di Daniele John Angrisani

Tra manifestazioni più o meno pacifiche ed incontri nei salotti del potere, l'Italia ha ospitato oggi la visita del presidente degli Stati d'America. Rispetto alle altre volte che George W. Bush aveva visitato l'Italia nel corso dei suoi mandati, però, molte cose sono cambiate. In Italia presidente del Consiglio è diventato Romano Prodi, a capo di una coalizione che ha la presenza di esponenti molto critici nei confronti della politica americana. Ma anche dal lato USA le novità sono parecchie. Definito da tutti i media americani, anche da quelli che fino a poco tempo fa lo osannavano senza alcuna critica, come un "lame duck" (anatra zoppa), il George W. Bush che è atterrato venerdì sera a Fiumicino sembra ormai aver perso quasi del tutto il potere di un tempo. Il Congresso a maggioranza democratica, infatti, sebbene sia stato costretto alla fine ad approvare i finanziamenti alle truppe in Iraq, ha sfidato più volte il presidente chiedendo un calendario per il ritiro delle truppe prima di doversi arrendere al veto presidenziale, dando comunque un segnale chiarissimo alla Casa Bianca, che quest’ultimo anno e mezzo di presidenza non sarà per nulla semplici. Ulteriori segnali di questa continua, ma inesorabile decadenza dell’amministrazione Bush, si sono avuti negli ultimi giorni: venerdì, mentre lo stesso presidente americano si riprendeva dal mal di stomaco che lo aveva colpito durante il G8 in Germania, il Senato americano non è riuscito ad approvare una proposta di legge bypartisan sull'immigrazione, definita dal presidente Bush come la sua priorità assoluta in campo domestico per l'ultimo anno di presidenza, a causa della strenua opposizione della destra repubblicana.

Di fatto al Senato, su questa vicenda, ben 38 dei 48 senatori repubblicani hanno votato contro la Casa Bianca. Questi numeri parlano da soli, tanto che uno dei principali quotidiani americani, il New York Times, ha affermato che "la sconfitta al Senato, porta con se la sconfitta di Bush" e della sua ormai riconosciuta mancanza di leadership. In particolare nel partito repubblicano, gli aspiranti candidati alla presidenza fanno a gara a non nominare Bush, ben sapendo che un eventuale loro accostamento con il presidente uscente potrebbe essere letale per le loro chance di conquistare la Casa Bianca nel novembre 2008.

Ma se in politica interna le cose vanno male, di certo non vanno meglio in politica estera. Se è vero che in questo G8, ad esempio, sono stati raggiunti due obiettivi importanti, come il mini accordo sul clima ed il parziale disgelo tra Russia e Stati Uniti sullo scudo spaziale, c'è anche da dire che la sensazione è quella che in realtà più che altro si sia preso tempo, in attesa di capire chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Prendendo in particolare la questione dello scudo spaziale, l'impressione a pochi giorni di distanza dal “disgelo di Heiligendamm” è che, sebbene vi sia una intensa a parole tra le due ex superpotenze, nei fatti si la situazione è uguale a prima.

Come ha affermato Condoleeza Rice, i colloqui con Polonia e Repubblica Ceka continueranno ad andare avanti, a prescindere dall'esito delle discussioni con i russi sul possibile uso del radar di Gabala in Azerbaigijan nell'ambito del sistema di difesa antimissilistico. Il problema è però che, sulla definitiva decisione di costruire o meno di questo scudo antimissilistico, peseranno parecchio i risultati delle prossime elezioni americane. Il Congresso a maggioranza democratica ha già espresso il proprio scetticismo, riducendo le spese previste in bilancio per questo progetto. Ed i candidati democratici alla presidenza non sono da meno, in quanto a scetticismo. Tutto questo, al Cremlino lo sanno molto bene; motivo per cui sarà molto difficile, per non dire impossibile, trovare un accordo reale e conclusivo su questa vicenda, prima delle elezioni presidenziali USA del prossimo anno.

Sui fronti caldi della guerra al terrorismo, in Iraq, così come in Afghanistan, la situazione, con il tempo, invece di migliorare continua a dare segni di peggioramento inesorabile. Le ultime notizie provenienti da Baghdad, oltre alle solite decine di morti dimenticati ogni giorno a causa degli attacchi terroristici, mormorano di un Iyad Allawi, ex premier vicino agli Stati Uniti, che sta cercando in tutti i modi di far cadere il governo di Nuri Al-Maliki promettendo, se eletto al suo posto, di voler concordare un calendario con gli americani per il ritiro delle loro truppe. Lo stesso Allawi ha affermato però che la sua candidatura al posto di premier è fortemente ostacolata dall'Iran, che invece appoggia la posizione dell'imam radicale Muqtada al-Sadr che pretende il ritiro immediato delle truppe americane dall'Iraq.

Tutti questi giochi politici rendono comunque chiaro che in Iraq, a parte il premier Al-Maliki che deve la sua sopravvivenza politica solo a questo, non vi è più nessuno che sia disposto a tollerare ancora per molto la presenza delle truppe USA sul proprio territorio. Anzi, in molti casi, il punto principale del programma politico è proprio la richiesta di ritiro delle truppe americane che, come affermano i pochi sondaggi disponibili, ha ormai l'appoggio della stragrande maggioranza della popolazione irachena. Non per nulla è ormai opinione comune di tutti i commentatori politici e militari americani, di destra e di sinistra, che l'avventura irachena sia stata un disastro completo fino a questo momento e non si sappia come uscirne fuori a testa alta.

L'ultimo risultato di questo sfacelo è stato l'annunciato licenziamento del generale Peter Pace, lo stratega della "guerra lampo" in Iraq, da capo di Stato Maggiore. La Casa Bianca ha già fatto sapere di non pensare ad una sua ricandidatura a scadenza mandato, anche per evitare di subire una ulteriore umiliante sconfitta al Congresso sulla politica estera. Dopo l'uscita di scena di Donald Rumsfeld, quella del generale Pace è considerata da molti come la definitiva ammissione di sconfitta degli strateghi neocon della guerra preventiva. Se a questo si aggiunge lo scandalo Wolfowitz che ha portato qualche giorno fa alle dimissioni dell'ideologo dei neocon dal posto di presidente della Banca Mondiale, a seguito di presunti favoritismi verso la sua amante impiegata nello stesso istituto finanziario internazionale, si ha il quadro di una Amministrazione che ha perso gran parte della sua credibilità in politica estera.

Con un rating stabilmente sotto il 30% e tendente anzi al 20%, la verità è che l'Amministrazione di George W. Bush è completamente incapace di assumere qualsiasi decisione importante senza scatenare furibonde polemiche all’interno e all’estero. La situazione è critica a tal punto che in patria ormai l'attenzione di tutti, piuttosto che a questa Amministrazione moribonda, è puntata a quella che sarà la più lunga, combattuta ed estenuante campagna elettorale presidenziale degli ultimi decenni.

E' come se l'America volesse dimenticare al più presto questi anni, calando un velo pietoso su questa che in molti oramai considerano la peggiore Amministrazione della storia americana. La rappresentazione teatrale di un penosissimo crepuscolo imperiale, la cui fine è prevista, purtroppo, solo per il gennaio 2009.

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