Il rapporto condotto negli ultimi tre mesi dall’intelligence degli Stati Uniti sull’origine del COVID-19 non è stato prevedibilmente in grado di trovare una sola prova concreta che supporti la teoria complottista della fuga del virus dal laboratorio cinese di Wuhan. L’indagine era stata commissionata a sorpresa dal presidente Biden nel mese di maggio, con l’obiettivo di alimentare un clima internazionale ostile al governo di Pechino, nonostante l’origine naturale del virus fosse stata in larghissima misura appoggiata dalla comunità scientifica e da una ricerca della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Le Olimpiadi di Tokyo hanno messo in luce un brutto guaio legato alla retorica sportiva. Non c’entra lo sciovinismo da competizione: fare il tifo insieme è bello e, quando va bene, lo è anche esultare. Il problema inizia in sala stampa, con le interviste agli atleti. Chissà perché, quasi tutti i vincitori si sentono in dovere di trarre una qualche conclusione filosofica dal proprio successo. E il concetto che esprimono è più o meno sempre lo stesso: “Questa medaglia dimostra che se ci credi tutto è possibile”.

Di sicuro gli sportivi dicono questa frase con sincerità e convinzione. Purtroppo, però, rimane una frase sbagliata, per non dire una fesseria. La retorica del “getta il cuore oltre l’ostacolo” è un grande inganno in molti campi dell’esistenza, ma paradossalmente ha più successo proprio nell’ambito in cui la sua falsità è più manifesta: lo sport. 

Basta rifletterci un attimo: sei hai le articolazioni fragili, non vincerai l’oro nei 100 metri piani. Se soffri d’asma, non diventerai un campione di stile libero. Se sei alto un metro e sessanta, non schiaccerai mai a canestro. Non importa quanto lo desideri, quanto ti alleni, quanto ci credi. È impossibile e basta, per un motivo brutale quanto ovvio: le condizioni fisiche di partenza non sono uguali per tutti.  

Ma andiamo oltre. A pensarci bene, anche quando i mezzi fisici sono comparabili, il successo di un atleta può essere determinato da fattori imperscrutabili. Immaginiamo due nuotatori che toccano la fine della corsia a un centesimo di secondo l’uno dall’altro. Il tizio che arriva in ritardo ci ha creduto meno del primo? Si è allenato meno duramente? Ha fatto meno sacrifici? Probabilmente no, ma ha perso lo stesso. 

Questo non significa che le medaglie si vincano solo per superiorità genetica o per fortuna: bisogna anche essere motivati e lavorare sodo. Grazie tante. Il punto è che determinazione e impegno sono condizioni necessarie, ma, da sole, non sufficienti a garantire il successo. Lo sappiamo tutti, in fondo, è dannatamente ovvio, ma ci piace lo stesso pensare che “basta crederci e tutto è possibile”.

Ecco, siamo arrivati al punto della questione. Perché ci piace tanto pensare che “volere è potere”? In effetti, questo genere di retorica si estende ben oltre l'ambito sportivo. Ce la propinano per tutta la vita in messaggi esaltanti, che si presentano come discorsi motivazionali ma in realtà sono marketing (abbigliamento, prodotti per il corpo, automobili, perfino società che vendono luce e gas).

Eppure, la retorica del “se lavori sodo ce la fai” è in realtà il contrario di un discorso motivazionale. È una frase reazionaria, tesa al mantenimento dello status quo. Chi ha di più colpevolizza chi ha di meno per tenerlo dov'è: “Se non ce la fai - è il messaggio - la responsabilità è solo tua: non ci hai creduto abbastanza, non hai lavorato abbastanza”. E per rendere la lezione più convincente, i pochissimi che dal basso riescono a salire (spesso estratti a sorte) vengono esaltati come eroi, come prove viventi che la società in fondo è giusta, perché “se ci credi tutto è possibile”.

Questo show è un trucco per nascondere la realtà, e cioè che la realizzazione personale è spesso impedita da barriere economiche, sociali e culturali che nessuno intende rimuovere né mettere in discussione. Il risultato è che nove volte su 10 il successo è appannaggio di chi parte dalle condizioni migliori: per loro, la frase “volere è potere” ha molto più senso.

Nell'aprile del 2018, Cameron Herrin non vedeva l'ora di salire sulla macchina avuta in regalo per la maturità e misurarsi in una gara di velocità con l'amico John Barrineau. Le due auto erano lanciate sul Bayshore Boulevard di Miami. Avrebbero dovuto fermarsi al semaforo. Herrin invece aveva continuato a correre e non era riuscito ad evitare di travolgere Jessica Reisenger e la figlia Lilia, di un anno, che stava sul passeggino. Uccise entrambe.

L'avvocato James Christie partì per un breve tragitto in macchina. Doveva raggiungere la Cancelleria di Birmingham, Alabama, per correggere alcuni documenti. Christie era certo di averli depositati a dicembre ma, una volta arrivato, scoprì che dei suoi documenti non c'era traccia. Gli impiegati giuravano di non averli mai visti e sui registri mancava la firma del corriere. I corrieri hanno l'obbligo di apporre un timbro sui fascicoli consegnati con  la dicitura di “ricevuto e archiviato” e l'impiegato ricevente doveva apporre la propria sigla con la data di consegna.

Si dice che lo scoutismo aiuti a guardare ogni cosa dal lato positivo. I Boys Scouts of America, che contano milioni di iscritti, s'impegnano a proteggere l'ambiente esplorando la natura ma sempre con particolare attenzione alla sicurezza. Gli scouts pare siano molto impegnati contro le molestie a danno di minori. Secondo le statistiche, negli Stati Uniti un minore su sei viene molestato sessualmente. Il Centro Generale Contro gli Abusi Sessuali insieme all'Associazione Nazionale Boy Scouts Usa, ritengono questo inaccettabile e  hanno sostenuto la nascita di un registro che segnali gli individui sospettati di abusi su minori sotto la supervisione del governo.

I leader della BSA hanno sempre messo sotto la loro ala protettiva gli scouts più giovani, insegnando loro come proteggersi dagli abusi e anche come superare gli ostacoli e accettare gli insuccessi come stimolo per rialzarsi e ricominciare. Nelle piccole come nelle grandi scelte devono essere consapevoli che la coerenza va dimostrata ogni giorno. Osservano i ritmi della natura imparando così anche l'attesa. Si può diventare scouts anche a due anni ma l'associazione è ripartita in cinque gruppi a secondo dell'età. Il vero ostacolo più che l'età sono i costi e molti ragazzi sono costretti a rinunciare a diventare scouts per ragioni economiche.

L'Associazione BSA ritiene sia un peccato ma ha già annunciato che da gennaio 2022 l'iscrizione aumenterà del  10% arrivando a 70 dollari annui. Secondo l'Associated Press anche i piccoli, che pagavano solo 33 dollari per iscriversi, ne pagheranno 60, un aumento dell'80%. La notizia è stata accolta con fastidio dagli iscritti adulti. Ma una mossa necessaria in vista del risarcimento record. Nel frattempo aumenteranno anche i costi vivi per le divise da “avventura” che con i vari accessori potranno arrivare fino a 600 dollari per ogni ragazzo.

La BSA acquista ogni cosa in spacci aziendali legati all'Associazione. Sacchi a pelo e giacche termiche rappresentano una spesa imponente. Ma quando si entra nei Boy Scouts bisogna tenere presente che tutto si paga e i costi non variano molto da un posto all'altro. I ragazzi organizzano mercatini ambulanti per permettersi di partecipare alle gite o ai centri estivi o alle speciali serate note come Jambouree”. Vendono pop corn per strada o cercano cose usate per risparmiare. In trasferta però dovranno avere comunque in tasca una ventina di dollari per mangiare.

Gli scouts avranno certamente dei meriti ma saranno sempre meno coloro che si iscriveranno e non sarà per colpa dei pantaloni corti che è obbligato indossare anche quando si gela. Le attività all'aria aperta sono il cuore stesso dello scoutismo ma con i costi non ci siamo. Inoltre era già noto da una decina d'anni che dietro l'insopportabile retorica della BSA su etica e sicurezza che durante le scalate sulle scogliere e le traversate dei fiumi in kajak adulti rapaci allungavano le mani sui ragazzini coi  berretti da lupetto, nonostante avessero invocato l'intervento del governo per proteggerli.

L'elenco dei casi è interminabile, neppure i disabili sono sfuggiti ai lupi mannari. Tra una cosa e l'altra l'Associazione Boy Scouts d'America stava andando alla grande e, sarà una coincidenza, ma pare che molti che hanno fatto gli scouts da piccoli da grandi sono diventati miliardari. Iniziando da uno dei titani dell'informazione e non solo: Michael Bloomberg. Già nel 2010 vantava ben diciotto miliardi di dollari sparsi tra banche e paradisi fiscali. Nel 1954 pareva destinato a finire in miseria mentre in seguito, miliardo dopo miliardo, è riuscito a farsi eleggere due volte sindaco di New York. Ross Perot era stato “aquila” nel boy scouts nel lontanissimo 1943.

Avrebbe voluto un altro tipo di aquila anni più tardi, quando si era candidato alla presidenza degli Stati Uniti, che hanno appunto come simbolo un'aquila dalla testa bianca. Perot non arrivò alla Casa Bianca ma vanta un patrimonio netto che supera i quindici miliardi di dollari. Charles Dolan, il padre della TV via cavo, aveva fatto i primi passi nel mondo dei media quando era solo un boy scout. A 96 anni vive con la moglie Helen in una villa inespugnabile a Long Island. Ha contribuito con molta larghezza all'elezione di Trump pare senza pentirsene. Partito povero dal Nebraska Walter Scott Jr.97 anni, ha visto passare generazioni e generazioni di boy scouts. E' stato anche pluripremiato per aver elargito donazioni generose all'Associazione.

Altro boy scout fortunato è Steven Spielberg. Ha raccontato ben poco delle sue esperienza, a parte esser rimasto per 36 ore nel deserto dell'Arizona senza acqua; eroismo involontario che gli fece guadagnare un distintivo d'onore. Non è chiaro se la sua vivacità ne abbia risentito.

Allo stato  attuale delle cose viene spontanea una domanda. La Boy Scouts of America era già in bancarotta un anno fa e sta oscurando i documenti che renderebbero comprensibile al pubblico l'intera faccenda. In sintesi: i capi della Boy Scouts Association od America sapevano già delle molestie e degli abusi ma non avevano fatto nulla a parte coprire gli autori dei reati. Hanno cercato di girare la frittata dicendosi “oltraggiati” da individui che avevano approfittato dei loro programmi per avventarsi su delle vittime innocenti.

Il 17 febbraio scorso la BSA aveva depositato presso un tribunale del Delaware un documento necessario per dichiarare una bancarotta che avrebbe compensato le vittime degli abusi allegando una lettera in cui si diceva che “anche una sola vittima era troppa”. Insomma l'Associazione ha lavorato onestamente, la colpa di tutto è di alcune mele marce. La BSA non può annullare quanto è accaduto ma farà in modo che non accada mai più. L'Associazione però non contava solo una manciata di mele marce, tanto è vero che le accuse di molestie e abusi superano le novantamila. I giudici hanno accordato un risarcimento di circa 850 milioni di dollari. Sicuramente una stangata epocale che non significa la fine dei Boy Scouts. Le giovani marmotte potranno restare in piedi. Le loro fortune superano il miliardo di dollari e con tanti ex-boy scouts danarosi che affogano nei soldi, qualcuno si metterà certamente le mani in tasca per evitare il peggio. Certo che novantamila lupi mannari è una cosa che non si era  mai sentita. Neppure i preti sono arrivati a tanto.

I capi dell'Associazione sono stati molto scaltri: chiedendo l'amministrazione controllata hanno potuto operare anche nei momenti grami. Questa volta però, anche il CEO del BSA dovrà ritoccarsi lo stipendio. Nei dieci anni in sui sarebbero iniziati i reati che hanno portato al risarcimento delle vittime i CEO coinvolti sono stati parecchi. Lupi, aquile, ecc. ma soprattutto personaggi tanto avidi quanto squallidi. In ordine cronologico; Robert J. Mazzucca percepiva quasi due milioni di dollari l'anno ed è tuttora tra i leaders della BSA. Nel 2012 lascò a sbrigarsela il suo vice, Wayne Brock. Anche a Brock veniva corrisposto un salario annuo superiore al milione e mezzo di dollari. Poi Brock decise di abbandonare gli Scouts in fretta e furia e la palla era passata a Michael Surbaugh ma che l'ha mollata subito. Gli è succeduto Roger Mosby che ha fatto il boy scout per 33 anni. Come da copione, nel libro paga Mosby risulta avere un salario che supera il milione e mezzo di dollari l'anno. Per Mosby gli attuali problemi sono superabili. “Quando si chiude una porta se ne apre un'altra” ha vaticinato con poca originalità il neo-eletto. Nessuna associazione nazionale risulta aver cambiato presidenti tanto velocemente come i Boy Scouts of America.

Sulla tragica vicenda che ha portato ad un risarcimento record neppure una parola. Se Mosby fosse onesto salirebbe subito su un kajak per fuggire lungo un fiume col cappellone da scout per coprirsi il faccione da obeso. Invece ha voluto strafare vantandosi dei piani sul cybebullismo che intende mette in pratica perché (udite udite) “la sicurezza dei ragazzi è la cosa più importante … 


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