La collaborazione tra Google e la macchina da guerra degli Stati Uniti è venuta a galla in questi ultimi giorni con la notizia dell’utilizzo da parte del Pentagono di un software ultra-sofisticato del gigante californiano, applicabile alle operazioni militari condotte in molti paesi con velivoli senza pilota o droni.

 

La partecipazione di Google al cosiddetto “Progetto Maven” era emersa già un mese fa, ma solo questa settimana si è saputo di una protesta interna alla compagnia, dove da qualche tempo circola una sorta di petizione per chiedere all’amministratore delegato, Sundar Pichai, di mettere fine alla partnership con il dipartimento della Difesa americano.

 

Google starebbe sviluppando un progetto che prevede l’utilizzo di un sistema di intelligenza artificiale, chiamato “TensorFlow”, per analizzare le immagine registrate dai droni del Pentagono e identificare “oggetti” di interesse sui quali gli analisti militari andrebbero poi a operare. In altre parole, malgrado le smentite dei vertici di Google, il programma in questione ha lo scopo di facilitare l’identificazione di bersagli oggetto di bombardamenti o assassini mirati.

 

Più di tremila dipendenti di Google hanno sottoscritto la lettera di protesta, nella quale si chiede alla compagnia di dissociarsi dall’industria della guerra americana, essendo “inaccettabile” qualsiasi contributo “alla tecnologia bellica” del Pentagono. Questa collaborazione, tra l’altro, mette potenzialmente Google in una posizione delicata dal punto di vista legale, visto che il programma di assassini mirati condotto con i droni solleva pesantissimi dubbi di costituzionalità.

 

Nell’ambito della “guerra al terrore”, infatti, le ultime tre amministrazioni americane e, in particolare, quella dell’ex presidente Obama hanno fatto ampio ricorso agli assassini “extragiudiziari” con incursioni tramite droni sul territorio di paesi stranieri. In alcuni casi, le vittime sono state anche cittadini americani, le cui esecuzioni sommarie si sono basate su esilissime giustificazioni pseudo-legali.

 

Il New York Times ha descritto un recente meeting aziendale all’interno di Google in cui sarebbe stata discussa la partecipazione al “Progetto Maven”. La “CEO” della divisione cloud, Diane Green, aveva in quell’occasione difeso la compagnia, assicurando che il programma non sarebbe stato impiegato in azioni di “offesa”. In realtà, il dipartimento della Difesa americano ha presentato apertamente il progetto come un sistema utilizzabile nelle operazioni di “anti-terrorismo”, anche se esso non sostituirebbe gli operatori umani nelle decisioni finali sugli obiettivi da colpire.

 

Nel tentativo di limitare i danni derivanti dalle recenti rivelazioni, il numero uno di Google ha rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale riconosce gli “interrogativi” suscitati dall’applicazione dell’intelligenza artificiale alle “macchine belliche”. Pichai ha inoltre assicurato che sarebbe in corso un dibattito interno a Google sull’opportunità della collaborazione con il Pentagono.

 

Un articolo di questa settimana del New York Times ha però suggerito l’esistenza di un clima intimidatorio, dal momento che il giornale ha potuto citare i dipendenti di Google solo in forma anonima, perché tutti hanno invariabilmente affermato di temere possibili ritorsioni da parte dei vertici della compagnia.

 

Se la notizia della partecipazione di Google al “Progetto Maven” è relativamente nuova, i legami dell’azienda con i militari sono invece noti da tempo. Ad esempio, Eric Schmidt, amministrazione delegato dal 2001 al 2017 e tuttora nel consiglio di Alphabet, la holding a cui fa capo Google, siede, assieme al vice-presidente Milo Medin, nel “comitato consultivo” del dipartimento della Difesa USA.

 

Un articolo apparso sul britannico Guardian ai primi di marzo ricordava poi come Google abbia avuto rapporti contraddittori con i militari. Se dopo l’acquisizione di alcune compagnie tecnologiche appaltatrici del Pentagono Google aveva risolto i contratti in essere, in altre occasioni aveva cercato di offrire e sviluppare tecnologia a uso militare.

 

I relativi scrupoli dei vertici della compagnia a instaurare apertamente una partnership con il dipartimento della Difesa sono dovuti sia all’opposizione dei propri dipendenti, come conferma la lettera di proteste indirizzata all’amministratore delegato, sia ai problemi di immagine che essa comporta.

 

Anche Google, tuttavia, intende sempre più integrarsi con l’apparato militare americano, se non altro per non cedere il passo, e perdere occasioni di profitto, ad altri colossi come Amazon o Microsoft, entrambi impegnati in questo ambito in progetti di collaborazione già ben avanzati.

 

L’aspetto cruciale e più inquietante di queste partnership è che esse sono tutt’altro che neutre e, anzi, comportano profonde conseguenze sulle politiche delle compagnie coinvolte e, ancor più, sulla società nel suo insieme e sui diritti democratici.

 

La sempre maggiore interdipendenza tra l’apparato militare o dell’intelligence e i colossi della tecnologia o delle comunicazioni fa parte cioè del processo in fase avanzata di erosione dei diritti costituzionali, negli Stati Uniti come altrove, e che risponde alla necessità dei governi di dotarsi di armi repressive efficaci in una fase caratterizzata da tensioni sociali esplosive e crisi di legittimità delle classi dirigenti.

 

All’aggiornamento tecnologico degli strumenti militari si accompagna così una rapida evoluzione verso la censura e la criminalizzazione del dissenso. Quest’ultimo aspetto è evidente nella farsa della campagna in atto un po’ ovunque contro le cosiddette “fake news”, di cui Google, in quanto quasi monopolista delle ricerche in rete, è appunto uno dei protagonisti assoluti.

 

Assieme a Facebook, Twitter e agli altri principali “social”, la compagnia californiana sta infatti assecondando in pieno gli sforzi delle classi politiche occidentali per cercare di imporre ai propri utenti soltanto fonti di informazione “autorevoli” e “affidabili”, ovvero quelle ufficiali che non si discostano dalla linea tracciata dai governi.

Chissà se ha ragione l’Assemblea generale dell’Onu ad applicare al World Wildlife Day dell’anno in corso, un unico, efficace principio: signori, il futuro delle specie selvatiche su questo pianeta è nelle nostre mani. La Giornata mondiale della natura che ricorre ogni 3 marzo dal lontano 2013, celebra la ricchezza e la bellezza delle forme di vita esistenti, eppure siamo ancora qui a enumerare animali e vegetali estinti o in via d’estinzione.

L'attualità politica entra preponderante nel Coriolano di William Shakespeare, per la regia di Marco Plini. L’opera riadattata e interpretata da Marco Maccieri, Luca Cattani, Giusto Cucchiarini, Cecilia Di Donato, Marco Merzi e Valeria Perdonò, racconta di una forma politica in divenire, in cui il popolo smette di essere silenzioso e vuole diventare protagonista.

Berlino. Sarebbe la sede adatta per una “rivoluzione culturale” che proclami la riscrittura degli spazi di lavoro e un nuovo equilibrio tra le donne e gli uomini.  Perché la "Berlinale", insieme ai festival di Cannes e di Venezia, è parte delle più importanti rassegne cinematografiche d'Europa.

 

Ogni suo mossa fa notizia, tanto più su un argomento di grande attualità da qualche mese a questa parte, poiché a partire dal caso Weinstein, in molti paesi le attrici, le operatrici dello spettacolo hanno preso la parola e hanno iniziato a rivelare delle verità scabrose sulla violenza sessuale maschile, come mai era accaduto prima. Quello che è venuto fuori non è una novità, è un qualcosa che abbiamo sempre immaginato, ma che non era stato mai affrontato apertamente e con altrettanta ufficialità.

 

Le donne dello spettacolo hanno fatto luce su quel lato oscuro, rimasto fino all'altro ieri nascosto nelle proteste che si richiamano all' uguaglianza e al rispetto reciproco. Pertanto definirlo un cambiamento epocale, un grande risveglio,  un nuovo capitolo nella storia dell’uguaglianza, non sembra affatto esagerato.

Naturalmente, tutta l’attenzione mediatica di cui sta godendo l'evento si sofferma sulla notorietà delle protagoniste, piuttosto che evidenziare le ragioni vere della loro condanna sul metodo che regola le relazioni tra i sessi da migliaia di anni. 

Sei sedie su un palcoscenico spoglio. Sei ragazzi. Tante storie di vita quotidiana, di difficoltà, di accettazione di un destino lavorativo che schiaccia e soffoca, che non permette di vivere una vita vera.

 

Sempre domenica, lo spettacolo ispirato al tema del lavoro, vincitore del Premio In-Box 2017, racconta una generazione senza prospettive e con poche possibilità.

 

È un lavoro sul lavoro. È un lavoro sul tempo, l’energia e i sogni che il lavoro quotidianamente mangia, consuma, sottrae.

 

I sei attori, Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella e Emanuele Pilonero creano insieme una trama in cui si intrecciano diverse storie, tutte accomunate da esistenze affannate, da scontri sociali, da vite che si consumano in lavori precari o deludenti. E anche quando si tenta la svolta, magari mettendo su un'agenzia di noleggio auto per matrimoni, la cosa presto svanisce in una nuvola di fumo e il fallimento è difficile da digerire.

 

Sono vite che a tratti si ribellano eppure poi si arrendono, perché in questo carosello di moti e fallimenti è il lavoro a suonare la melodia più forte, quella dell’ineluttabile, dell’inevitabile, del così è sempre stato e del sempre così sarà.

 

C'è chi un lavoro nemmeno ce l'ha, giusto? E allora tutto è consentito, pur di portare a casa uno stipendio. Anche rinunciare ai propri desideri, anche sacrificare il tempo passato con i propri figli o a cercare un amore che sia durevole.

 

Uno spettacolo che affronta l'oggi in maniera diretta, senza mezzi termini, usando i dialoghi come trame che si intrecciano e si avviluppano attorno a una generazione di ragazzi che ha poche speranze.

 

Una comunità di vinti, che si barcamena in una società dove il lavoro ha preso il posto del tempo libero e non solo, costringendo quasi a rinunciare ai rapporti sociali e familiari.

 

Così ci si accontenta e si resta inchiodati in un presente immobile, in una condizione di mancato benessere in cui non si vive, ma si sopravvive.

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