I “marmocchi viziati” di Washington in Centroamerica stanno avendo giorni complicati. Per gli Stati Uniti, che stanno attraversando una delle peggiori crisi sanitarie, economiche e sociali, ciò rappresenta un altro colpo alla loro strategia politico-militare per riprendere posizione nel continente. Juan Orlando Hernández, presidente dell’Honduras, si è nuovamente fatto rieleggere nel 2017 nonostante la candidatura incostituzionale, una sfacciata frode elettorale ed una violenta repressione post-elettorale con un bilancio di oltre 30 persone assassinate dalle forze repressive dello Stato.

Affinché questo potesse accadere (la sua rielezione), Hernández ha contato sull'appoggio incondizionato degli Stati Uniti, che prima hanno avallato la candidatura illegale e dopo la frode. Per Washington continua a essere inconcepibile un cambiamento nella conduzione del Paese - che considera il proprio "gendarme nell'area centroamericana" - che favorisca opzioni politiche legate a partiti e governi latinoamericani progressisti e di sinistra, ed a movimenti sociali e popolari nazionali e internazionali. Dopo “l’incubo Manuel Zelaya” ed il “ripristino dell'ordine” mediante il colpo di Stato del 2009, gli Stati Uniti non vogliono altre sorprese e optano per il male minore, fintantoché non abbiano un'alternativa che continui a garantire i loro interessi geopolitici.  
 

 

Il caso 'Tony'

Il 18 ottobre dell'anno scorso, la Corte federale di Manhattan ha riconosciuto l'ex legislatore Juan Antonio 'Tony' Hernández, fratello del presidente, colpevole dei reati di traffico di droga, possesso illegale di armi e false dichiarazioni. In quell'occasione, il procuratore del Distretto meridionale di New York, Geoffrey S. Berman, dichiarò che Hernández “è stato coinvolto in tutte le tappe del traffico di svariate tonnellate di cocaina che, attraverso l’Honduras, erano destinate agli Stati Uniti”. “Hernández - continua la nota della Procura - corruppe funzionari incaricati di far compiere la legge per proteggere le spedizioni di droga, chiese grosse tangenti ai principali narcotrafficanti ed organizzò la sicurezza armata per le spedizioni di cocaina”. L'ex legislatore honduregno avrebbe inoltre ricevuto un milione di dollari dal cartello di Sinaloa (del “Chapo” Guzmán) per la campagna presidenziale di suo fratello (2013).

L'attuale presidente Juan Orlando Hernández è stato segnalato nella documentazione della Procura come co-cospiratore (CC4). Le accuse sono state respinte tanto dalla difesa di 'Tony' quanto dallo stesso presidente Hernández, evidenziando i “progressi” nella lotta contro il narcotraffico conseguiti durante la sua amministrazione. Meno di 24 ore dopo la sentenza, il mandatario è apparso sorridente a una sfilata militare, accompagnato dall’incaricata agli affari dell'ambasciata statunitense, Colleen Hoey. Qualche ora più tardi ha ricevuto l'appoggio formale del Dipartimento di Stato. La lettura della sentenza nel caso 'Tony' Hernández è stata sospesa quattro volte ed è stata riprogrammata per il 29 giugno di quest’anno.  
 
Honduras: un narcostato?

Cinque mesi dopo la sentenza contro Juan Antonio Hernández, in piena emergenza sanitaria per il Covid-19 e per le accuse di corruzione governativa nell'acquisto di materiali e attrezzature mediche, è scoppiata un'altra bomba.

Il 30 aprile l'ex capo della Polizia nazionale dell’Honduras, Juan Carlos “El Tigre” Bonilla Valladares, è stato accusato nella Corte federale di Manhattan di traffico di droga e possesso di armi ed artefatti distruttivi. Ad accusarlo sono il procuratore Berman e l'agente speciale dell'Amministrazione per il Controllo delle Droghe (sigla in inglese DEA), Wendy Woolcock. Secondo la nota informativa della Procura del Distretto meridionale di New York, Bonilla “presumibilmente abusò della sua posizione ufficiale per proteggere le spedizioni di cocaina, ed assassinò un narcotrafficante nell’ambito di una cospirazione che coinvolge politici honduregni di alto rango e membri della Polizia nazionale honduregna”. Berman include tra gli accusati lo stesso presidente Juan Orlando Hernández e suo fratello Juan Antonio. “Come qui si dimostra, a nome del condannato ex membro del Congresso honduregno Tony Hernández e di suo fratello il presidente, Bonilla supervisionò il trasbordo di varie tonnellate di cocaina con destinazione Stati Uniti. Utilizzò mitragliatrici ed altre armi per riuscirvi e partecipò a fatti di violenza estrema, compreso l'assassinio di un trafficante rivale”.

L'anno scorso, l'ex capo delle operazioni internazionali della DEA, Mike Vigil, dichiarò a vari mezzi d’informazione che l’Honduras era diventato il trampolino di lancio per aeroplani carichi di cocaina che fanno rotta verso gli Stati Uniti. Affermò inoltre che la Procura avrebbe continuato a indagare e accusare molti altri individui, includendo prevedibilmente lo stesso presidente Hernández. “Io credo che stiano tentando di ottenere altre prove e aspettano probabilmente la fine del suo mandato di presidente per accusarlo di fronte a un gran giurì negli Stati Uniti”, pronosticò Vigil Hernández, il cui mandato terminerà dopo le elezioni del novembre 2021, continua a respingere ogni accusa. Tuttavia, per gli Stati Uniti diventa sempre di più difficile fare finta di niente.  
 
Il presi più cool

Un altro mal di testa per Washington è diventato l'attuale presidente salvadoregno, Nayib Bukele. Per l'amministrazione Trump, il presidente millennial che governa attraverso i social, rappresenta l'opzione più praticabile per riprendere protagonismo nel Paese, dopo un decennio di governi progressisti del Frente Farabundo Martí (Fmln). Inoltre, Bukele diventa un ulteriore alleato sullo scacchiere geopolitico latinoamericano. Ciononostante, il “presidente più cool del mondo” - come ama definirsi - sta attraversando un assai brutto momento, sommerso dalle critiche che gli piovono per la sua gestione autoritaria e il suo modo di governare irrispettoso verso gli altri poteri dello Stato.

L’8 e 9 febbraio, dopo aver convocato una sessione straordinaria dell'Assemblea legislativa, Bukele ha ordinato la militarizzazione dell'aula parlamentare per 'imporre' l'approvazione di un prestito di 109 milioni di dollari da parte della Banca centroamericana di integrazione economica (Bcie), per finanziare la terza fase del Piano di Controllo Territoriale.

La stragrande maggioranza dei legislatori ha definito l’azione intrapresa da Bukele come un 'colpo di Stato parlamentare', ed al presidente sono fioccate forti critiche a livello nazionale e internazionale. Il gruppo parlamentare del Fmln ha promosso una causa per sedizione, mentre la Sala Costituzionale del massimo organo di giustizia ha ordinato a Bukele di astenersi “dal fare uso delle Forza armate in attività contrarie ai fini costituzionali stabiliti, e dal mettere a rischio la forma di governo repubblicano, democratico e rappresentativo, il sistema politico pluralistico e in modo particolare, la separazione dei poteri”. Parimenti gli ha ingiunto di sospendere un'altra convocazione straordinaria del Parlamento, così come “gli effetti di qualunque atto o norma conseguenti all'accordo di convocazione (della sessione straordinaria) impugnato”.  
 
Scalata autoritaria

Per il presidente è stato un duro colpo e la sua reazione non s’è fatta attendere. Gli attacchi attraverso le reti sociali ai gruppi parlamentari dell’opposizione, al potere legislativo e giudiziario sono stati continui, ed il conflitto si è acuito ulteriormente dopo che il presidente ha decretato la quarantena e lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, in risposta alla pandemia del Covid-19.

Il provvedimento ha portato alla detenzione e reclusione di centinaia di persone nelle stazioni di polizia e in rifugi che non forniscono le condizioni minime per gestire una quarantena. Per la maggior parte si trattava di cittadini con attività informali, che devono quindi uscire e lavorare per poter sopravvivere. A molte di queste persone sono stati persino confiscati i veicoli. La militarizzazione della città di La Unión, il porto più importante di El Salvador, è stata un’altra delle misure fortemente criticate dagli altri poteri dello Stato.

A fronte della progressione autoritaria di Bukele e dell'attacco reiterato alla separazione dei poteri, la Sala Costituzionale è tornata a pronunciarsi, ordinando al presidente di astenersi dal “privare della libertà sotto forma di confino o internamento sanitario forzato le persone che non ottemperino all'ordine di quarantena domiciliare, finché l'Assemblea legislativa non promulghi una legge in cui si stabilisca il suddetto provvedimento”. Ha esortato anche le autorità, i poliziotti e i militari ad astenersi “dall’eseguire atti di forza che implichino la violazione dei diritti fondamentali delle persone, e che sono pure privi di fondamento legale”.

La risposta di Bukele è giunta il giorno stesso via Twitter, assicurando che non avrebbe rispettato alcuna risoluzione dei magistrati e che avrebbe posto il veto alla legge approvata dal potere legislativo. Nelle ultime ore, sotto la pressione dell'impresa privata per avviare la fase 2, sembra che il governo abbia raggiunto un punto d’incontro con l’estrema destra rappresentata dall’Alleanza repubblicana nazionalista (Arena), per approvare una legge che regoli il distanziamento sociale e la quarantena. È stato inoltre autorizzato un prestito di un miliardo di dollari che si aggiunge ai due miliardi già approvati per affrontare la pandemia. Il Fmln non ha votato nessuna delle due risoluzioni.

 
Uso letale della forza

Il primo anno del suo mandato sta per compiersi e Nayib Bukele sembra ostinato a imporre contro venti e maree la sua agenda politica, approfittando e capitalizzando la paura della gente. Secondo varie inchieste, la stragrande maggioranza dei salvadoregni continua ad appoggiare la sua gestione e sulle reti sociali è già diventato virale l’hashtag #lindadictadura (#belladittatura).

Il 25 aprile scorso, dopo un’impennata di omicidi, il presidente ha ordinato lo stato di emergenza nei principali centri penitenziari del Paese. Le immagini che ritraggono centinaia di detenuti seminudi, seduti in fila e ammassati senza nessuna misura di prevenzione sanitaria, hanno fatto il giro del mondo. Bukele ha ordinato di mischiare i membri di bande (maras) rivali nella stessa cella, sigillare le celle e lasciare i carcerati in totale oscurità, sospendere qualunque attività ed ogni contatto con l'esterno. Parimenti, ha ordinato di isolare i capibanda delle organizzazioni criminali e autorizzato l'uso della forza letale, garantendo la difesa legale per militari e poliziotti in caso di denuncia.

Le misure che violano la legge e i diritti umani, sommate all'uso mediatico delle foto fatte filtrare dal governo stesso sulle reti sociali, hanno portato perfino le organizzazioni internazionali tradizionalmente “sensibili” agli interessi di Washington, come la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) e Human rights watch (Hrw), a lanciare un grido d’allarme. Mentre la Cidh esortava ad “adottare provvedimenti che garantiscano vita, salute, integrità e dignità delle persone private di libertà”, José Miguel Vivanco, direttore di Hrw per le Americhe, twittava che la reclusione in celle sovraffollate e insalubri in El Salvador è “un trattamento crudele ed inumano”.  
Assicurava inoltre che, sebbene le maras debbano essere portate davanti alla giustizia, “questo non significa che il governo di Bukele possa esporle deliberatamente al contagio e sottometterle a trattamento crudele”.

Sembra che il “presi più cool del mondo" abbia perso il controllo. È quanto assicurano Eliot Engel, presidente del Comitato degli affari esteri della Camera, e Albio Sires, presidente del Sottocomitato degli affari esteri dell'emisfero occidentale della Camera degli Stati Uniti, che in una lettera indirizzata al presidente salvadoregno hanno denunciato “la ricaduta democratica e gli abusi contro i diritti umani in El Salvador”.  

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