Ogni storia di guerra, ogni sopravvivenza, ha bisogno di eroi. In particolare quando questi sono al servizio degli umili e non dei potenti. Perché di eroi vi sono due tipologie: i primi lo sono loro malgrado, per impossibilità a sottrarsi all’incombenza del dovere. I secondi lo sono per obbedienza ai vertici, per ingaggio o per furore, sul loro cuore batte la bandiera della convenienza.

 

A due tipi di eroi si iscrivono anche due modelli di eroismo, opposti e mai complementari, ai quali corrispondono, per conseguenza, due narrazioni eroiche. Quelle che ci raccontano sono storie mediatiche, inventate da esperti, prodotte di brain storming all’uopo, costruite dal nulla e lanciate ovunque. Sono di solito quelle che tutti conosciamo, elaborate e mediatizzate per noi, nella ricerca di un consenso: la costruzione di una verità di comodo da immettere sul mercato della circolazione delle idee trova la sua efficacia solo quando si riesce a volgere e capovolgere gli eventi a propria convenienza.

Se si volessero cercare esempi di una narrazione capovolta degli avvenimenti al fine di generare eroismo funzionale se ne troverebbero a iosa. Letteratura, poesia, cinema e pubblicistica abbondano. Uno degli esempi più noti è la rappresentazione della liberazione di Aushwitz, che Roberto Benigni, il cineasta italiano autore del film “La vita è bella”, ha assegnato, in barba a quanto realmente avvenuto, ai soldati statunitensi sbarcati in Europa. La verità storica assegna invece all’Armata Rossa Sovietica la liberazione del campo di concentramento in Polonia e di diversi altri. Furono i soldati russi (e non gli americani) a spalancare i cancelli di Auswitz, di Majdanek, di Belzec, Sobibor e Treblinka, di Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück, a far conoscere l’orrore delle camere a gas nei campi di sterminio nazista sparsi in tutta l’Europa dell’Est, strumento tra i principali dell’Olocausto. La bugia di Roberto Benigni è stata propagata a fin di Oscar: insignendo gli americani di eroismo immotivato ha vinto un Oscar, se avesse raccontato le gesta dei Sovietici non avrebbe vinto nulla.

Di eroi degli ultimi, purtroppo, è piena la storia; non c’è continente che ne resti indenne, anche perché non c’è continente che non abbia conosciuto l’orrore delle guerre imperiali e di conquista. Quella di cui parleremo brevemente qui, oggi, si chiama Ana Belén Montes ed è tornata libera in questi giorni dopo una prigionia durata 20 anni. Sarà sottoposta per cinque anni ad una particolare sorveglianza. Portoricana nazionalizzata statunitense, classe 1957, figlia di un medico militare ottuso, si è innamorata della causa di Cuba e per  anni ha fregato tutti: ha superato la macchina della verità, ha ingannato il fratello Tito e la sorella Lucy, entrambi nell’FBI. Per  anni ha passato all’intelligence cubana dati, nomi e progetti statunitensi contro l’isola.

Entrata come dattilografa al Ministero di Giustizia, fa carriera, cresce di ruolo e, grazie ad una competenza riconosciuta, arriva ad avere tra le mani dossier estremamente delicati. Avvicinata da agenti cubani, finge un viaggio in Europa ma va a L’Avana, dove viene addestrata e formata. Al suo ritorno negli USA riesce ad essere assunta al Ministero della Difesa, benché siano state segnalate le sue posizioni divergenti da quelle del governo sulla politica verso Cuba. E’ brava e competente e nessuna riunione con oggetto Cuba la vede estranea.

Disciplinata, cauta, impara tutto a memoria e poi copia su un floppy disk che consegna agli agenti cubani in incontri nei ristoranti. Riceve ordini attraverso i numeri in codice trasmessi sulle onde corte. Sobria, senza trucco, pochi gioielli, nessuna ostentazione, Ana sacrifica la vita privata alla causa.

I colleghi la percepiscono come diversa ma ne rispettano la competenza e il direttore della Cia, George Tenet, le consegnerà personalmente nel 1997 un particolare encomio, un Certificato di Distinzione dell’Intelligence.

Il 21 settembre 2001 viene arrestata grazie ad una informazione indiretta della NSA. l'amministrazione Usa dichiarò che aveva rivelato all'Avana quasi tutte le operazioni di intelligence statunitensi sull'isola ed era per questo considerata una delle "spie più dannose" per la sicurezza americana. Michelle Van Cleave, che era a capo del controspionaggio sotto il presidente George W. Bush, nel 2012 riferì al Congresso che Montes aveva "compromesso praticamente tutto quello che sapevamo su Cuba e sulle nostre operazioni sull'isola e il governo dell'Avana ha potuto usare tutte le informazioni a suo vantaggio".

Ana Belén viene processata e condannata a 23 anni di prigione, scampando per un pelo la pena di morte. In 20 anni nessuna tentazione di cedere di fronte a promesse e minacce. Con una disciplina interiore ed un’etica fuori dal comune, ripete ai suoi carcerieri che non si pente di quel che ha fatto, anzi lo rifarebbe. Non sopporta la politica terroristica statunitense verso Cuba e ritiene di aver fatto quello che poteva e dunque doveva fare.

Adesso è libera, ma in qualche modo Ana Belén, libera lo è sempre stata, perché ha resistito e dimostrato un coraggio e una tenacia, una forza d’animo ed una perseveranza fuori dal comune.

Una eroina? Sì, come tutte e tutti quelli che, di fronte allo strapotere arrogante dell’impero, che arriva sulla tua pelle senza che nessuno possa far qualcosa per aiutarti, fanno ricorso a tutte le loro energie e le loro convinzioni, al loro senso di giustizia ed al loro orgoglio, alla loro appartenenza ed al rispetto per se stessi e per i loro ideali. Non c’è modo migliore di vivere né di morire. Che la vita ti accolga e ti abbracci forte, Ana Belén.

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