La questione del grano ucraino è sintomatica della Grande Mistificazione che avvolge il conflitto tra Occidente e Russia. In premessa c’è da dire che sia la Russia che l’Ucraina sono due potenze nella produzione di grano. La Russia, addirittura, è il primo produttore al mondo, avendo già da anni superato Stati Uniti, Canada e Australia, oltre che l’Ucraina, un tempo granaio della Unione Sovietica. Lo scorso anno, con la firma del Black Sea Grain Initiative, Mosca aveva accettato, contro il suo interesse, di garantire il passaggio delle navi ucraine contenenti grano e cereali sul Mar Nero.

 

L’accordo aveva permesso finora di trasportare quasi otto milioni di tonnellate di cereali e altri prodotti alimentari ucraini in oltre 350 viaggi. Nell’accordo firmato vi erano una serie di condizioni reciprocamente vantaggiose, tra le quali quelle per cui la Russia poteva esportare altri cereali e fertilizzanti. L’accordo era firmato anche dall’ONU e avrebbe dovuto flessibilizzare le sanzioni al riguardo, che hanno finora ostacolato la capacità di Mosca di vendere cereali e fertilizzanti sui mercati internazionali nel pieno della crisi alimentare. La Turchia avrebbe garantito il passaggio e entrambi i contendenti avrebbero indicato i percorsi privi di rischi mine.

Ma come per gli accordi di Minsk, la parte riguardante le facilitazioni per la Russia è stata completamente disattesa, del tutto ignorata da Kiev e Washington, storici firmatari con inchiostro simpatico di ogni tipo di accordi. Non solo: mentre si chiedeva alla Russia di non bombardare Odessa, città chiave per lo stoccaggio e l’invio del grano, Kiev ha cominciato a bombardare la Crimea, con ciò indicando un allargamento del conflitto e non il suo contenimento. In questo quadro, Mosca ha ritenuto di dover rispondere e di non dover mantenere accordi che la controparte non rispetta.

Ora, nonostante il tentativo di mediazione turca, che forse non sarà sufficiente agli occhi del Cremlino, vista la giravolta di Erdogan sui prigionieri di guerra ucraini che indica la scarsa affidabilità del sultano turco, l’Occidente chiede di prorogare l’accordo, consentendo così all’Ucraina di continuare ad esportare il suo grano in Europa. Nessun equivoco è possibile: non si è di fronte a preoccupazioni per i rifornimenti all’Africa, piuttosto per il prezzo in Europa del grano.

E’ nel Vecchio Continente, infatti, che Kiev esporta grano ed è lì che si ferma il viaggio. La quota che va in Africa del grano ucraino corrisponde al solo 2,5% del totale esportato. Dunque, le pressioni europee non riguardano il destino dell’Africa, bensì quello dell’Europa, che in assenza del grano ucraino e non volendolo acquistare dai russi, sarebbe costretta a ricorrere a quello statunitense, con costi decisamente superiori. Subirebbe, insomma, la stessa sorte del gas: minor quantità, minor qualità, tempi dilatati e costi aumentati.

La Russia ha fatto sapere di essere pronta a tornare nell'accordo una volta che l’Occidente avrà rispettato i propri obblighi, come previsto dall’intesa mediata nel luglio 2022 da Turchia e Nazioni Unite. Quanto all’idea di Zelensky di chiedere agli USA di scortare le navi ucraine, ma sono arrivate già tre risposte inequivocabili. Quella russa, che ha chiarito che Mosca non garantirà il transito, quella degli USA, che non ci pensano proprio a sfidare direttamente il fuoco russo, e quella delle compagnie di assicurazione e di navigazione, che hanno già chiarito come sarà impossibile trasportare e assicurare.

Ennesima figuraccia per Zelensky che come sempre si contraddistingue per alto tasso di nazismo ed ego personale, ma scarso in capacità di lettura politica. Fatica a capire che l’Ucraina è un mezzo per colpire la Russia, non un fine alla cui salvezza tendere.

Anche l’opzione del trasporto via terra attraverso l’Europa, paventato da Kiev, ha dimostrato come gli “amici” dell’Ucraina non lo siano poi così tanto. Infatti, Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, hanno chiesto alla Commissione europea (CE) di porre un alt al dumping ucraino e vietare temporaneamente la vendita di grano, mais, semi di colza e semi di girasole ucraini, che a causa del prezzo basso hanno generato alterazioni del mercato interno Commissione europea (CE) causando perdite economiche agli operatori locali. Lo stesso in Turchia, che ha smesso di acquistare grano russo per dirigersi su quello ucraino a basso costo, ma possibile solo con il permesso dei russi a garantire il trasporto sul Mar Nero; situazione ormai finita e che obbligherà adesso Ankara a ritornare sui suoi passi.

 

La guerra che non raccontano

Sullo sfondo di tante manipolazioni c’è la percezione generale di un conflitto segnato. La controffensiva ucraina ha dimostrato essere una invenzione mediatica e poco più. Sotto il profilo militare siamo di fronte al fallimento della NATO che, con tutti i suoi armamenti e mercenari, consiglieri militari e denaro, non avanza di un metro e indirizza sul piano del terrorismo puro l’attività militare dell’Ucraina. Sembra che ora la tendenza sia quella di dare la colpa alla mancanza dei genieri, come se alla NATO o a Kiev potessero pensare che le difese russe dei territori conquistati fossero scalabili a suon di invenzioni.

Stupisce persino i russi (o forse no), l’inadeguatezza di questa macchina da guerra che si rivela così inefficiente. Che ha esibito il meglio tecnologico della sua rete di armamenti senza che questi abbiano nemmeno in parte invertito il corso degli eventi bellici dimostrandosi così inferiori ai sistemi d’arma russi sul terreno delle operazioni belliche. Il che, oltre che il danno politico militare, ne occasiona uno altrettanto serio per gli USA: quello commerciale.

L’invio delle bombe a grappolo, per quanto minimizzato dai media occidentali che avevano fatto sfoggio di grande indignazione raccontando di un uso russo lo scorso anno (sempre negato da Mosca a e mai dimostrato da nessuno) appare come l’arma della disperazione di truppe ucraine piene di Fentanil ma ad entusiasmo ridotto. La centrale nucleare di Zaporizia è testimonianza per eccellenza della manipolazione mediatica: i russi la controllano ma sarebbero i russi, e non gli ucraini, a minacciarla. Devono averci preso tutti per idioti.

Silenziata la diplomazia, non si vede luce per le trattative. Africa, Vaticano, Cina, Turchia, nessuno riesce a scalfire gli interessi di Washington nel proseguire la guerra contro la Russia stando attenti a non trasformarla in uno scontro diretto. Biden e il suo staff vedono la possibile apertura di un negoziato solo in vista della campagna elettorale del 2024. Una sorta di ritiro che si tenterà di trasformare in vittoria e che eviterà di andare al voto con i missili in aria. Si paventa la fine delle potenzialità militari dell’Ucraina, che porta con sé l’ennesima sconfitta per la NATO, che più alza il turo e più perde.

I riflessi sulla pace in ogni angolo del mondo sono visibili, concorrono a determinare un clima generale di incertezza e di paura che incide fortemente sugli umori generali e anche sui mercati finanziari, sugli scambi commerciali, sulle relazioni politiche.

Persino nell’ambito del discorso pubblico la guerra è ormai generalmente considerata come opzione possibile. La guerra totale, termonucleare globale, la terza ed ultima guerra mondiale, che sancirebbe la fine del genere umano e del pianeta così come l’abbiamo conosciuto, ha smesso di essere da tempo una iperbole, una esagerata descrizione di ogni crisi, una versione più dettagliata di una Armageddon.

La parola guerra totale è diventata  parola di uso comune e frequente, termine consueto con il quale discettare di tutto. Ovvero di quella parola è venuto meno il suo carattere ultimativo, il suo senso di distruzione irreparabile, il suo legame con l’iperbole, con la provocazione verbale. Si usa e descrive, racconta, illustra. E’ parte delle frasi, assume valore di consuetudine nel linguaggio comune, anche tra chi niente sa e niente ci tiene a sapere.

Questa degenerazione del linguaggio è frutto della degenerazione dei concetti, a sua volta risultato dello scontro tra il mondo unipolare di cui fa parte l’Occidente collettivo e il resto del pianeta, che aspira invece ad un mondo multipolare dove tutti abbiano diritto di cittadinanza e dove il sistema sia imperniato sul Diritto Internazionale e non sulla legge del più forte. Dove insomma, in tanti possano essere potenza senza imporsi per prepotenza.

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