di Bianca Cerri

Sono ormai 20 anni che nei tribunali i risultati del test del DNA servono a stabilire l’innocenza o la colpevolezza di un imputato. Dopo gli esperimenti iniziali, il test ha assunto un’importanza fondamentale e si calcola che abbia aiutato la soluzione di circa 50.000 omicidi solo negli Stati Uniti. Ai tecnici incaricati di effettuare i prelievi viene fornito un kit contenente vetrini e buste da sigillare dove conservarli dopo il prelievo, un modulo dove i tecnici annoteranno le proprie osservazioni, un lenzuolo di carta dove poggiare il corpo della vittima - viva o morta che sia - durante le operazioni di prelievo, bacchette sterilizzate da riporre in buste da sigillare in modo che non vengano a contatto con altre sostanze, taglierino, buste di plastica dove riporre gli indumenti della vittima o altri reperti che potrebbero contenere le tracce organiche dell’autore di un reato. L’esame vero e proprio consiste nell’individuare eventuali residui spermatici, depositi di saliva, tracce di urina o di sangue che possano ricondurre al responsabile ma anche alla presenza di sostanze dopanti nel corpo della vittima. In mancanza di indiziati, i risultati verranno custoditi nei laboratori di medicina legale nella speranza che, per un motivo o per un altro, non scompaiano misteriosamente, cosa che avviene con impressionante frequenza negli Stati Uniti. Inutile sottolineare che la sparizione di un test del DNA nei casi capitali mette a rischio la vita stessa di un imputato. Negli ultimi venti anni, oltre trenta condannati alla pena capitale sono riusciti a provare la propria innocenza quando avevano ormai perso ogni speranza proprio grazie alla possibilità di risalire al vero colpevole con l’aiuto delle tracce biologiche. Naturalmente, può anche accadere il contrario, ovvero che un imputato che si protesta innocente venga inchiodato alle proprie responsabilità dal DNA. Eppure, a quasi venti anni dall’ammissione del test nei tribunali, gli Stati Uniti non hanno ancora varato una legge che stabilisca regole precise in materia. I reperti biologici vengono trattati alla stregua di tutti gli altri, nonostante siano l’unica prova sicura per accertare verità.

In circa dieci stati americani, i laboratori di medicina forense sono una specie di bolgia infernale con scatoloni ammassati dovunque. I risultati dei test del DNA vengono spesso smarriti oppure gettati via trascorso un certo tempo. Per un paese dove la maggior parte della gente è convinta che sia meglio mandare in galera dieci innocenti piuttosto che far circolare liberamente un colpevole, ammesso che l’una cosa sia antitetica all’altra, si tratta di un particolare irrilevante. Per chi si ritroverà a vegetare in una prigione a causa della negligenza della legge le cose saranno molto più complicate. Almeno 141 persone tra quelle che si trovano attualmente dietro le sbarre negli Stati Uniti aspettano da anni che vengano ritrovati i risultati dei test del DNA che potrebbero scagionarle completamente dai reati loro attribuiti. Come da copione, in un buon 90% dei casi si tratta di afro americani condannati da una giuria composta da soli bianchi. La loro condizione solleva parecchie perplessità su un sistema di giustizia che, pur non possedendo ancora una regolamentazione sui test del DNA, continua a mettere sulle spalle degli imputati l’onere di dimostrare la propria innocenza.

Il destino di William Grimes è stato stabilito da un torsolo di mela. Grimes è accusato di essere introdotto in una casa e aver violentato una donna, oggi deceduta. Nella deposizione fatta alla polizia subito dopo la violenza, la donna, Carrie Elliot, dichiarò che prima di andarsene l’aggressore aveva mangiato una mela presa dal frigorifero gettandone poi il torsolo nel cortile. Gli investigatori trascurarono quel particolare senza pensare che era l’unica prova sicura a loro disposizione per risalire al colpevole. Oggi William Grimes ha sessanta anni e potrebbe uscire nel 2008 con la condizionale, ma ad una condizione: che si dichiari colpevole e che accetti di frequentare un programma di riabilitazione riservato agli autori di delitti a sfondo sessuale. “Preferisco finire la mia vita in carcere che confessare qualcosa che non ho fatto. Tutte le volte che penso a quel torsolo di mela mi viene un groppo in gola. Non so se ci sarà per me un domani e anche se ci fosse mi chiedo se quando arriverà ci sarà qualche differenza….”. Questa, nelle parole dello stesso Grimes, è la condizione di chi rimane vittima della negligenza degli investigatori.

Innocenti o colpevoli che siano, le 141 persone accertate i cui test del DNA sono stati gettati via o finiti chissà dove meritavano una giustizia migliore. Ad esempio, che fine ha fatto il bastone con cui venne uccisa Katherine Lynch sul quale si trovavano residui organici che avrebbero potuto scagionare Floyd Brown, rinchiuso da 14 anni in un manicomio criminale della Carolina del Nord? “Se non c’è più non c’è più, forse l’avrà smarrito il corriere, risponde con incredibile disinvoltura Tommy Allen, sceriffo della contea di Anson, dove 14 anni fa avvenne il delitto.

Brown, che ha un quoziente intellettivo pari a quello di un bambino di cinque anni, girava tutto il giorno nelle strade di Anson svolgendo lavoretti per sopravvivere. Non ha mai imparato a leggere e a scrivere e, prima di finire nel manicomio criminale dove si trova tuttora, viveva con la madre in una casa priva di servizi igienici. Attualmente è in cura psichiatrica, il che significa semplicemente che riceve certi medicinali senza un minimo di terapia e tutto questo mentre continua a vivere per ventidue ore al giorno in una vera e propria gabbia, sorvegliato da personale autoritario e insensibile.

La scomparsa di prove certe può risultare frustrante anche per i parenti delle vittime che non riusciranno mai a risalire alla verità. Charlotte Altmeier, Janette Bodden e Faye Waver non si sono mai incontrate ma ognuna di loro ha avuto una figlia uccisa. La polizia di New Orleans ha gettato via i reperti biologici raccolti sui corpi delle vittime ed rintracciare i responsabili sarà molto difficile.
Altrettanto frustrati sono i genitori di Peggy Hetrick, che da venti anni sperano di rintracciare il vero assassino della figlia convinti che si tratti di una persona diversa da Tim Masters, il quindicenne che la polizia arrestò all’epoca e che oggi, a 35 anni, si trova ancora nel penitenziario di Buena Vista dove sta scontando l’ergastolo. Convocato al comando di polizia dagli investigatori, Tim si ritrovò in un mondo sconosciuto dove le sue deboli proteste di innocenza non vennero neppure ascoltate. Molti poliziotti erano convinti che in realtà il ragazzo non avesse nulla a che vedere con l’uccisione di Peggy Hetrick, ma furono sopraffatti da colleghi zelanti e forcaioli. Le varie prove che avrebbero potuto scagionare Tim Masters, capelli, residui di pelle sotto le unghie delle vittima, rilievi di impronte digitali furono gettati via assieme alla vita di un ragazzo di 15 anni.


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