Lo scorso 26 Giugno si sono compiuti 37 anni dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, che condannò gli Stati Uniti per la guerra terroristica contro il Nicaragua e  impose di risarcire con 13 miliardi di Dollari il paese centroamericano. Washington non ha mai accettato quanto sentenziato dalla massima autorità giuridica internazionale e, 37 anni dopo, continua a non farlo. Dietro le opposizioni giuridiche, c’è una verità politica: accettare la sentenza implicherebbe il riconoscimento degli Stati Uniti come nazione tra le altre, costretta cioè al rispetto del Diritto Internazionale e delle istituzioni chiamate a tutelarlo. Inconciliabile con lo status di “eccezionalità”, che si sono assegnati in Costituzione e poi nell’agire criminale che ha contraddistinto i loro 249 anni di esistenza, fatti di 232 anni di guerre e circa 30 milioni di vittime sacrificate per l’affermazione di un modello folle, darwiniano ed escludente.

 

A chi legge oggi potrebbe sembrare strano che una Corte Internazionale di Giustizia condanni gli Stati Uniti su denuncia del Nicaragua. La narrazione biblica di Davide contro Golia aiuta all’identificazione simbolica, ma è, appunto, solo simbolica. Nel caso concreto la Corte non ebbe altra scelta che condannare i colpevoli a risarcire gli innocenti, fu impossibile sentenziare diversamente. Si condannò in punta di Diritto l’operato degli Stati Uniti in Nicaragua, il terrore criminale di un gigante contro un Paese piccolo e innocente.

La storia giuridica, come sempre accade, è figlia di quella politica, non essendovi dottrina che prescinde dal contesto nel quale si applica e dai protagonisti e le loro ragioni. Volendo dividere in due la storia di quella sentenza, possiamo iniziare da quella giuridica per poi passare a quella politica.

La storia giuridica dell’aggressione e della resistenza sta scritta in alcune date: nel 9 Aprile del 1984, quando il Nicaragua inoltra la sua denuncia; nel 26 Giugno del 1986, quando la Corte emette la sua sentenza definitiva, articolata in ben 833 pagine.

Una sentenza di portata storica, perché si pronunciò in modo netto sull’uso della forza nelle relazioni internazionali e sulle interpretazioni estensive dell’articolo 51 della Carta ONU, che allargava a convenienza la portata del concetto di legittima difesa.

La Corte, per la prima volta in 40 anni di esistenza, entrò nel merito della legittimità dell’uso della forza da parte di una superpotenza nella propria zona d’influenza e ribadì, nel caso specifico, che la tesi statunitense, che affermava la necessità dell’intervento contro il Nicaragua in quanto aiutante della guerriglia in El Salvador, non reggeva. Perché anche ammesso e non concesso che vi fosse stata siffatta attività, che sia stata responsabilità del governo del Nicaragua e non di singoli cittadini di qualunque Paese, l’aggressione USA ebbe una dimensione tale da non potersi giustificare come reazione basata sui principi giuridici di proporzionalità e ragionevolezza.

Sul piano politico è il momento di raccontare la storia a chi non la sa. Erano gli anni ’80, il mondo scopriva la disco dance e il punk, ma il Nicaragua ballava la sua musica. Costruiva un paese e, dopo decenni di guerriglia e 50.000 morti, il Sandinismo credeva di aver sistemato i conti con la storia. Non era così. Gli Stati Uniti vollero aggiustare la falla nel loro sistema di dominazione nelle Americhe: in 20 anni avevano perso prima Cuba e poi il Nicaragua, il Salvador di Duarte sembrava in bilico e il Guatemala di Rios Montt era tutto meno che pacificato.

L’appena eletto Ronald Reagan, attore di mezza tacca, dall’umorismo volgare e pensieri rozzi, decise che, come in un b-movie di quelli in cui aveva recitato, i buoni arrivassero con tutta la loro forza e seppellissero i cattivi, che tali erano in quanto disobbedienti ai buoni.  Sin dal suo insediamento dispose una serie di sanzioni, pur sapendo di come la situazione socioeconomica del Paese fosse drammatica. Il Nicaragua era pieno di entusiasmo ma privo di Dollari; le casse dello Stato erano state completamente saccheggiate dalla dinastia in fuga e dai suoi fedelissimi.

Proprio su questo contava la Casa Bianca, pensando che la pressione economica, l’embargo, il blocco dei prestiti, avrebbero reso impossibile la ricostruzione e portato a miti consigli l’ardore liberatorio che circolava nelle vene e per le strade della nuova Nicaragua. La quale non pensò nemmeno per un momento di dover cedere, di rinunciare a valori, sogni e progetti costati così tanti sacrifici, in cambio di relazioni di buon vicinato, che tradotte dall’inglese significavano resa. Ma non bastò aver combattuto e vinto, si dovette tornare a combattere per vincere di nuovo.

La CIA reclutò gli avanzi della Guardia Nazionale di Somoza, ai quali aggiunse mercenari di ogni dove ed ex-militari di ogni perimetro, che accorsero al nuovo Eldorado della morte, ubicato prima in Honduras e poi anche in Costa Rica. L’aggressione armata accompagnò l’embargo economico che trasformò il Nicaragua in un monito per chi disobbediva all’impero e, allo stesso tempo, un esempio per chi gli resisteva.

Gli USA agirono sul fronte politico e diplomatico senza nessun ritegno e si dedicarono ad un’azione cospirazionista, terrorista e criminale, priva di ogni briciolo di etica ed estetica del conflitto. Violarono il Diritto internazionale e le stesse leggi statunitensi, finanziando con droga e armi ciò che non veniva garantito dai finanziamenti pubblici. Per farlo ingaggiarono cartelli colombiani e spacciatori statunitensi e nicaraguensi che affiancarono i militari salvadoregni e honduregni nel traffico. The dark alliance, la chiamò Gary Webb, il giornalista americano due volte premio Pulitzer.

Al Nicaragua, innocente di ogni colpa, si fece una guerra spietata senza nemmeno avere il fegato di dichiararla. Fu una guerra asimmetrica perché venne combattuta con risorse impari, che non s’imposero solo perché riequilibrate da altrettanto impari eroismo, dalla sagacia militare e cospirativa dei sandinisti, che offrirono una lezione militare agli Stati Uniti ed alle sue bande armate. Mai, nemmeno per un minuto, la Contra poté prendere una città, un punto chiave della sua economia e della sua struttura difensiva.

Dalle montagne del Nicaragua all’Aja fu una sola battaglia e Managua vinse su ogni fronte. Sfidò apertamente gli USA a rispondere della loro politica criminale di fronte alla più alta sede della giurisprudenza internazionale: la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, organo delle Nazioni Unite. Il Sandinismo dimostrò di poter incrociare il verde olivo con il nero delle toghe e seppe denunciare, argomentare, convincere delle sue ragioni. Il peso politico degli USA, la loro capacità di influenza sui giudici, non cambiarono la sorte di un processo che, come solo raramente accade, mise insieme verità storica e verità processuale. Il dispositivo articolato della sentenza fu minuzioso ed implacabile, a prova di qualunque interpretazione di comodo. Veniva ribadita ciò che va in premessa ad ogni testimonianza: la verità, solo la verità, niente altro che la verità.

Gli Stati Uniti, che considerano la verità come una delle peggiori minacce alla manipolazione storico-politica che la narrativa hollywoodiana fa delle loro gesta imperiali, non accettarono il verdetto e non risarcirono il Nicaragua. Non riconobbero la sentenza di una istituzione giuridica internazionale propria di un organismo del quale sono parte ai massimi livelli, ovvero il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ed è paradossale quanto emblematico della storia nera di Washington, che sia proprio il Consiglio di Sicurezza che dovrebbe farsi carico dell’esecuzione delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia. Come in una pièce pirandelliana, gli USA ebbero due parti in commedia: quella dei criminali e quella di chi avrebbe dovuto fermarli. La prima eseguendo il crimine, la seconda opponendo il diritto di veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che avrebbe dovuto obbligarli al rispetto della sentenza.

In questo ossimoro di giustizia, in questa vergogna etica, c’è tutta la pavidità e l’arroganza di un paese indegno di essere al vertice della comunità internazionale, anche per non essere in grado di fornire un esempio di comportamento rispettoso delle norme che hanno loro stessi sottoscritto e delle istituzioni internazionali che dicono di voler rappresentare.

La Casa Bianca pretende in cambio la extraterritorialità della sua giurisdizione e dei suoi tribunali, pretende di giudicare senza essere giudicata. Si erge a giudice inappellabile del mondo intero senza averne titolarità e diritto ma non rispetta i giudici eletti dalla comunità internazionale che dice di voler guidare.

Questo è quello che evidenzia, a 37 anni di distanza, il rigetto di una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia: il rifiuto ad ottemperare ai doveri che il resto del mondo riconosce perché propri e improcrastinabili di una Società delle Nazioni basata sulla convivenza tra uguali. Ma gli USA non riconoscono i doveri, i diritti e nemmeno il Diritto. Questo solo hanno da offrire: il loro dominio e la nostra obbedienza. Un modello di feudalesimo atomico che molti, ormai, sono disposti a sfidare.

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