“Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco.”

Charles Foster Kane (Orson Welles), Quarto Potere.

Citizen Kane, il titolo originale del film capolavoro di Orson Welles, esce nel 1941. In un altro ispirato dialogo della pellicola, si parla di Francia Inghilterra Germania e Italia come paesi “troppo intelligenti” per avventurarsi in una nuova guerra mondiale. Sapendo come è andata a finire, ci sarebbe da ridere, se non fosse tragico.

 

In realtà, a più di ottant’anni di distanza, ora potremmo permettercelo di ridere; in modo finanche irriverente, se non avessimo di nuovo a che fare con le atrocità della guerra. O meglio, anzi peggio, delle guerre. Ci sono entrate in casa, come tambureggiano ormai da tempo i media di tutto il mondo, eppure rimaniamo quasi impassibili a osservarle su schermi e display che abbiamo sottomano. Per carità, ne soffriamo intimamente e con indiscutibile sincerità, ne denunciamo la irragionevolezza la retorica e l’anacronismo, ne evidenziamo le inevitabili perdite rispetto ai miseri guadagni.

In fin dei conti però, il mitizzato buon senso dell’opinione pubblica, quando se ne ravvisa l’esistenza, non ha la stessa efficacia dell’elettorato. Soprattutto quando questo si affida alle ingannevoli rassicurazioni delle politiche sovraniste e securitarie. Ovunque, non solo nel martoriato Medio Oriente.

Insomma, il secolo appena passato, pieno di orrori e reiterati tentativi (spesso riusciti) di riproporre i presupposti della guerra e di riprodurne gli effetti, non è bastato a evitare di farne ricorso in questo scorcio di millennio. L’umanità sembra che ignori l’irreversibile baratro in cui ha rischiato di precipitare in così tante occasioni. Al contrario, sembra voglia sfidare continuamente la possibilità di auto-estinguersi. Della historia magistra vitae ciceroniana non è rimasto che il fascino e la suggestione di una sua inossidabile attualità. Impressionante ma tradita.

Gli eventi evocano e rincorrono piuttosto Von Clausewitz, e le sue parole che ancora oggi risuonano come un severo monito: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi.” E se la politica è quella rivelatasi in questi anni a cavallo dei due millenni, c’è ben poco da sperare che non continui con le armi. E c’è ben poco da illudersi che possa risolvere le controversie che spesso, con la sua degenerazione, ha contribuito a ingigantire e a rendere quasi irrimediabilmente aggrovigliate. Mai, forse, come in questa sciagurata epoca che stiamo vivendo, la politica ha ceduto così di schianto il passo alla economia.

Non che prima le si sia potuto attribuire una sorta di incontrastata egemonia, anzi; draconiane leggi dell’economia hanno determinato scelte e decisioni che tuttora gravano sulla sorte di una parte non indifferente del genere umano. Leggi che rispondono a una inesauribile spinta a trovare nuovi mercati da allargare, nuove frontiere da superare e nuove terre da sfruttare. E con esse, popolazioni inermi condannate a subire la spietatezza della voracità coloniale.

In sostanza, gli effetti della prassi predatoria di spoliazione e saccheggio del capitalismo nel suo mortifero abbraccio con l’imperialismo. Fin dai tempi del famoso generale prussiano, nessuno degli imperi, nessuna delle potenze (o pseudo-tali come l’Italia nelle sue vergognose avventure colonialiste, al pari di altre nazioni, beninteso), è venuta meno alla “esigenza” di oltrepassare i propri confini e assecondare sanguinari propositi di conquista. Pertanto, più che la continuazione della politica con altri mezzi la guerra/le guerre sono la più nefasta rappresentazione della lotta di classe. Per meglio dire, della irriducibile idiosincrasia per la pace della classe dominante. Citizen Kane e Von Clausewitz vengono risucchiati nelle profetiche parole di Eschilo: in guerra, la verità è la prima vittima.

Estremamente scottante è quindi il tema della democrazia, di quelle presunte tali o di qualche suo simulacro venerato qua e là nelle nostre comfort zone occidentali. Del rilevante raggio d’azione della democrazia nel quale l’informazione ricopre, o dovrebbe ricoprire, un ruolo di primissimo piano. Non entreremo nell’urticante dibattito delle fake news e delle post-verità, per quanto siano enormemente significative, in modo particolare per la loro collocazione nell’universo digitale. Nel metaverso, a voler essere più contemporanei possibile, ugualmente come ieri nella dimensione analogica.

Ciò che davvero costituisce un reale pericolo per le nostre esistenze, sono le irrevocabili conseguenze ritenute tali a causa di un catastrofico evento che non avrebbe potuto far altro che scatenarle. Un esempio concreto: il 5 febbraio del 2003, l’allora Segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell, pronunciò il famoso discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in cui denunciò l’arsenale di armi chimiche posseduto dall’Iraq. È diventato storico, quasi iconico, il passaggio in cui sventolò platealmente una fiala contenente una letale polvere bianca: antrace.

Quel gesto, a nemmeno due anni dall’attentato alle Twin Towers, sanciva l’invasione dell’Iraq. Una campagna militare, oltre che politica e mediatica, destinata a un paese (e a una più vasta entità geopolitica) che nulla aveva a che vedere con l’attentato. Soprattutto però, erano totalmente false le prove presentate da Powell. Portate al cospetto della ONU e della opinione pubblica mondiale. Lui stesso lo ammise, qualche anno dopo, con un inedito quanto inutile slancio riparatore. Quando migliaia e migliaia di vittime innocenti erano già state sacrificate sull’altare della vendetta.

In un amaro ricorso storico, Joe Biden ha ricordato precisamente questo a Benjamin Netanyahu, a pochi giorni dall’attacco di Hamàs. A pochissime ore dalla strage dell’ospedale Al Ahli di Gaza, con un saldo di oltre 400 vittime. Mentre l’aviazione israeliana scaricava sulla città una quantità insopportabile di bombe, ha preso corpo l’ipotesi che sia stato un missile partito dal territorio palestinese a provocare la strage; un errore di calcolo, nell’orrore della contabilità di cadaveri che fatica ad arrestarsi. Il rimpallo di responsabilità ha fatto persino dimenticare le migliaia di morti innocenti nella striscia di Gaza per il “diritto all’autodifesa dello stato di Israele”.

Pertanto, la verità su quanto accaduto stenta a venir fuori, come è “normale” che sia in un qualsiasi teatro di guerra, dove è piuttosto la verosimiglianza della menzogna a rubare la scena. O, peggio ancora, la convenienza della sua digeribilità nell’organismo malmesso e malfunzionante della comunità internazionale. Nel migliore dei casi, la verità è un algoritmo capriccioso, alla mercé della superficialità e del disinteresse. Oppure, un sentiero lastricato di sofferenza e dolore nel disperato tentativo di ricercarla. È il convitato di pietra al lugubre banchetto che ne celebra le oltraggiate spoglie, in nome dell’oblio e dell’indifferenza.

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