In un momento di gravissima emergenza sanitaria globale e in presenza di richieste di aiuto di paesi quasi allo stremo, questa settimana il governo degli Stati Uniti ha dimostrato ancora una volta il livello infimo di umanità che contraddistingue il suo comportamento. Mentre in molti tra politici, governi e semplici commentatori sui social media stanno chiedendo un allentamento delle sanzioni, la Casa Bianca ha infatti ostentato nuovamente il suo volto peggiore, non solo declinando ogni invito ad attenuare le pressioni sull’Iran, ma decidendo nel pieno della crisi in atto ulteriori misure punitive contro un paese costretto a far fronte agli effetti devastanti dell’epidemia di Coronavirus.

La Repubblica Islamica continua a essere ufficialmente il terzo paese con il maggior numero di decessi per COVID-19, anche se è forte il sospetto che il bilancio provvisorio di oltre 1.100 vittime e più di 17 mila contagiati sia ampiamente sottostimato. Il pericolo che l’impatto del virus assuma proporzioni indicibili è da collegare in primo luogo alla carenza di materiale sanitario, come mascherine protettive, kit per effettuare i testi di positività e ventilatori polmonari, dovuta alle sanzioni commerciali americane già in vigore.

La situazione è ancora più vergognosa se si considera che a livello ufficiale le forniture di medicinali ed equipaggiamenti medici dovrebbero essere garantite all’Iran per ragioni “umanitarie” e lo stesso governo USA ha affermato nei giorni scorsi che l’eccezione sarà confermata anche per l’emergenza COVID-19. In realtà, gli ostacoli alla vendita di questi beni è fortemente limitata e i dati parlano di un crollo delle importazioni di materiale medico a partire dalla reintroduzione delle sanzioni da parte dell’amministrazione Trump nel 2018.

Le nuove sanzioni le ha annunciate martedì il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ufficialmente in risposta agli ultimi attacchi lanciati contro una base militare USA in Iraq, attribuiti da Washington alle milizie sciite filo-iraniane di questo paese. Il dipartimento di Stato ha aggiunto nove “entità” alla lista nera, assieme a tre individui di nazionalità iraniana. L’accusa è la solita di essere coinvolti in “transazioni significative” di petrolio iraniano, prima e legittima fonte di entrate per la Repubblica Islamica.

Con l’altro pretesto sempre utilizzato per punire l’Iran, ovvero il fantomatico programma nucleare militare di Teheran, il governo americano ha colpito anche sei persone e 18 compagnie che sarebbero appunto responsabili di avere contribuito allo sviluppo di esso. Incredibilmente, Pompeo ha avuto anche il coraggio di chiedere un gesto umanitario alle autorità iraniane e di liberare i cittadini americani detenuti dalla Repubblica Islamica proprio mentre sbatteva la porta in faccia a un paese in piena emergenza e strozzato dalle sanzioni di Washington.

Non serve d’altronde uno sforzo di immaginazione per comprendere come la Casa Bianca intenda sfruttare la crisi sanitaria causata dal Coronavirus per fare ulteriori pressioni sulla leadership iraniana e, se dovessero presentarsi le condizioni, tentare una spallata. A dare voce a questi auspici è stato tra gli altri un anonimo esponente dell’amministrazione Trump in un’intervista alla CNN nella quale ha parlato dell’emergenza COVID-19 come di una “Chernobyl iraniana”, riferendosi all’evento che precedette e forse accelerò la dissoluzione dell’Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso.

Che gli interessi e gli obiettivi americani in questo momento continuino a essere di natura strategica è testimoniato anche dal collegamento dell’Iran alla Cina fatto nel discorso pubblico di martedì dal segretario di Stato. Pompeo ha usato strumentalmente la definizione di “virus di Wuhan” per poi accusare le autorità iraniane di essersi comportate come quelle cinesi, cioè di avere inizialmente mentito sulla portata dell’epidemia e di non essere state in grado di adottare i provvedimenti necessari a contrastarla. A ben vedere, tuttavia, queste stesse accuse appaiono decisamente più appropriate se rivolte alla gestione della crisi dell’amministrazione Trump.

Sempre gli Stati Uniti e la gestione con metodi mafiosi della loro politica estera potrebbero essere la causa della diffusione fuori controllo del Coronavirus in un’altro paese in difficoltà – il Venezuela – anch’esso nel mirino delle manovre da “cambio di regime” di Washington. A farsi carico direttamente della spietatezza americana è stato in questo caso il Fondo Monetario Internazionale (FMI), i cui vertici hanno respinto in maniera oggettivamente inspiegabile una richiesta di prestito avanzata da Caracas.

L’organo con sede a Washington e in larga misura controllato dagli Stati Uniti ha appena messo a disposizione, almeno in teoria, ingenti fondi a quei paesi che avranno bisogno di attingerne per affrontare l’emergenza COVID-19. In un comunicato della sua direttrice, Kristalina Georgieva, il Fondo si era espresso in termini compassionevoli, prospettando ai governi in difficoltà finanziarie prestiti “flessibili” e a interessi zero. Ciò che non è stato spiegato dal FMI è però che le richieste devono passare attraverso una specifica selezione. Se i paesi richiedenti non appaiono allineati a Washington rischiano di essere esclusi e, nonostante i problemi domestici già enormi, saranno costretti a contare solo sulle proprie forze per combattere il Coronavirus.

Infatti, la richiesta fatta dal Venezuela per ottenere un finanziamento di 5 miliardi di dollari è stata respinta perché, assurdamente, non ci sarebbe “chiarezza” su quale sia il governo legittimo del paese latinoamericano. L’ordine di rimandare al mittente l’istanza del governo Maduro è arrivato evidentemente da Washington e risulta insensato non solo da un punto di vista umanitario ma anche perché contraddice le posizioni ufficiali dello stesso Fondo Monetario Internazionale.

Malgrado gli Stati Uniti stiano cercando senza successo da oltre un anno di installare alla presidenza il fantoccio Juan Guaidó, quest’ultimo è riconosciuto solo da un certo numero di paesi che hanno ceduto alle pressioni di Washington, ma essi rappresentano una minoranza di quelli rappresentati alle Nazioni Unite. Ugualmente, all’interno del FMI, Guaidó non ha il sostegno della maggioranza dei paesi membri e il Fondo continua perciò a riconoscere in modo ufficiale come delegato del Venezuela il ministro delle Finanze del governo Maduro, Simon Alejandro Zerpa Delgado.

Il rifiuto della richiesta di Caracas non ha perciò senso, tanto più perché essa è arrivata sommariamente, senza nemmeno che il FMI e i suoi economisti abbiano avuto il tempo di valutarne la legittimità, come prevede la prassi consolidata di questa istituzione.

Le conseguenze della decisione del Fondo potranno avere effetti anche molto gravi sul Venezuela, alla luce soprattutto delle condizioni delle strutture sanitarie del paese, colpito come l’Iran da pesantissime sanzioni americane. La richiesta di Maduro era arrivata in seguito alla decisione di incrementare la produzione di dispositivi e medicinali utili a combattere l’epidemia nel paese. Per fare ciò, infatti, il Venezuela è costretto a importare alcune materie prime indispensabili e il denaro del FMI avrebbe dovuto servire a finanziare questa urgentissima necessità.

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