazione particolarmente complicata per l’amministrazione Biden, visto che questa mossa rischia di screditare ancora di più lo sforzo NATO in Ucraina e di introdurre ulteriori spaccature tra gli alleati. Alcuni governi, tra cui quello spagnolo, britannico e canadese, hanno infatti criticato la decisione americana, così come qualche decina di deputati democratici a Washington ha invitato Biden a tornare sui propri passi.

Ad ogni modo, la vicenda delle “cluster bombs” sposta ancora più in avanti i paletti che lo stesso governo americano aveva fissato dopo l’inizio delle ostilità a febbraio 2022. “HIMARS”, carri armati, munizioni con uranio impoverito, bombe a grappolo erano tutti dispositivi prima esclusi e poi approvati per l’invio in Ucraina, malgrado i rischi di escalation. Di questo passo, una volta assodato che anche le “cluster bombs” non faranno alcuna differenza negli equilibri del conflitto, c’è da chiedersi quali altre armi verranno inviate a Kiev.

In vista del vertice di Vilnius, la testata on-line Politico ha scritto nel fine settimana che i paesi NATO starebbero conducendo trattative “frenetiche” per trovare un accordo su una proposta da sottoporre al regime di Zelensky, ovvero un piano di assistenza a lungo termine che serva da “deterrente contro qualsiasi futura aggressione”. Queste manovre sembrano l’ennesimo esercizio di auto-inganno da parte dell’Alleanza. La NATO ha fornito armi ed equipaggiamenti per centinaia di miliardi di dollari all’Ucraina in oltre 500 giorni di guerra, ma la situazione dal punto di vista militare non ha fatto che peggiorare. Difficile perciò pensare a sistemi bellici che possano agire efficacemente da “deterrente” in previsione futura, soprattutto alla luce dello svuotamento delle scorte di armi di molti paesi occidentali.

Le discussioni all’interno della NATO rivelano piuttosto un’inquietudine crescente per il flop ucraino. Il quotidiano tedesco BILD sostiene che Zelensky avrebbe voluto chiedere pubblicamente l’adesione ufficiale alla NATO durante il vertice in Lituania, ma Germania e Stati Uniti avrebbero messo il veto. Soprattutto Berlino, nonostante la posizione pubblica del governo del cancelliere Scholz, continua a temere le conseguenze del precipitare della crisi con Mosca. Oltretutto, il procedere con una questione così controversa come il possibile ingresso dell’Ucraina nella NATO farebbe emergere ancora di più divisioni e frustrazioni relative alla guerra, anche se nel fine settimana Erdogan ha apertamente appoggiato l’adesione di Kiev.

Giorno dopo giorno, le forze ucraine perdono armi e uomini sotto i colpi dell’artiglieria russa e settimane di operazioni nel quadro della tanto decantata “controffensiva” stanno rafforzando le posizioni della Russia, in procinto, secondo molti analisti, di sferrare a sua volta un’offensiva nel momento in cui la situazione di Kiev dovesse diventare insostenibile o i contrasti in sede NATO esplodere in maniera irreparabile.

Salvo rare eccezioni, sui media ufficiali e tra i governi in Occidente si continua per lo più a propagandare la favola di un conflitto “in stallo” o di manovre militari ucraine che starebbero logorando le forze russe. Tra le due parti persiste al contrario una differenza enorme in termini di munizioni, missili, carri armati, caccia e personale, così da rendere il fronte un vero e proprio inferno per i militari ucraini e i mercenari occidentali.

Le illusioni che circolano negli ambienti NATO impediscono di fare i conti anche con un’altra realtà nella ricerca di una “exit strategy” per la crisi ucraina. I governi del Patto Atlantico sembrano essere impegnati in discussioni e trattative per mettere in piedi un meccanismo che permetta di congelare il conflitto, salvare il regime ucraino ed evitare un’ennesima umiliazione pubblica. Emblematico a questo proposito è lo scontro interno sull’ingresso dell’Ucraina nella NATO. La propaganda ufficiale racconta che questa eventualità garantirebbe la sicurezza dell’ex repubblica sovietica, ma la realtà è esattamente opposta. Il risultato sarebbe piuttosto un ulteriore peggioramento della crisi e la probabile totale distruzione del paese.

Resta in altre parole il problema non ancora elaborato dall’Occidente che, vista la situazione sul campo, sarà la Russia a dettare i termini di un’eventuale risoluzione del conflitto. Mosca non accetterà evidentemente nulla di meno che la ratifica dell’annessione dei territori ex ucraini, la demilitarizzazione almeno di un’ampia area cuscinetto, garanzie di neutralità da parte di Kiev e l’assenza di sistemi NATO su ciò che resterà del territorio ucraino.

Il vicolo cieco in cui si sono infilati i governi occidentali è dovuto in definitiva alle loro stesse decisioni, che rendono a loro volta complicato l’avvio di un qualche processo diplomatico. Il boicottaggio dell’accordo raggiunto a Istanbul tra Russia e Ucraina ad aprile 2022 e, ancora di più, la mancata implementazione in maniera deliberata degli accordi di Minsk (I e II) hanno bruciato la credibilità dell’Europa e degli Stati Uniti, così che Mosca ritiene oggi legittimamente di non avere interlocutori per discutere di una nuova architettura della sicurezza nel vecchio continente.

In assenza di sviluppi positivi in questo senso, continueranno a essere le dinamiche militari a decidere le sorti dell’Ucraina. Al netto della propaganda occidentale e in assenza di un intervento diretto della NATO, tutto ciò che l’Alleanza potrà fare è continuare a sacrificare uomini e armi nel “tritacarne” del fronte ucraino.

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