Gli elettori canadesi hanno dato lunedì un’altra chance di governo al primo ministro, Justin Trudeau, e al suo progressismo di facciata. Il Partito Liberale non è però riuscito a evitare una sensibile flessione dei consensi né la perdita della maggioranza assoluta in parlamento, tanto che il premier sarà costretto a cercare almeno un alleato per continuare a governare a Ottawa anche nei prossimi quattro anni.

Secondo i dati che arrivano dal Canada, il Partito Conservatore di opposizione avrebbe addirittura superato i liberali nel voto popolare. Il sistema elettorale maggioritario del paese nordamericano ha garantito comunque al partito di Trudeau un netto vantaggio in termini di seggi. I liberali restano relativamente lontani dai 170 necessari a governare in autonomia, come successo dal 2015 a oggi, ma con 157 seggi, contro i 121 dei conservatori, sono di gran lunga la prima forza parlamentare canadese. Nella precedente tornata elettorale, il Partito Liberale ottenne 177 seggi, sull’onda del sentimento di repulsione diffuso nei confronti del governo conservatore uscente.

 

Il numero assoluto di voti, che ha premiato il principale partito di opposizione, assieme al calo complessivo dei liberali, la dice lunga sul deterioramento dei consensi per l’ormai ex prodigio, o presunto tale, della pseudo-sinistra canadese. La permanenza di Trudeau al governo è stata possibile, oltre ai meccanismi della legge elettorale, grazie al discredito dei conservatori e al timore di lavoratori, giovani e pensionati canadesi di un ritorno alle politiche selvaggiamente neo-liberiste dell’ex primo ministro Stephen Harper.

Il Partito Conservatore ha pagato anche la scelta di un leader, Andrew Scheer, non esattamente carismatico e, in una certa misura, la fissazione sull’impegno a ritirare la “carbon tax”, introdotta dal governo Trudeau, a fronte di un’opinione pubblica che, almeno nella parte orientale del paese, appare sempre più sensibile alle questioni climatiche.

Proprio negli stati orientali il Partito Liberale ha ottenuto i risultati che gli hanno permesso una certa tenuta. In particolare, decisivo è stato lo stato più popoloso – l’Ontario – dove Trudeau ha raccolto 78 dei 121 seggi a disposizione, perdendone solo due rispetto al voto del 2015.

Questa performance ha consentito di rimediare almeno in parte alle perdite registrate altrove. Negli stati occidentali dell’Alberta e del Saskatchewan, dove si concentra l’attività estrattiva canadese, i conservatori hanno fatto il pieno o quasi, così come sono risultati il primo partito anche nel più progressista British Columbia. L’opposizione dell’industria petrolifera e di buona parte degli elettori di questi stati, che dipendono evidentemente dagli investimenti in questo settore, non deriva peraltro dal presunto radicalismo ambientalista di Trudeau, quanto dalla cautela del premier nell’implementare misure favorevoli alle compagnie energetiche.

Il primo ministro aveva anche approvato l’acquisto da parte del governo federale di un oleodotto per il trasporto di petrolio verso la costa del Pacifico, dando il via libera addirittura a una possibile espansione dell’impianto. Il progetto resta però in stallo, vista l’opposizione dell’elettorato liberale, e potrebbe incontrare nuovi ostacoli se Trudeau dovesse formare il prossimo governo con il Nuovo Partito Democratico (NDP) di centro-sinistra, i cui leader si sono sempre detti fermamente contrari.

L’NDP è appunto il principale candidato a partecipare al prossimo governo Trudeau o a fornirgli un appoggio esterno. Questo partito, tradizionalmente considerato alla sinistra dei liberali, è stato tuttavia punito dagli elettori nella giornata di lunedì, visto che ha perso quasi il 40% dei propri seggi. Probabilmente proprio per questa ragione, il suo leader Jagmeet Singh, primo leader politico di un certo rilievo di religione sikh in Canada, ha fatto subito sapere di avere già parlato con Trudeau e di essere disposto a collaborare col premier e i liberali. In campagna elettorale, Singh aveva spesso attaccato il Partito di governo per essere sostanzialmente espressione dei poteri forti canadesi, salvo poi lasciare aperta la porta a una possibile coalizione.

Un’altra forza che viene indicata come possibile partner dei liberali è il Bloc Québécois, presente solo nello stato francofono del Quebec, dove ha conquistato 32 dei 78 seggi in palio, cioè più del triplo di quelli occupati nel parlamento uscente. L’unico altro partito in grado di piazzare propri rappresentanti alla Camera dei Comuni di Ottawa è stato quello dei Verdi, passato da due a tre seggi pur avendo quasi raddoppiato la percentuale di consensi. I populisti del Partito Popolare hanno invece perso l’unico seggio che detenevano dal 2015, quello del leader Maxime Bernier  in Quebec.

Come hanno ampiamente ricordato i media di tutto il mondo in queste ore, il vento per Trudeau era iniziato a cambiare agli inizi del 2019 in seguito all’esplosione di uno scandalo che aveva subito pesato sui sondaggi, fino ad allora nettamente favorevoli ai liberali. Il caso riguardava la compagnia di costruzioni canadese SNC-Lavalin e l’ex ministro della Giustizia, Jody Wilson-Raybould. Il primo ministro era stato accusato di avere fatto pressioni su quest’ultima per convincerla a fermare un procedimento penale contro la compagnia con sede a Ottawa, coinvolta in un caso di tangenti pagate alla Libia in cambio di appalti.

Quando, dopo alcuni mesi, la vicenda aveva iniziato a perdere interesse, la stampa filo-conservatrice e lo stesso principale partito di opposizione avevano rilanciato le accuse contro Trudeau e sollecitato un’indagine a tutto campo della polizia canadese, nonostante non fossero emersi nuovi elementi. Il destino politico del premier era apparso inoltre in serio pericolo con l’apparire di una serie di fotografie, risalenti agli anni Novanta e al 2001, in cui era ritratto con il volto dipinto di nero.

Trudeau era finito così al centro di attacchi incrociati e costretto a fronteggiare l’accusa di essere segretamente razzista. Più in generale, le polemiche avevano fatto emergere l’ipocrisia del primo ministro canadese, le cui inclinazioni progressiste apparivano evidentemente più di facciata che non corrispondenti a reali convinzioni. Questa realtà non aveva bisogno peraltro di scandali di questo genere per essere dimostrata.

Per comprendere come Trudeau sia molto meno di sinistra di quanto la sua immagine pubblica suggerisca sarebbe stato sufficiente osservare alcune delle sue iniziative in veste di capo del governo. Dai tagli alla spesa sanitaria alle privatizzazioni, dal rafforzamento dell’intelligence alla repressione degli scioperi nel settore pubblico, dall’appoggio all’amministrazione Trump nel tentato golpe in Venezuela fino alla costante integrazione del Canada nei progetti strategici degli Stati Uniti, Trudeau ha percorso negli ultimi quattro anni una strada tutt’altro che contraria a quella indicata dall’esecutivo conservatore che l’ha preceduto e considerato quasi universalmente come uno dei più reazionari della storia canadese.

Il governo che nascerà a Ottawa si troverà ora dover mediare tra le aspettative di decine di milioni di canadesi, che hanno confermato sia pure di misura la fiducia in una maggioranza di centro-sinistra grazie anche alle promesse di improbabili riforme sociali, e quelle del business, chiaramente di segno opposto. La necessità di negoziare un accordo di governo con l’NDP, costretto a chiedere concessioni di carattere “progressista” per non perdere altro terreno nel paese, provocherà poi altre tensioni e una probabile nuova campagna di pressioni nei confronti del prossimo esecutivo, sulla scia di quella che aveva preceduto e accompagnato la campagna elettorale con l’obiettivo di spostare ancora più a destra il baricentro politico del paese nordamericano.

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