I timori per la minaccia che da qualche tempo incombe sul diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti potrebbero concretizzarsi nei prossimi mesi a causa della decisione presa lunedì dalla Corte Suprema federale americana. Il più alto tribunale del paese ha di fatto ratificato la strategia degli anti-abortisti e ultra-conservatori americani per liquidare il diritto all’interruzione di gravidanza, fissato dalla storica sentenza “Roe contro Wade” del 1973, la cui validità sarà giudicata dalla Corte stessa durante il prossimo anno giudiziario.

 

Le manovre per arrivare alla sostanziale cancellazione della facoltà di abortire sono in corso da anni e si fondano su due elementi cardine. Il primo è l’introduzione di una valanga di leggi restrittive del diritto all’interruzione di gravidanza a livello statale e il secondo l’installazione alla Corte Suprema di giudici conservatori e anti-abortisti, teoricamente disposti a rivedere, se non a ribaltare, la sentenza “Roe contro Wade”.

Con la prima parte della strategia, i promotori dell’iniziativa anti-abortista intendevano incoraggiare cause legali contro le stesse leggi da loro promosse, quasi sempre palesemente anti-costituzionali, in modo da raggiungere almeno con una di esse la Corte Suprema. A questo livello di giudizio, poi, sarebbero diventate decisive le deliberazioni dei giudici appartenenti alla maggioranza conservatrice, nominati, ed è la seconda parte del piano, da un presidente di estrema destra, come è accaduto appunto con Donald Trump. L’ex presidente repubblicano ha infatti avuto la possibilità decisamente eccezionale di scegliere ben tre giudici della Corte Suprema nel corso del suo mandato.

In questo quadro rientra il caso che la Corte Suprema ha deciso di discutere e sul quale si esprimerà tra la primavera e l’estate del prossimo anno. Il caso (“Dobbs contro Jackson Women’s Health Organization”) riguarda una legge approvata dal parlamento statale del Mississippi nel 2018 e che vieta la procedura di aborto oltre le 15 settimane di gravidanza, con le uniche eccezioni per situazioni di emergenza e in caso di “gravi malformazioni”. Contro la legge aveva fatto causa l’unica clinica dello stato del Mississippi che pratica interruzioni di gravidanza, perché in violazione di una sentenza della Corte Suprema del 1992 che, a sua volta, ribadiva la validità della “Roe contro Wade”.

La legge del Mississippi era stata giudicata incostituzionale sia in primo grado sia dalla Corte d’Appello di New Orleans. Il giudice distrettuale che aveva emesso la prima sentenza aveva usato parole durissime contro la legge, denunciando le manovre politiche dietro all’approvazione del provvedimento ultra-restrittivo. Per il giudice “lo stato [del Mississippi] ha scelto di approvare la legge sapendo che era incostituzionale, con l’obiettivo di sostenere la campagna decennale, alimentata da gruppi di interesse, per chiedere alla Corte Suprema di ribaltare la [sentenza nel caso] ‘Roe contro Wade’” e mettere fuori legge l’aborto.

Il rilievo e la pericolosità della decisione di lunedì della Corte Suprema di prendere in considerazione il caso del Mississippi sono da collegare alla questione specifica che i giudici valuteranno nel prossimo anno giudiziario. Mentre i recenti casi relativi al diritto all’aborto finiti alla Corte Suprema avevano a che fare con elementi procedurali o aspetti legati agli standard medici che le cliniche dovevano rispettare, quest’ultimo caso va al cuore della questione. I giudici del supremo tribunale USA dovranno cioè decidere se tutte le leggi che proibiscono l’aborto prima della 24esima settimana di gravidanza sono costituzionali o meno. Questo termine è generalmente considerato il riferimento medico condiviso prima del quale il feto non è in grado sopravvivere fuori dall’utero.

Se la Corte Suprema dovesse ritenere valida questa o altre leggi simili, negli stati americani guidati dal Partito Repubblicano si assisterebbe a un’ondata di misure restrittive per rendere di fatto impossibile ricorrere all’interruzione di gravidanza. Come ha spiegato in un’intervista al New York Times la presidente dell’organizzazione di difesa legale Center for Reproductive Rights, alcuni stati hanno già introdotto una norma che, in caso di bocciatura della “Roe contro Wade” alla Corte Suprema, farebbe scattare automaticamente il divieto delle procedure di aborto.

La decisione di lunedì segna dunque una tappa fondamentale di un processo anti-democratico in corso da molti anni negli Stati Uniti, diretta conseguenza della crescita dell’influenza dell’estrema destra e del fondamentalismo cristiano sulla politica e la società americane. Un’involuzione che si riflette nella composizione della Corte Suprema, dove oggi c’è una solida maggioranza conservatrice (6-3). Le nomine dei tre giudici scelti da Trump – Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett – hanno alimentato le aspettative della galassia anti-abortista che auspica ora un esito differente rispetto alle cause del recente passato.

Nel giugno del 2020, la Corte bocciò ad esempio una legge dello stato della Louisiana che limitava drasticamente il diritto all’aborto con una maggioranza di 5 a 4. Il voto decisivo fu del presidente della Corte Suprema, John Roberts, spesso attento a valutare i risvolti politici delle sentenze, al di là del suo orientamento generalmente di stampo conservatore. Nei mesi successivi, la morte della giudice progressista Ruth Bader Ginsburg e la nomina di Amy Coney Barrett ha stravolto gli equilibri e potrebbe risultare cruciale per la sorte della “Roe contro Wade”.

Se il diritto all’aborto costituzionalmente garantito negli Stati Uniti è da questa settimana meno sicuro, non è del tutto scontato che venga smantellato dalla Corte Suprema. Mentre è fuori discussione che questo tribunale si sta spostando sempre più verso destra, soprattutto per quanto riguarda le questioni di ambito “morale” e religioso, nei casi più importanti la presidenza del giudice Roberts ha mostrato più di uno scrupolo nel tenere in considerazione le implicazioni di verdetti troppo estremi.

Esemplare in questo senso è stato il caso del 2012 sulla riforma sanitaria di Obama, nel quale il presidente della Corte Suprema diede il voto decisivo per salvare una legge che era diventata il bersaglio preferito della destra americana e del Partito Repubblicano. In quell’occasione, Roberts valutò in primo luogo la relativa popolarità di “Obamacare” nel paese, visto che, nonostante limiti evidenti, aveva allargato la copertura sanitaria a fasce di americani fino ad allora senza nessuna assistenza.

Questi calcoli potrebbero entrare in gioco anche con l’aborto, visto con favore dalla maggioranza degli americani e soprattutto delle donne americane, non tanto per difendere un diritto democratico indiscutibile quanto per evitare una mobilitazione popolare contro la deriva reazionaria che la Corte Suprema favorirebbe con l’affossamento della “Roe contro Wade”. La Corte potrebbe peraltro optare anche per un verdetto non così radicale e rimandare ad altri casi futuri il colpo di grazia al diritto all’aborto.

All’interno del tribunale queste riflessioni sono probabilmente già in corso da tempo. Infatti, in un segnale delle divisioni e dei dubbi che attraversano i nove giudici, forse anche in maniera trasversale, la Corte ha discusso per mesi se accettare il caso del Mississippi. I giudici hanno tenuto più di dieci riunioni a porte chiuse sull’argomento prima di arrivare a una decisione definitiva, resa pubblica nella giornata di lunedì.

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