di Carlo Benedetti

La Russia cambia bandiera. E’ una decisione ufficiale e la vecchia insegna nazionale – rosso sangue e falcemartello in oro, che era restata privilegio dell’Armata – entra nelle vetrine dei musei come una reliquia. Lo ha deciso (con un diktat che farà discutere) il capo del Cremlino Putin il quale, con le sue continue giravolte, cerca di accontentare i nazionalisti, i monarchici e tutti i revisionisti che abitano in Russia. Bandiera rossa, quindi, addio. La storia ricorderà che nel 1848 era stata innalzata dal popolo di Parigi sulle barricate e che poi, nel 1871, i comunardi l’avevano elevata a simbolo nazionale della rivoluzione. Nell’Unione Sovietica era arrivata nel 1917 divenendo bandiera nazionale, pansovietica. Aveva accompagnato i soldati dell’Urss sino a Berlino. Aveva ornato la capsula spaziale di Gagarin ed era stata sempre alla testa delle parate civili e militari sulla piazza Rossa. Ed ora punto e fine. Lo annuncia a tutta pagina (anche con una certa ironia) il quotidiano moscovita Izvestija che così titola: “La bandiera zarista al posto di quella sovietica”. Ma la battaglia per eliminare il simbolo “rosso” era cominciata già da tempo. Sin dal 2005 monarchici e nazionalisti (che stanno prendendo sempre più piede nella Russia di Putin) puntavano a ripristinare i vecchi simboli prerivoluzionari. Tutto questo ha poi portato un gruppo di senatori e di deputati a far approvare alla Duma di Stato (il Parlamento della Russia) un disegno di legge relativo all'eliminazione dei due principali simboli dell'epoca sovietica, la falce ed il martello e la "Bandiera della Vittoria" (quella issata dai sergenti dell'Armata Rossa Kantaria ed Egorov il 30 aprile del 1945 sul Reichstag di Berlino in segno di vittoria dell'Unione Sovietica sulla Germania al termine della Seconda guerra mondiale). Alle manovre parlamentari erano seguiti momenti di stallo e di ripensamento. In particolare si giunse ad un vero compromesso. La “Bandiera della Vittoria” – si disse - resterà sempre valida e sarà tirata fuori dei musei solo in occasione di cerimonie solenni di carattere militare, quali ad esempio la deposizione della tradizionale corona d'alloro sulla tomba del Milite ignoto o la parata militare del 9 maggio. Per il resto varrà la bandiera attuale della Russia: quella bianca-rosso-blu con l'aquila a due teste dei Romanov che sarà anche cucita sulle divise dei militari.

Sempre sul fronte della guerra alla storia si registrano movimenti anche in Ungheria. Qui alcuni deputati del partito conservatore di opposizione (Fidesz) e democristiani sono riusciti ad eliminare il monumento ai soldati sovietici caduti in Ungheria nel 1945. Tutto avviene mentre è stata profanata la tomba di Janos Kadar nel cimitero Kerepesi di Budapest. Per trent'anni Kadar aveva guidato l'Ungheria dopo la repressione del 1956 dando al Paese un clima di democrazia e di rinnovato orgoglio.
Revisionismo galoppante anche in Lettonia. Qui è cancellata la festa della Vittoria riportata dall’Armata Rossa sul nazismo. Il governo di Riga ritiene, infatti, che non si trattò di una “vittoria” ma di una “occupazione”. Quindi, nessuna festa o celebrazione.

Attacchi all’epoca “sovietica” anche in Polonia. Qui i monumenti a Lenin, a Marx e tutte le statue che caratterizzarono il periodo del realismo socialista sono in stato di abbandono nel parco del palazzo Radziwill, a Kozluwka, oltre Lublino. Bronzi di Stalin, o quelli di Dzierzynski e di Koniew, sono andati distrutti. Il piccolo museo Lenin, a Varsavia, è chiuso dal 1991. Emblemi con soli nascenti, stelle, falci, martelli, manifesti di propaganda e orgogliosi operai in calcestruzzo, giacciono sepolti in fabbriche e miniere dismesse della Slesia. E’ in atto, praticamente, una morbosa inquisizione anticomunista ed antirussa. E così da Tallin a Varsavia, da Budapest a Kiev e a Tbilisi, è guerra di statue e di simboli. E questo avviene mentre i dirigenti polacchi - i due Kaczynski – svendono la sovranità nazionale e offrono a Bush una base anti-missile per il loro scudo spaziale.

Resta, comunque, ancora qualcosa di sovietico a Varsavia: è il monumento all’Armata rossa in piazza Wilenski, nel quartiere Praga e l’ossario sovietico di Ochota, nel parco Pola-Mokotowski. Qui ci sono i resti di 21.468 soldati dell’Urss. “Caduti – come è scritto in una lapide - per liberare la Polonia dall´occupazione tedesca negli anni 1944 e 1945”. Ma qualcuno, con la vernice nera, ha aggiunto: “Fagiani impallinati”. E ancora, nel mirino del revisionismo polacco attuale ci sono Stephan Okrzeya, rivoluzionario del 1905, Ludwik Warynski, fondatore del Partito proletario nel 1880, Karol Swierczewski, generale della Seconda armata polacca nella guerra di Spagna e Wladislaw Broniewski, poeta rivoluzionario che celebrò Stalin prima di finire in un gulag. La macchina messa in moto dai due Kaczynski sta stritolando, a poco a poco, la storia polacca. Si strappano le pagine della storia.

Ma è anche vero che da Mosca Putin non sta dando – come invece dovrebbe – il buon esempio. Perché anche i russi – quelli che ricordano la Rivoluzione e quei veterani della guerra - si trovano a fare i conti con la “gallina zarista” che impazza ovunque: nelle bandiere, nelle medaglie, nei simboli del potere. Si cancellano a poco a poco gli uomini della Rivoluzione d’Ottobre. Gli scrittori del periodo sovietico non trovano posto negli scaffali delle librerie. Nei testi scolastici si cancellano i loro nomi. E’ un ritorno al periodo post-rivoluzionario quando si eliminava tutto quello che c’era stato prima? Del resto anche Breznev, una volta al potere, cancellò Krusciov. Allora si saltarono molti anni e dai libri scomparve il nome dell’uomo che aveva dato vita al XX Congresso del Pcus. Ora quelle opere – con quei pesanti buchi neri – sono il simbolo di un’epoca. In attesa che anche Putin venga un giorno cancellato, se non dimenticato.

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