di Eugenio Roscini Vitali

Gli avvocati che rappresentano i 6mila parenti delle vittime di Srebrenica hanno annunciato che chiameranno in giudizio le Nazioni Unite e l’Olanda, accusate di essere state in parte responsabili della morte dei circa 9mila musulmani massacrati nel luglio del 1995 dalle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. La notizia, pubblicata dalla Reuters, precisa che i rispettivi rappresentanti del governo olandese e dell’Onu dovranno comparire davanti al tribunale distrettuale dell'Aja. Nel documento di citazione, presentato il 5 giugno, i legali affermano che il governo olandese rifiutò l’autorizzazione al supporto aereo, indispensabile per la protezione dell’enclave e delle stesse truppe olandesi che, sotto mandato del Palazzo di Vetro, stavano difendendo Srebrenica. Gli avvocati Axel Hagedorn e Marco Gerritsen dello studio legale Van Diepen e Van der Kroef affermano che, poco prima della caduta dell'enclave in mani serbe, l'appoggio aereo alle truppe di terra fu ostacolato dallo stesso governo olandese. Privi di copertura aerea e sotto il fuoco delle milizie serbo- bosniache, i caschi blu lasciarono la popolazione nelle mani dei serbi di Mladić che, indisturbati, diedero il via a uno dei più sanguinosi stermini di massa avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale, un massacro che segnerà la vita di migliaia di persone e che verrà riconosciuto come genocidio e crimine di guerra. Secondo fonti ufficiali, il governo olandese, presieduto dal primo ministro Jan Peter Balkenende, si asterrà da qualsiasi commento finché non sarà in possesso della citazione. Fino ad ora, l’Olanda si è sempre difesa facendo ricadere ogni responsabilità sulle Nazioni Unite. I legali dei parenti delle vittime sostengono invece che la mancata copertura aerea fu causata da una decisione presa dai rappresentanti olandesi della Forza di protezione su richiesta del governo dell’Aja presieduto dall’allora premier Wim Kok, e non dalla sola iniziativa delle Nazioni Unite.

Il motivo di tale decisione sarebbe riconducibile al rischio a cui sarebbero stati sottoposti i Caschi blu olandesi di Srebrenica, potenziali vittime del fuoco amico. Al contrario, i rappresentanti dello studio Van Diepen e Van der Kroef, che vorrebbero chiamare al banco dei testimoni gli ex segretari dell’Onu Boutros-Ghali e Kofi Annan, sono certi che l’intervento dell’aviazione avrebbe fermato l’avanzata delle truppe serbo-bosnieche, senza colpire le truppe amiche ed evitando una strage. La responsabilità delle Nazioni Unite sarebbe quindi limitata al non aver agito per cercare di evitare l’influenza olandese.

Srebrenica è uno dei momenti più bui della recente storia europea, un sanguinoso sterminio di massa che ha riportato il tempo indietro di oltre mezzo secolo. Secondo fonti ufficiali le vittime furono circa 7.800 ma alcune associazioni per i diritti umani parlano di oltre 10mila morti. Non sono ancora stati chiariti ufficialmente i motivi per cui le Nazioni Unite non diedero il supporto aereo necessario a salvaguardare i 35mila musulmani che vivevano sotto protezione dell’Onu dal il 12 marzo 1993.

Sta di fatto che quando i serbi si avvicinarono a Srebrenica, il comandante dei 450 fanti e 27 carristi messi a difesa della città, il Tenete Colonnello Tom Karremans, chiese l’appoggio degli aerei da guerra. L’allarme fu lanciato quattro volte: il 6, l’8 e, per due volte, l’11 luglio 1995. La richiesta era chiara: le truppe erano scarsamente armate e non potevano far fronte alle forze di Mladić. I primi due appelli trovarono il rigetto del comando di Sarajevo perchè non erano ritenuti conformi a quanto prescritto dalle procedure ufficiali previste per le richieste di intervento aereo.

La prima richiesta dell'11 luglio, inoltrata quando i serbi erano oramai arrivati alla periferia di Srebrenica, fu invece respinta dal Quartier generale di Zagabria. La seconda venne accolta ma non subito soddisfatta, perché gli aerei della Nato che stavano sorvolando l’area da avevano nel frattempo ricevuto ordine di rientrare. L’attacco fu comunque portato da due F-16 olandesi che però mancarono l’obbiettivo, mentre i velivoli americani non furono in grado di entrare in azione per cause meteo. La sera dell’11 luglio il generale Mladić e il colonnello Karremans si incontrarono alle porte della città e Srebrenica fu consegnata ai serbi. Su richiesta del ministro della difesa olandese, Joris Voorhoeve, l’Onu cancello un secondo attacco aereo; il governo dell’Aia era preoccupato per la sorte dei propri connazionali. Il 12 luglio le forze olandesi accettano di essere disarmate e lasciano il complesso di Potocari - dove si erano rifugiati i musulmani - al controllo dei serbi. Le donne, i vecchi e i bambini furono separati dagli uomini e alla presenza di Mladić, migliaia di loro furono fatti salire sui camion.

Le truppe dell’Onu, ormai impotenti, cercarono di proteggere i sopravvissuti mentre, intorno a Srebrenica, veniva dato il via alle esecuzioni di oltre 7mila musulmani. Il 17 luglio Mladić strappò agli olandesi una dichiarazione nella quale si affermava che l’evacuazione dei rifugiati si era svolta correttamente. Il 21 luglio gli ultimi Caschi blu abbandonano la città, lasciando le armi e i mezzi alle truppe serbe.

Per quanto riguarda il massacro, le prove rimangono schiaccianti. Un video amatoriale che fu trovato in possesso di un abitante di Srebrenica e che venne utilizzato come prova a carico durante il processo contro Milosevic, dimostrerebbe la crudeltà dei fatti. I due principali responsabili della carneficina, Radovan Karadzic e Ratko Mladić, sono però ancora in libertà, ricercati dal Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (ICTY ) con l’accusa di crimini di guerra e genocidio. I due latitanti, e decine di ufficiali e uomini politici serbi, sono inoltre imputati per la persecuzione delle popolazioni bosniache non serbe e per la deportazione di migliaia di civili.

Tornati a casa, i soldati olandesi subirono invece pesanti accuse per il loro comportamento. Questo ha aperto un dibattito politico che ha portato ad una decisione ancora più controversa. Il 4 dicembre 2006, il Ministro della Difesa olandese ha deciso di decorare con cinquecento medaglie (non al valore) i militari che avevano il compito di proteggere Srebrenica; una forma di ricompensa che non ha certo trovato l’approvazione dei parenti delle vittime.

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