di Fabrizio Casari

Daniele Mastrogiacomo è libero. E’ stato rilasciato oggi pomeriggio sano e salvo e dire che ne siamo felici è usare un eufemismo. La sua liberazione, una delle poche buone notizie che provengono dallo scenario di guerra afgano, si deve alla capacità del governo italiano di negoziare con i Talebani e all’indiscutibile, decisivo aiuto, fornito da “Emergency”, l’unica struttura occidentale che può legittimamente parlare di pace e di gesti umanitari a Kabul e dintorni. Proprio insieme a Gino Strada, fondatore dell’associazione umanitaria, il giornalista de La Repubblica si è fatto ritrarre nella sua prima foto da libero. La liberazione di Daniele avrebbe dovuto aver luogo già nella giornata di ieri, ma alcuni intoppi relativamente alla conclusione della trattativa avevano complicato la chiusura definitiva della stessa ed il conseguente rilascio degli ostaggi. La diplomazia italiana ha quindi segnato con un colpo d’ala straordinario il suo lavoro sulla scena internazionale; una volta di più a favorire linea politica e interessi nazionali, lontana dalla storia opaca degli anni del governo di destra che l’aveva ridotta a rappresentante d’azienda sul piano commerciale e a tinello statunitense su quello politico.

Il Presidente del Consiglio ha ringraziato anche l’opposizione per il sostegno offerto, sostegno fondamentalmente consistente nel non tentare di mettere i bastoni tra le ruote alla trattativa e al non tentare speculazioni propagandistiche sulle difficoltà che si sono susseguite. Si deve riconoscere che così è stato, anche perché un atteggiamento diverso avrebbe ottenuto solo il risultato di assegnare a chi avesse creato difficoltà politiche l’eventuale responsabilità di un possibile esito tragico del sequestro di Daniele.
Vorremmo invece sottolineare l’unità di tutto il mondo dell’informazione che ha inteso rispettare il silenzio stampa del Governo e della famiglia di Daniele, condizione fondamentale per poter lavorare senza pressioni, con tenacia e con pazienza, come dovuto in situazioni del genere.

E ci sentiamo di dire che anche il mondo politico ha fatto la sua parte. Soprattutto Fassino, che con un tempismo non casuale ha detto cose sensate sulla exit-strategy dall’Afghanistan, probabilmente contribuendo ulteriormente al mantenimento di un canale di dialogo politico con i Talebani e, con ciò, al felice esito della vicenda. Ha ragione il Segretario dei Ds: una conferenza internazionale di pace deve prevedere la partecipazione dei Talebani. Perché sono loro i belligeranti, o il nemico dell’Occidente, come li si voglia chiamare. Perché sono loro che controllano la maggior parte del paese; perché senza di loro puoi formare magari un governo, ma non puoi governare. Perché del resto, se vuoi fare una Conferenza di pace ti siedi con il nemico. Se sei solo tra alleati, quella diventa di una Conferenza di guerra.

Ci piacerebbe dunque che la liberazione di Daniele Mastrogiacomo rappresentasse un’ulteriore spinta verso il mantenimento di una linea di condotta che cerchi una soluzione politica al conflitto afgano. Che riconsideri definitivamente il ruolo del nostro paese in una guerra che ha motivi diversi, molto diversi, da quelli invocati a sostegno, che sono invece obiettivi politici e militari tutti interni alla vicenda politica statunitense, interna ed estera. Serve insomma definire gli interessi strategici italiani: se, dove e quando, coincidono con la presenza delle nostre truppe o, invece, con un ruolo politico che si misuri sul terreno del confronto e dell’iniziativa politico-diplomatica.
E’ tempo di politica. Possibilmente sovrana.




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