di Carlo Benedetti

MOSCA. Si annuncia al Cremlino una lotta dura contro gli evasori fiscali, contro le varie tangentopoli, contro le lobby e la corruzione. E’ questa la prima sensazione che si coglie nella capitale dopo che il nuovo premier Zubkov (classe 1941) ha scoperto le carte parlando alla Duma, mostrandosi alla tv insieme al predecessore Fradkov (classe 1950), mentre gli addetti ai servizi logistici cambiavano la targa dell’ufficio. Ma dietro le quinte di questo teatro politico russo si è visto subito il volto di quel grande regista - manovratore e suggeritore, truccatore e sceneggiatore - che è Putin (classe 1952). Tutto quello che è avvenuto e che sta avvenendo in queste ore è frutto della sua intuizione e della sua capacità di saper manovrare rappresentando concezioni ed ideali che nessuno aveva messo nel conto. E con una mossa a sorpresa ha mischiato il mazzo di carte che si trovava sul tavolo verde del suo ufficio. Ha fatto ricorso al vecchio amico che aveva operato nella dirigenza del Pcus di Leningrado e con il quale aveva condiviso l’attività del commercio con l’estero. Ma Zubkov era anche qualcosa d’altro, perchè a Putin lo accomunava lo stesso impegno nel campo dell’intelligence. Uno si era dedicato ad attività oltre i confini e l’altro era impegnato nei servizi interni della polizia tributaria. Una stessa professione attuata su campi diversi che fa però sbattere nella prima pagina di un quotidiano di Mosca questo titolo a sensazione e sicuramente provocatorio: “Ed ora anche un uomo dei servizi nella poltrona di primo ministro”... Alla vigilia delle elezioni per la Duma e in vista delle presidenziali del 2008, si é in presenza di ripercussioni di rilievo. La realtà dei sommovimenti governativi dice che Putin sta formando, a poco a poco, con passi studiati, una equipe da poter controllare in ogni momento. Gente che gli dovrà sempre essere grata. Come Zubkov, appunto, che sarà tenuto a rispettare le regole del gioco e come del resto ha fatto sino a pochi giorni fa l’ex primo ministro Fradkov.

E’ facile oggi dire che si trattava di una figura sbiadita. Fradkov è stato un esponente di quella nomenklatura dirigenziale che conosceva bene i sistemi di funzionamento di un complesso apparato statale. Fu proprio per questo che Putin decise di portarlo al vertice come “elemento ideale” per svolgere attività di governo senza che nessuno potesse scoprire il disegno del presidente. Che – dopo essersi scottato dall’intraprendente Kasjanov - consisteva nel tenere lontano dai posti chiave personaggi ambiziosi (come Ivanov e Medvedev). Putin aveva bisogno di creare uno “stacco” tra la gestione governativa precedente e quella nuova. Tutto senza creare, subito, il clima della successione. Fradkov - consapevole o no - è servito appunto a coprire quella fase. Che ora si è chiusa. La sua uscita di scena (silenziosa) è anche la prova dell’esistenza, all’interno delle strutture del Cremlino, di una sorta di decalogo che segna tempi e comportamenti per arrivi e partenze.

Ed ora con Zubkov - che ha già detto apertamente di sentirsi in corsa per la presidenza - sappiamo anche che Putin è già un presidente dimezzato. Lo ha deciso autonomamente sapendo di andare incontro a tempi duri, ma certo di aver ottenuto il risultato sperato. Cambiare le regole del gioco mentre il gioco è in corso e si fa sempre più complesso visti gli appuntamenti elettorali. Ovviamente Putin è già certo del suo prossimo lavoro (la presidenza del Comitato Olimpico Internazionale? La guida di una holding russa come il Gasprom?) sapendo di avere al Cremlino una trojka (Zubkov, Medvedev, Ivanov) che gli sarà fedele almeno per i prossimi anni...

Zubkov, comunque, sarà un osso duro. E’ uno che ha lavorato senza far rumore e senza spargere polverone attorno alle sue attività. Si fa forte della sua biografia che è quella tipica di un fedele servitore dello Stato. Un giudizio sferzante su di lui viene dalla sociologa Olga Krystanovskaja, che ne accentua l’impegno nell’intelligence: “Pur se le strutture ufficiali continuano a sostenere che non ha avuto nessun rapporto con gli organismi speciali della polizia, ricordiamoci che tutta la sua biografia sta a dimostrare che per lui la famosa pistola di Gerginskij è come il violino per Oistrach”. Comunque vadano le cose è certo che sarà sempre Putin a decidere le linee della geopolitica. E in particolare a sviluppare quelle teorie che il suo consigliere più ascoltato - Vladislav Surkov - va delineando da tempo e che si riferiscono alla “democrazia sovrana” caratterizzata da una “capacità di concorrenza”.

Teorie, queste, che Putin vuole lasciare come eredità ad un Paese che cerca una sua collocazione nella società civile. Una “sovranità”, appunto, che intende dichiarare l'emancipazione della Russia da qualsiasi forma di condizionamento esterno. Nel pensiero di Surkov tale concezione si contrappone alla “democrazia guidata” che – “impostata da alcuni centri di influenza globale e imposta a tutti i popoli senza discernimento” - consiste in ultima analisi in “un modello stereotipato, imposto con la forza e con furbizia, di regimi politici ed economici non efficaci e diretti dall'esterno”. Il consigliere- e lo stesso Putin - non propongono una reazione autarchica, ma di “collaborare secondo regole giuste e di non essere gui¬dati dall'esterno”. Ed è appunto in tale formula che sta quasi tutta la sostanza della democrazia so¬vrana così come viene vista dal Cremlino in questa fase che segna un punto di svolta. Con Zubkov nei panni del gestore dell’attualità.

Si delinea quindi una Russia diversa? E’ presto per una risposta. Ma c’è già una sovranità vista come processo di reale indipendenza. Come “strategia di rinascita” capace di salvare la Russia da quella “ideologia della capitolazione” di fronte all’Occidente che caratterizzò la politica fallimentare di Gorbaciov e di Eltsin. Il disegno che avanza con Putin-Zubkov è anche denso di polemiche nei confronti di certe ideologie che si riferiscono all’americanismo. A Mosca, in tal senso, si nota che la Russia si è andata integrando nell’Europa, ma andando ad occupare un livello più basso perchè tenuta in una sorta di sala d’attesa. Ora Putin cerca di alzare la testa per dire che esiste una Russia che ha una sua originarietà e che rivendica, pertanto, la sua esclusività.

Altro aspetto da non sottovalutare quando si compie una analisi a tutto raggio sull’ideologia che si va formando nelle stanze del Cremlino consiste nel vedere sino a che punto Putin spingerà la critica nei confronti degli Usa. Perchè da un lato dichiara al mondo che senza Bush non ci sarebbe speranza di vincere la guerra al terrorismo, ma dall’altro lascia spazio a quanti ribadiscono che esiste un complotto antirusso, anti-Cremlino. E in questo trova spazio il consigliere Surkov il quale sostiene che nel mondo ci sono figure che continuano a vivere con la fobìa della guerra fredda, vedendo la Russia post-sovietica come un potenziale nemico. E’ stato Putin, in proposito, a denunciare che ci sono forze convinte della pericolosità della presenza nell’arena di una potenza nucleare come la Russia. E Surkov - ideologo del Cremlino di oggi - si affretta a sottolineare che esiste una cospirazione internazionale tesa a liquidare ciò che resta della potenza eurasiatica. In tal senso il terrorismo - questa la sintesi di Surkov - sarebbe solo un ulteriore strumento del disegno di tali forze. E come in ogni complotto che si rispetti c’è sempre una “quinta colonna di estremisti di sinistra e di destra”, colpevole di intelligenza col nemico. I riferimenti sono ai nazional-bolscevichi di Eduard Limonov e ai filo-occidentali del partito “Jabloko” di Grigorij Javlinskij.

Molte e molte cose si potrebbero ancora inserire sul tema delle scelte di politica estera. E’ però sufficiente soffermarsi su un punto-chiave della strategia del Cremlino. Mi riferisco alla volontà che si evidenzia sempre più (nonostante gli ovvii incidenti di percorso) di avviare la realizzazione di un triangolo geostrategico Cina-India-Russia. Tutto avviene anche per il fatto che la Mosca di Putin considera pur sempre con un certo scetticismo le manifestazioni di simpatia che molti politici dell’occidente manifestano nei confronti del Cremlino. E’ forse l’innata prudenza russa che prevale. Ma è certo che la strategia attuale si basa sull’idea della creazione di un triangolo eurasiatico Cina-India-Russia. Una vecchia “necessità” sostenuta da Evgenij Primakov quando ricopriva la carica di primo ministro (tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999) e che si va realizzando, in una certa misura, con Putin.

Per concludere, non si può sostenere che Putin sia un “antidemocratico”, almeno nell’accezione classica del termine, giacché é troppo moderno per credere ad un regime di dittatoriale nel senso tradizionale. Certo che vuole un potere forte. In questo senso le sue quotidiane ed insistenti apparizioni (con discorsi e dichiarazioni) stanno a dimostrare che è disposto a sacrificare le fasi democratiche per conseguire obiettivi economici e istituzionali “più importanti”. In ciò trova un alleato in Zubkov, che ha dello Stato un parere equivalente e che nel primo discorso alla Duma parla, non a caso, di una Russia che sia dotata di “capacità di concorrenza”. Un omaggio dovuto all’ideologo Surkov autore dell’espressione. Ed ora il “via” alla caccia dei nemici all’estero e dei nemici interni. Una sorta di unione tra Kgb e polizia tributaria? Anche questo è uno scenario da prendere in considerazione mentre prende quota una nomenklatura silenziosa. Che, ovviamente, punta al vertice del potere.


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