Uno degli effetti della guerra di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza è la destabilizzazione dell’equilibrio strategico, già di per sé precario, che in Medio Oriente garantisce la superiorità e l’influenza degli Stati Uniti sulle vicende della regione. Uno dei fronti su cui agisce questo processo, che sta già penalizzando Washington, è quello iracheno-siriano, dove i militari americani sono quasi quotidianamente presi di mira dai bombardamenti delle milizie sciite filo-iraniane che appoggiano la Resistenza palestinese nella striscia.

Con il sostegno incondizionato al genocidio in corso, l’amministrazione Biden sta andando incontro all’inevitabile epilogo dell’impegno militare USA in Siria e in Iraq. La presenza americana, già di per sé illegale quanto meno per il primo di questi due paesi, è infatti oggetto di discussioni interne alla Casa Bianca, come hanno confermato notizie circolate questa settimana anche sui media ufficiali.

 

Pur non essendoci evidentemente una scadenza precisa, il momento dell’uscita di scena degli Stati Uniti da Siria e Iraq potrebbe essere dunque vicina. La testata americana Foreign Policy ha scritto che il Pentagono starebbe studiando tempi e modalità per il ritiro del proprio contingente militare dalla Siria, stimato attorno alle 900 unità. Una decisione definitiva non è ancora stata presa, ma è chiaro che le pressioni esercitate dai gruppi della Resistenza in Iraq risultano sempre più difficili da sostenere. Secondo alcune stime, dal 7 ottobre scorso sarebbero state più di 150 le operazioni che hanno preso di mira le basi militari americane in Siria e in Iraq.

In risposta a questi attacchi, gli Stati Uniti colpiscono postazioni delle milizie sciite, prima fra tutte Kataib Hezbollah, riunite sotto la sigla di Forze di Mobilitazione Popolare e di fatto integrate nelle strutture delle forze armate regolati irachene. Le ritorsioni americane provocano regolarmente le proteste del governo di Baghdad, col risultato di incrinare sempre di più le relazioni bilaterali.

Gli USA avevano sfruttato la crisi prodotta nel 2014 dall’improvvisa avanzata dello Stato Islamico (ISIS) per intervenire militarmente in territorio siriano, nonché per tornare in Iraq solo tre anni dopo l’uscita di scena dal paese invaso nel 2003. I risvolti della guerra all’ISIS restano controversi, soprattutto per i possibili collegamenti tra l’intelligence di Washington e i militanti fondamentalisti sunniti. La gran parte dello sforzo per sconfiggere i terroristi è stata prodotta dalle stesse unità sciite irachene, sostenute dall’Iran, mentre il contributo americano che verrà maggiormente ricordato è la totale devastazione delle città con la maggiore presenza dell’ISIS, come ad esempio Raqqa.

La presenza militare USA in Siria non si è conclusa con la sconfitta dell’ISIS, ma è proseguita tramutandosi in una partnership con le cosiddette Forze Democratiche Siriane, dominate dalle milizie curde. La ragione ufficiale di un’occupazione senza fondamento legale di parte del territorio siriano era sempre la necessità di contrastare la rinascita dell’ISIS. Nella realtà, l’obiettivo era e parzialmente è ancora il rovesciamento del governo siriano legittimo del presidente Assad. L’altra attività a cui si dedicano i soldati americani in Siria è il furto del petrolio siriano, contrabbandato all’estero – verosimilmente anche in Israele – in collaborazione con i curdi.

L’articolo di Foreign Policy denuncia con toni quasi isterici il pericolo di un’eventuale evacuazione degli americani dalla Siria, agitando come sempre lo spettro del ripresentarsi dell’ISIS. Fermo restando che quest’ultimo agisce a orologeria rispondendo alle esigenze tattico-strategiche di Washington, la possibile decisione di ritirare le truppe USA dalla Siria ha una sua logica nel quadro della crisi attuale provocata dallo stato ebraico.

Vista l’impossibilità di fatto per la Casa Bianca di aumentare sensibilmente il numero di uomini sul campo, un’ulteriore escalation di missili dall’Iraq renderebbe impossibile la difesa delle basi USA. Allo stesso tempo, la situazione rischierebbe di sfociare in una spirale di violenze che, come minimo, complicherebbe ancora di più i rapporti già non semplici con l’Iraq. Un quadro che, come risulta evidente, diventerebbe più esplosivo se lo scontro dovesse allargarsi alla Repubblica Islamica.

Sempre in questi giorni è circolata anche la notizia dell’accordo tra Washington e Baghdad sulla ripresa delle trattative per programmare il ritiro dei militari americani dall’Iraq. Qui restano circa 2.500 uomini, ufficialmente con l’incarico di “consiglieri” dopo che l’amministrazione Biden aveva dichiarato la fine delle operazioni di combattimento nel 2021. Come dimostrano anche le bombe contro i gruppi sciiti filo-iraniani, il ruolo degli USA in Iraq rimane del tutto operativo.

In più occasioni nelle scorse settimane il primo ministro iracheno, Mohammed Shia al-Sudani, ha rilasciato dichiarazioni pubbliche per chiedere una discussione che porti all’evacuazione dei militari americani dal suo paese, peraltro già chiesta – e ignorata – a inizio 2020 dal parlamento di Baghdad a seguito dell’assassinio del numero uno dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Qassem Soleimani, e del vice-comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis. Dopo l’operazione ordinata dal Pentagono martedì contro Kataib Hezbollah, Sudani ha alzato i toni della retorica, fino ad accusare Washington di mettere a rischio gli accordi di cooperazione bilaterale, tanto da rendere necessario un ripensamento delle relazioni future.

Secondo quanto riportato dalla stampa occidentale, gli Stati Uniti avrebbero ammorbidito la loro posizione e si sarebbero aperti all’ipotesi di negoziare le circostanze e i tempi per l’uscita di scena dall’Iraq. In particolare, scrive la Reuters, la Casa Bianca avrebbe lasciato cadere come condizione imprescindibile per il ritiro la stabilizzazione del panorama iracheno, cioè il venir meno della minaccia dell’ISIS e delle milizie sciite.

L’eventuale abbandono di Siria e Iraq da parte americana, anche se al momento solo un’ipotesi, rappresenterebbe indiscutibilmente una sconfitta per gli Stati Uniti e il riconoscimento indiretto sia della forza acquisita dall’Asse della Resistenza sia delle conseguenze strategicamente devastanti per gli interessi di Washington dell’aggressione israeliana contro la striscia di Gaza.

Da un’altra prospettiva, il relativo disimpegno in vista rientra nell’evoluzione delle priorità strategiche americane, in atto almeno da un decennio, e che propone come “focus” principale la “competizione tra grandi potenze”. In altri termini, l’attenzione degli USA si sta sempre più spostando dall’Asia occidentale all’Asia orientale, nel quadro della rivalità con la Cina.

Queste dinamiche potrebbero accelerare con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, anche se da qui a dodici mesi gli scenari mediorientali potrebbero essere anche molto diversi. Resta il fatto che gli eventi scatenati dall’operazione di Hamas il 7 ottobre scorso stanno velocizzando il deterioramento della posizione americana in Medio Oriente e, più in generale, il declino in termini di autorità e credibilità in tutto il pianeta.

In merito invece all’Iraq, Washington difficilmente accetterà di fare semplicemente marcia indietro e lasciare campo libero all’Iran. Le trattative col governo di Baghdad avranno senza dubbio come uno dei principali argomenti le modalità con cui gli USA potranno continuare a influenzare i processi decisionali e le scelte strategiche dell’Iraq. Gli strumenti di pressione, oltre a quelli militari, sono d’altra parte molteplici, soprattutto in ambito economico.

Il docente iraniano e consigliere del governo di Teheran, Mohammad Marandi, ha proposto un esempio in un’intervista alla rete russa Sputnik. Secondo quest’ultimo, il governo americano tiene quello iracheno in “ostaggio”, dal momento che i proventi delle vendite di petrolio “passano attraverso conti di banche USA” e, “quando gli USA vogliono qualcosa [da Baghdad], non trasferiscono il denaro” all’Iraq finché non hanno ottenuto ciò che pretendono da questo paese.

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