Alla fine, anche il governatore della Florida, Ron DeSantis, riuscirà in qualche modo a incidere sulla campagna elettorale per le primarie del Partito Repubblicano. Non però con un successo in qualche stato o stravolgimenti del proprio staff, ma in conseguenza del suo ritiro dalla competizione, che avrà probabilmente un certo impatto sugli equilibri tra i candidati rimasti. L’annuncio è arrivato alla vigilia delle primarie in New Hampshire e dopo la presa d’atto inevitabile non solo dell’impossibilità di ambire alla nomination, ma anche di poter compere per la posizione di principale sfidante dell’ex presidente Trump.

 

Le residue ambizioni presidenziali di DeSantis si erano spente già dopo il primo appuntamento del calendario repubblicano. I “caucus” dell’Iowa di settimana scorsa lo avevano visto infatti chiudere lontanissimo da Trump e addirittura dietro l’ex governatrice del South Carolina, Nikki Haley. Una sconfitta decisiva sia perché in Iowa DeSantis aveva investito non poco in termini di tempo e denaro sia alla luce del presunto “appeal” del suo messaggio ultra-conservatore tra l’elettorato repubblicano di questo stato.

Se sia stata una decisione autonoma o frutto di pressioni dell’ala trumpiana del partito non è al momento chiaro. È evidente tuttavia che la decisione presa poco prima delle primarie in New Hamshire suona come un favore all’ex presidente e aggiunge un nuovo problema alla campagna già in salita di Nikki Haley. DeSantis ha infatti dato il suo appoggio ufficiale a Trump, invitando i propri sostenitori a votarlo nei prossimi appuntamenti elettorali.

Trump e DeSantis hanno in generale lo stesso elettorato di riferimento e la permanenza del secondo nella corsa avrebbe sottratto una parte di consensi al primo. Un sondaggio pubblicato nel fine settimana dalla CNN ha in sostanza confermato questo dato, con il 62% dei sostenitori di DeSantis in New Hampshire che hanno indicato come seconda scelta nelle primarie l’ex presidente, rispetto al 30% intenzionato a votare per Nikki Haley in caso di ritiro del governatore della Florida.

Le rilevazioni di opinione nel piccolo stato del New England davano in ogni caso un gradimento molto limitato per DeSantis. Il suo abbandono potrebbe però lanciare Trump sopra il 60%, frustrando l’obiettivo della Haley di tenere l’ex presidente sotto il 50% per conservare qualche speranza di competere negli appuntamenti successivi. L’ex ambasciatrice USA alle Nazioni Unite era uscita dall’Iowa proiettando un certo ottimismo grazie a un insperato secondo posto e ai sondaggi non del tutto scoraggianti in New Hampshire.

Comunque vada tra poche ore in questo stato e se la sfida in casa repubblicana dovesse proseguire, il ritiro di DeSantis fa in modo che la corsa sarà di fatto a due, cioè tra Trump e Haley. I contorni delle rispettive proposte politiche sono ugualmente chiari, con Trump che punta a sedurre la classe media in affanno e rilanciandosi come candidato “anti-establishment”, in grado di stabilizzare la situazione internazionale e di far fronte all’emergenza più o meno reale dell’immigrazione clandestina. La Haley è al contrario lo strumento della corrente tradizionale del “GOP” e guarda ai grandi interessi economici, mentre in politica estera ha un’inclinazione decisamente interventista.

Senza un’affermazione in New Hampshire, in ogni caso, Nikki Haley si ritroverà davanti a una montagna praticamente impossibile da scalare. Sembra però improbabile che possa arrivare un ritiro dalle primarie a breve, salvo risultati pesantemente negativi. L’ex governatrice potrebbe restare in gara fino a quando non avrà compattato il voto repubblicano che continua a vedere con sospetto Donald Trump, se non altro per costruirsi una solida candidatura alla vice-presidenza che quest’ultimo finirebbe alla fine per considerare per unire il partito in vista delle elezioni generali di novembre.

La campagna di Trump avrà comunque vita facile nell’attaccare la rivale, dipingendola come una sorta di burattino del “deep state” con poche o nessuna differenza con Joe Biden. Nella dichiarazione con cui ha annunciato il ritiro dalle primarie e il suo “endorsement” a Trump, DeSantis ha anticipato il tema probabilmente ricorrente nelle prossime settimane, quando ha criticato apertamente la Haley in quanto rappresentante del potere delle “corporation” che controllano la politica americana.

A livello generale, la decisione di Ron DeSantis elimina dalla competizione un candidato ultra-reazionario con precedenti tra i più odiosi in termini di diritti degli omosessuali, dei migranti e all’aborto, per non parlare, nonostante la retorica populista, di quelli di lavoratori e classi più povere. A lungo, la sua candidatura era sembrata potere decollare proprio per le capacità teoriche di intercettare l’elettorato di Trump ma con il vantaggio di offrire un’immagine meno controversa e non macchiata dai guai legali dell’ex presidente. Trump ha invece continuato a mantenere il suo ascendente sul partito, mentre cause e processi hanno finito per rafforzarlo, quanto meno tra gli elettori repubblicani.

Come ampiamente previsto, le primarie repubblicane si stanno trasformando in fretta in una corsa a senso unico, lasciando in pratica in discussione la sola scelta del candidato alla vice-presidenza. Le minacce maggiori a Trump potrebbero arrivare non dalle urne, ma da possibili manovre lontane dai riflettori. I già ricordati guai legali, a cominciare dal ruolo nella tentata rivolta del 6 gennaio 2021, fanno parte della battaglia politica condotta contro l’ex presidente, al di là del merito di ognuno dei procedimenti che lo riguardano.

Resta da verificare se e quali iniziative potrebbero essere messe in campo per fermare la candidatura di Trump. Si tratterebbe, com’è ovvio, di un’operazione altamente rischiosa, ma è molto probabile che in determinati ambienti d’oltreoceano si stia discutendo di questa opzione. Trump resta d’altra parte una sorta di mina vagante, in particolare per quanto riguarda la politica estera. L’apparato di potere USA è fermamente ancorato ai principi dell’interventismo e all’ossessione anti-russa, mentre l’ex presidente insiste nel minacciare, tra l’altro, un ridimensionamento della NATO, il disimpegno americano da alcuni teatri di crisi internazionale e la ricerca di una modalità di convivenza non conflittuale con la Russia. Tutto ciò era sull’agenda di Trump già nel 2016, anche se poi ben poco di quanto promesso è stato implementato.

Nikki Haley resta comunque ben finanziata, con alle spalle una vasta schiera di “mega-finanziatori” del fronte conservatore pronti a sostenere almeno per qualche tempo la sfida a Trump. Secondo i dati raccolti dalla no-profit americana Open Secrets, due “Super PAC” che sostengono la Haley hanno già speso complessivamente tra il primo gennaio 2023 e il 14 gennaio 2024 quasi 115 milioni di euro in campagna elettorale. Una di queste due entità fa capo all’ultra-miliardario e “attivista” delle cause conservatrici, Charles Koch.

Questi numeri confermano che il ciclo elettorale appena iniziato con le primarie repubblicane sarà con ogni probabilità il più dispendioso della storia americana. L’aumento delle spese in campagna elettorale di candidati e organizzazioni nominalmente indipendenti continua a essere inversamente proporzionale al livello qualitativo della “democrazia” americana. D’altra parte, già da tempo appare quasi certo che a sfidarsi nuovamente per la Casa Bianca saranno due dei più odiati politici degli Stati Uniti, entrambi oltretutto in età molto avanzata e, sia pure in misura differente, con problemi legali da affrontare.

Considerando solo le spese non gestite direttamente dai vari candidati, nella campagna elettorale per le presidenziali e in quella per il Congresso sono stati bruciati finora quasi 318 milioni di dollari, cioè sei volte di più rispetto al 2020. Secondo la società di analisi AdImpact, le proiezioni di spesa per le campagne di tutte le competizioni elettorali di questa stagione, che culminerà all’inizio del prossimo novembre, indicano la cifra record di 10,2 miliardi di dollari.

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