Mentre gioca al deejay in spiaggia mortificando l’inno di Mameli, Matteo Salvini ha una decisione importante da prendere: far cadere il governo subito o restare intrappolato ancora per molti mesi? Pensava di avere più tempo per scegliere. Nella sua ignoranza delle dinamiche istituzionali, il ministro dell’Interno s’illudeva che - scongiurata l’ipotesi di un’alleanza M5S-Pd -qualunque momento fosse buono per tornare alle elezioni. Invece non è così.

 

Il Quirinale ha fatto capire ai due alleati di governo che c’è una data da segnare in rosso sul calendario: l’8 settembre. E non per memoria storica, ma perché quel giorno la Camera voterà il progetto di riforma costituzionale presentato dai grillini per tagliare il numero dei parlamentari da 945 a 600 (400 deputati e 200 senatori). Si tratta della quarta lettura, perciò in caso di esito positivo la legge sarà approvata in via definitiva.

 

A quel punto, il Colle non accetterebbe mai di sciogliere le Camere prima dell’entrata in vigore della riforma, perché significherebbe eludere una decisione del Parlamento. In altri termini, la modifica della Carta obbligherebbe le istituzioni a fare in modo che alle prossime politiche gli italiani siano chiamati a eleggere 600 parlamentari, non 945.

 

Questo significa che le Camere attuali non si potrebbero sciogliere per diversi mesi. Il motivo? Semplice: Costituzione alla mano (articolo 138), se la legge non è stata approvata in seconda votazione dalle due Aule con una maggioranza di almeno due terzi (come in questo caso), può essere sottoposta a referendum. Hanno diritto a chiederlo “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali” entro tre mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale. A quel punto bisogna fissare una data per la consultazione nei 90 giorni successivi, dopo di che – in caso di vittoria dei Sì – prima di arrivare all’effettiva riduzione dei seggi passeranno altri due mesi, come previsto dall’articolo 4 della stessa riforma. Alla fine, quindi, il Parlamento rischia di rimanere cristallizzato per circa otto mesi, cioè da settembre di quest’anno ad aprile del 2020.

Una vera camicia di forza per Salvini, che continua ad agitare lo spauracchio della crisi con cadenza pressoché quotidiana. Se vuole evitare tutto questo e al contempo rimanere in sella – impedendo la nascita di maggioranze creative o di governi tecnici – il leader della Lega potrebbe scegliere di far cadere il governo prima dell’8 settembre. Le occasioni non gli mancano, soprattutto questa settimana.

 

Oggi il Senato vota la fiducia sul decreto Sicurezza Bis. Il via libera non è in discussione, ma sembra che una decina di grillini potrebbero uscire dall’Aula. A quel punto il testo passerebbe solo grazie all’astensione di FI e FdI, che senza la fiducia avrebbero addirittura votato a favore. Si aprirebbe quindi un caso politico: la maggioranza non sarebbe compatta né autonoma su un provvedimento considerato centrale dalla Lega. Il che basterebbe a Salvini per aprire la crisi gridando al tradimento (o all’inettitudine) del M5S.

 

In alternativa, un nuovo pretesto per la crisi si presenterà mercoledì, quando, sempre a Palazzo Madama, si voterà la mozione presentata dal Movimento per impegnare il governo a fermare la Tav Torino-Lione. Com’è ovvio, la Lega voterà contro, insieme a Forza Italia e Pd. Se sarà anche il de profundis di questo governo, spetterà al ministro dell’Interno deciderlo. O forse lo ha già deciso, assorto nei suoi pensieri, fra un mojito e una cubista.

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