Mentre in molti paesi occidentali la curva di morti e contagi provocati dal Coronavirus sembra essere almeno per il momento in fase calante, la situazione negli Stati Uniti continua ad apparire drammatica e, in alcune aree del paese, in netto peggioramento. Se le cause delle differenti modalità di diffusione del virus non sono ancora del tutto chiare, è evidente che la risposta del governo di Washington all’emergenza e la struttura economica e sociale americana hanno favorito il disastro in corso, fino al punto che, ad oggi, la prima e unica superpotenza del pianeta è anche in assoluto il paese che ha subito l’impatto peggiore della pandemia.

 

Il numero ufficiale degli infettati e dei decessi negli USA ha superato rispettivamente la quota di 1,2 milioni e 76 mila. Nello stato di New York, di gran lunga il più colpito, e in altri centri urbani il tasso di contagio appare da qualche giorno in discesa, ma in molte aree rurali del paese la tendenza è esattamente inversa. Qui, le stime indicano che ci vorrà ancora tempo per raggiungere il “picco”, secondo qualcuno addirittura fino al mese di agosto.

Nel complesso, dunque, lo scenario COVID-19 negli Stati Uniti resta tragico, anche se questa realtà non ha impedito all’amministrazione Trump di spingere per l’implementazione della cosiddetta “fase 2”. La Casa Bianca è anzi nel pieno di una campagna che intende promuovere la riapertura di praticamente tutte le attività economiche del paese, spesso, anche se non sempre, di comune accordo con le autorità a livello statale e locale.

Nel preparare questa operazione, Trump e i suoi uomini hanno abbandonato anche formalmente la pretesa di mettere al primo posto la salute degli americani. La priorità esplicita è diventata il salvataggio dei profitti delle grandi aziende private e di Wall Street, peraltro fin dall’inizio al centro degli sforzi della casa Bianca. Lo stesso presidente ha ad esempio riconosciuto mercoledì che il numero dei morti potrebbe effettivamente e con ogni probabilità aumentare a causa delle riaperture, ma la classe dirigente degli Stati Uniti ha ormai deciso di sacrificare altre decine di migliaia di vite sull’altare del capitalismo.

La decisione di far ripartire tutte le attività economiche e di allentare inevitabilmente le misure di distanziamento sociale viene presa contro il parere della comunità scientifica e degli stessi esperti che consigliano, almeno a livello teorico, la Casa Bianca. Giovedì, la Associated Press ha pubblicato un rapporto riservato del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle malattie (CDC), nel quale veniva stilato un piano per una riapertura graduale e senza eccessivi rischi delle attività economiche. Il presidente Trump lo aveva però respinto perché troppo “prudente”. I timori sono elevatissimi anche perché i dispositivi di sicurezza, gli strumenti medici e i test di massa che dovrebbero limitare o tenere sotto controllo il contagio restano in molti casi insufficienti.

Proprio per questo, Trump si è mostrato particolarmente sensibile a qualsiasi accenno di critica all’inadeguatezza delle misure prese dal governo federale. Mercoledì nello studio Ovale, il presidente ha avuto una discussione con un’infermiera, invitata a partecipare a una conferenza stampa alla Casa Bianca, quando ha testimoniato come le forniture di dispositivi di protezione per gli addetti che operano a contatto con malati di Coronavirus restino “sporadiche”. Trump ha immediatamente interrotto la sua ospite per puntualizzare che quella espressa dall’infermiera era solo la sua opinione personale e quindi non condivisa da “molte altre persone”.

Nella realtà del presidente, le strutture sanitarie del paese e la popolazione possono ormai contare su protezioni virtualmente illimitate contro il virus. Parallelamente, non è raro il tentativo di esaltare il comportamento del governo nella gestione della crisi. La nuova portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, è riuscita a definire “grandioso” il lavoro della task force scientifica della Casa Bianca, perché il bilancio dei decessi per Coronavirus negli USA è oggi di molto inferiore ai 2,2 milioni di morti che erano stati a suo dire previsti.

Il riferimento della portavoce di Trump è al comitato scientifico attorno al quale questa settimana è esplosa un’accesissima polemica. Martedì Trump aveva annunciato lo scioglimento della task force, lasciando intendere che la battaglia contro l’epidemia era ormai vinta. Il giorno successivo ha dovuto però fare una parziale marcia indietro. La commissione resterà operativa, ma, significativamente, si concentrerà sulla riapertura dell’economia americana. Con una velata minaccia contro chi metterà in discussione l’approccio della Casa Bianca, Trump ha anche aggiunto che sarà del tutto possibile un certo ricambio tra i membri che la compongono.

Uno dei fattori che la classe dirigente americana sta utilizzando per forzare il ritorno al lavoro nel pieno dell’epidemia è anche la disperazione di decine di milioni di lavoratori. Da un lato, governo e Congresso hanno messo a disposizione qualcosa come seimila miliardi di dollari a banche e grandi aziende, mentre dall’altro le classi più povere, ma anche le piccole imprese, hanno avuto nella migliore delle ipotesi le briciole. Le difficoltà burocratiche nell’accedere ai modesti aiuti stanziati a livello federale hanno a loro volta contribuito a mettere di fronte i lavoratori americani a una scelta tra il precipitare nella miseria e, tornando prematuramente ai propri impieghi, rischiare il contagio.

La disastrosa risposta alla diffusione del virus negli Stati Uniti non dipende solo dall’incompetenza di un presidente che fa dell’ignoranza e della menzogna la propria cifra. Corruzione e servilismo verso i grandi interessi economici fanno regolarmente parte della condotta dell’amministrazione Trump. Solo qualche giorno fa, l’ex direttore di un’agenzia federale impegnata nello sviluppo di cure mediche contro il COVID-19 ha denunciato formalmente il comportamento della Casa Bianca in questi mesi.

Il dottor Rick Bright ha descritto nel dettaglio l’opposizione dei membri del governo di Washington ai suoi ripetuti avvertimenti a rimediare alla carenza di dispositivi medici e di sicurezza ancora nel mese di gennaio, quando appariva già evidente la gravità dell’epidemia in arrivo. Bright è stato in seguito rimosso dal suo incarico anche per il rifiuto di favorire aziende farmaceutiche con legami all’interno dell’amministrazione Trump nell’assegnazione di appalti per la fornitura di medicinali destinati alla cura del Coronavirus e dalla dubbia efficacia o con pericolosi effetti collaterali, come l’idrossiclorochina.

La strategia dell’amministrazione Trump per affrontare l’emergenza raccoglie, a parte gli eccessi retorici del presidente, consensi sostanzialmente bipartisan. La riapertura immediata dell’economia è infatti un obiettivo condiviso, visto che i costi ritenuti insostenibili di un lockdown prolungato sono stati spesso evidenziati anche da commentatori “liberal” e da politici democratici. La ragione di ciò è da ricercare nella difesa degli stessi interessi di classe in un momento di crisi profonda del capitalismo USA, incapace di garantire anche solo un minimo di sicurezza e salute alla popolazione se non al prezzo di un impoverimento di massa e di un tracollo dell’economia del paese in teoria più potente del pianeta.

Unità di vedute vi è a Washington anche sul tentativo di dirottare verso la Cina le responsabilità del disastro in atto. Agli attacchi incrociati contro il governo di Pechino, accusato senza nessuna evidenza di avere ritardato la diffusione di informazioni sul virus se non di averlo propagato più o meno deliberatamente, vanno aggiunti anche gli appelli al patriottismo e a un ridicolo spirito di unità nazionale per superare la crisi, pericolosamente infarciti di retorica bellicista, rivolta, in ultima analisi, ai rivali strategici degli Stati Uniti.

A questo proposito, in un’uscita pubblica nei giorni scorsi Trump ha chiamato gli americani “guerrieri” pronti a sacrificarsi nella battaglia contro il virus, a suo dire causato dalla Cina, per poi denunciare, con tutte le implicazioni del caso, quello che ha definito come un “attacco” contro gli Stati Uniti peggiore di quelli di Pearl Harbour del 1941 e dell’11 settembre 2001.

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