La recente rivelazione sulle intercettazioni americane di alcuni leader europei, inclusa la cancelliera tedesca Angela Merkel, arriva in un momento particolarmente delicato nelle relazioni transatlantiche. Il presidente Biden è atteso infatti a breve da questa parte dell’Oceano per una prima visita che dovrebbe dare un impulso al superamento delle tensioni tra alleati che hanno caratterizzato i quattro anni dell’amministrazione Trump. Tanto più che lo stesso inquilino democratico della Casa Bianca è implicato direttamente nei fatti, visto che risalgono agli anni durante i quali occupava la carica di vice-presidente.

 

La notizia della sorveglianza elettronica condotta dall’intelligence USA anche ai danni di politici di paesi alleati non è nuova né sorprendente, visto che l’aveva portata per primo alla luce Edward Snowden nel 2013. Le ultime informazioni rappresentanto però un’ulteriore conferma dell’esistenza di queste operazioni ordinate da Washington. Inoltre, la fonte è di fatto indiscutibile, cioè una delle stesse agenzie impegnate nella raccolta di questi dati ultra-sensibili, ovvero il servizio segreto danese (FE).

L’emittente pubblica DR ha pubblicato lunedì un rapporto interno del FE che spiega come quest’ultimo abbia collaborato con l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA) per intercettare le comunicazioni elettroniche che transitano attraverso la rete di cavi sottomarini da e per paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Norvegia e Svezia. La Danimarca è un paese particolarmente adatto a questo scopo, dal momento che ospita parecchi “punti di atterraggio” di queste infrastrutture.

Gli obiettivi della NSA erano in primo luogo gli esponenti politici di massimo livello di questi paesi, tutti formalmente alleati di Washington e alcuni anche membri della NATO. Tra i nomi resi pubblici ci sono quelli della già ricordata Merkel, del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier e del politico socialdemocratico Peer Steinbrück, anch’egli tedesco. Molti altri sono comunque finiti sotto la lente dell’intelligence USA, come, quasi certamente, i vertici dello stato francese. Le informazioni riportate dall’indagine danese fanno riferimento agli anni tra il 2012 e il 2014, quando alla Casa Bianca sedeva Obama, ma non c’è ragione per credere che le intercettazioni siano state in seguito interrotte.

Eppure, già tra i documenti segreti resi pubblici da Snowden figuravano anche alcuni che rivelavano proprio l’esistenza di un programma della NSA per spiare i leader di paesi alleati, a cominciare dalla stessa Merkel. In quell’occasione era scoppiata una breve polemica, con i politici coinvolti che avevano ostentato indignazione e chiesto spiegazioni al governo americano. In breve tempo e dopo generiche rassicurazioni, tuttavia, la vicenda era sparita dal dibattito pubblico.

Anche in questi giorni non sono mancate le denunce dei fatti descritti dalla radio danese. In un meeting a distanza, la Merkel e Macron hanno affrontato direttamente l’argomento. Il presidente francese ha parlato di “fatti inaccettabili” che non possono accadere tra alleati. Macron ha detto di credere nel “legame di fiducia che unisce americani ed europei” e per questa ragione “non c’e spazio per i dubbi” nelle relazioni bilaterali. L’inquilino dell’Eliseo ha inoltre chiesto a USA e Danimarca di “fornire tutte le informazioni relative a queste notizie e ai fatti del passato”.

La Merkel, da parte sua, si è detta “d’accordo” con le parole di Macron, per poi definirsi “rassicurata” dalle dichiarazioni del ministro della Difesa danese, Trine Bramsen, la quale aveva in precedenza condannato le azioni di FE e NSA. Nelle parole della cancelliera si intravede insomma lo scarso appetito per andare in fondo alla questione, quanto meno a livello pubblico. A suo dire, la presa di posizione del governo di Copenhagen sarebbe “un buon punto di partenza” per ristabilire relazioni “basate realmente sulla fiducia reciproca”.

Se le reazioni ufficiali dei leader interessati dalle recenti rivelazioni sono per lo più ad uso e consumo del pubblico, ci sono pochi dubbi che la questione della “fiducia” tra alleati, soprattutto tra le due sponde dell’Atlantico, sia da tempo al centro delle discussioni in tutte le cancellerie d’Europa. Quello che il rapporto dell’intelligence mostra nuovamente è che gli Stati Uniti, in ultima analisi, vedono i paesi europei, in particolare quelli più “avanzati” come la Germania, più come rivali in ambito strategico ed economico che come alleati. In questa prospettiva, il controllo delle comunicazioni dei leader europei o delle multinazionali del vecchio continente, grazie agli strumenti in mano a organi come la NSA e alla collaborazione con agenzie di sicurezza servili come quella danese, diventa un vantaggio cruciale per gli interessi di Washington.

Anche su questi temi si gioca il tentativo di riconciliazione previsto dall’agenda di politica estera dell’amministrazione Biden e l’uscita delle ultime notizie sulle intercettazioni della NSA rischia di complicare i piani americani a pochi giorni dalla prima visita in Europa del presidente democratico. Per la Casa Bianca c’è anche un’ulteriore complicazione, rappresentata dal fatto che il trattamento non esattamente da pari a pari riservato agli alleati europei entra in conflitto con gli sforzi di compattare il fronte occidentale per affrontare la “minaccia” di Cina e Russia.

Lo stesso dilemma attraversa anche le classi dirigenti europee, divise al loro interno tra la fedeltà all’alleato americano e il perseguimento di strategie e politiche economiche improntate a una maggiore autonomia. Questi dubbi contribuiscono a spiegare la sostanziale docilità dei governi al centro delle operazioni di sorveglianza di Washington, anche se ci sono spesso ragioni più profonde legate ai rapporti consolidati tra gli apparati militari e della sicurezza europei e americani.

A quest’ultimo fattore va collegato un altro esempio del recente passato riguardante sempre la Danimarca e che testimonia di come l’influenza degli Stati Uniti sui loro alleati finisca talvolta per mettere in discussione non solo l’autonomia di un determinato paese, ma la sua stessa sovranità. L’anno scorso era cioè apparsa un’altra rivelazione giornalistica secondo la quale gli USA avevano collaborato con l’intelligence danese in un piano volto a spiare il governo di Copenhagen al fine di assicurare che quest’ultimo acquistasse i velivoli da guerra F-35 americani invece degli Eurofighter per rimpiazzare gli F-16 in dotazione delle proprie forze armate.

La notizia pubblicata dalla radio danese stimola infine un’ultima riflessione a proposito della sicurezza informatica, considerando anche che Washington e Bruxelles stanno negoziando un accordo transatlantico sul trasferimento dei dati personali al posto di quello stipulato in precedenza e annullato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea proprio a causa delle riserve circa le attività di spionaggio americane. Mentre, insomma, l’Europa si è in questi anni in buona parte adeguata alle richieste USA di escludere o limitare al minimo la collaborazione con le compagnie cinesi, come Huawei, nello sviluppo della rete 5G per il timore di una mai dimostrata penetrazione del governo di Pechino, tutto il mondo ha potuto osservare come le uniche prove concrete dell’esistenza di intercettazioni delle comunicazioni sensibili, incluse quelle dei leader europei, siano a carico proprio degli alleati americani.

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