Scioperi e proteste in tutto il paese sono proseguiti nella giornata di martedì contro l’approvazione in via definitiva, da parte del parlamento israeliano (Knesset), della prima tranche della “riforma” del sistema giudiziario dello stato ebraico voluta dal governo di estrema destra del primo ministro Netanyahu. La legge ultra-controversa cancella di fatto il potere della Corte Suprema di giudicare ed eventualmente bocciare le leggi approvate dal parlamento. Lo scontro politico che ne è derivato minaccia ora di destabilizzare Israele e il suo regime, spazzando via quel residuo di apparenza di legittimità democratica necessaria ad assicurare l’appoggio degli alleati occidentali e della comunità ebraica internazionale.

 

La misura appena approvata indebolisce drasticamente il principio della separazione dei poteri in Israele, così da rendere le opinioni del più alto tribunale del paese annullabili con il voto della semplice maggioranza della Knesset. Israele non dispone di una vera e propria Costituzione, ma di una serie di leggi definite “fondamentali” che orientano il sistema giudiziario. Su di esse si basa il giudizio della Corte Suprema, che agisce secondo il cosiddetto principio di “ragionevolezza”, cioè che le leggi sottoposte alla sua attenzione garantiscano un equilibrio tra l’interesse pubblico e quello politico.

Non è evidentemente un caso che il provvedimento sia stato adottato sotto la spinta degli alleati ultra-ortodossi e fascistoidi del Likud. Uno degli obiettivi principali della nuova legge è infatti di aprire la strada a una serie di iniziative che accentueranno il carattere autoritario, repressivo e religioso dello stato ebraico. Prima fra tutte l’accelerazione degli insediamenti illegali in Cisgiordania, fino alla possibile annessione del territorio palestinese. Netanyahu e, soprattutto, i suoi partner di governo lamentano da tempo il comportamento della Corte Suprema, la quale impone talvolta restrizione all’allargamento degli insediamenti, considerati peraltro illegali dalla stessa legge israeliana.

Netanyahu ha anche interessi del tutto personali, visto che la “riforma” in fase di implementazione dovrebbe favorire l’introduzione di una qualche legge che lo metta al riparo dai procedimenti giudiziari a suo carico. Il prossimo passo previsto dall’agenda del governo è ora la legge che intende modificare i meccanismi di selezione dei membri della commissione incaricata di nominare i giudici israeliani, in modo da attribuire maggiori poteri all’esecutivo.

Le scelte del governo di Tel Aviv hanno scatenato massicce proteste in tutto il paese, con scene insolite di scontri tra manifestanti e forze di polizia, arresti e feriti. Nemici e rivali dello stato ebraico in Medio Oriente stanno osservando con trepidazione il caos esploso nella società israeliana, aggravato dalle posizioni pubbliche molto critiche nei confronti del governo Netanyahu assunte dall’amministrazione Biden a Washington.

I vari centri di potere israeliani appaiono a loro volta divisi su quello che in molti definiscono un vero e proprio “golpe giudiziario”. I leader dell’opposizione hanno criticato duramente la nuova legge, mentre all’interno dello stesso governo ci sono voci contrarie all’iniziativa, come quella del ministro della Difesa Yoav Gallant. La spaccatura più preoccupante per il regime sionista è però quella apertasi tra il governo e le forze armate. In segno di protesta, migliaia di riservisti hanno dichiarato di non volere servire nell’esercito se la “riforma” della giustizia andrà in porto. La minaccia rappresentata da questa presa di posizione è tale che anche il numero uno dell’opposizione, l’ex primo ministro Yair Lapid, pur attaccando Netanyahu, ha invitato i militari a continuare a fare il proprio dovere.

In parlamento, la legge sui poteri della Corte Suprema è stata approvata in terza e ultima lettura con 64 voti a favore e zero contrari. Tutti i 56 deputati dell’opposizione avevano abbandonato l’aula poco prima del voto. Lapid e alcune organizzazioni della società civile hanno annunciato di volere presentare ricorso contro la legge presso la stessa Corte Suprema di Israele. Ciò prospetta un grave scontro istituzionale, anche se gli esperti di diritto sono divisi sulla possibilità che il tribunale decida di intervenire contro il governo, se non altro per via del fatto che mai nelle propria storia la Corte ha cassato una “legge fondamentale”, come è classificata appunto quella appena approvata dalla Knesset.

In attesa dei prossimi sviluppi, Netanyahu ha mostrato di sentire una certa pressione in concomitanza con il voto di lunedì. In un intervento in diretta TV poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale in seguito a un intervento cardiaco, il premier si è detto disponibile a negoziare con l’opposizione per trovare un compromesso sulla “riforma” della giustizia, possibilmente entro la fine di novembre.

Trattative c’erano in effetti già state a partire dallo scorso marzo, quando il governo decise di congelare la legislazione di fronte alle proteste popolari e all’intervento del presidente israeliano, Isaac Herzog. Le discussioni sono state però brevi e non hanno dato alcun frutto, così che l’estrema destra ha ripreso l’iniziativa per mandare in porto la prima parte della “riforma”.

Il giorno prima del voto decisivo in aula, il presidente americano Biden aveva invitato Netanyahu a cercare un’intesa con l’opposizione israeliana. Biden aveva evidenziato come la nuova legge stesse creando preoccupanti divisioni nella società e nella politica del principale alleato degli USA in Medio Oriente. I toni insolitamente critici verso Israele da parte americana rivelano una profonda inquietudine per il pericolo che la radicalizzazione e la deriva ancora più autoritaria favorita dall’attuale gabinetto di estrema destra finiscano per distruggere definitivamente la maschera che nasconde la vera realtà dello stato ebraico.

La testata on-line Mondoweiss ha fatto notare a questo proposito come i sionisti “liberal” soprattutto negli Stati Uniti stiano valutando la possibilità di appoggiare addirittura provvedimenti punitivi contro Israele, misura quest’ultima dello shock causato dalle dinamiche innescate dal governo Netanyahu. Il problema, per questi ambienti, è che il prossimo futuro decreti la fine anche formale della farsa della soluzione dei “due stati” come risoluzione della crisi palestinese, screditando definitivamente il progetto stesso dello stato ebraico, di fatto un regime repressivo basato su un sistema di apartheid.

Queste ansie sono condivise dall’amministrazione Biden e dal Partito Democratico americano, ma soprattutto mostrano la natura cinica e ipocrita della difesa di Israele. Coloro che stanno protestando e condannando la “riforma” della giustizia lasciano intendere o sostengono apertamente che la condotta di Netanyahu e dei suoi alleati estremisti mette in pericolo la natura democratica dello stato ebraico. Come, cioè, se l’iniziativa in atto sia una macchia su un curriculum immacolato e non, com’è invece nella realtà, lo sviluppo logico di un regime che opera quotidianamente nell’illegalità e con metodi terroristi.

Basti pensare alla totale assenza di mobilitazione o coinvolgimento palestinese nelle proteste di questi mesi che, pure, hanno avuto un respiro più ampio nel contestare il governo più reazionario della storia israeliana. Questo fattore rivela come i veri timori degli oppositori di Netanyahu siano da collegare ad altre questioni, come il possibile venir meno dell’appoggio americano, le reazioni negative dei mercati o i contraccolpi della “riforma” sul piano economico. Molte compagnie israeliane e straniere hanno infatti già annunciato il congelamento di investimenti nel paese o il trasferimento altrove delle loro attività.

Questa attitudine è evidente in maniera chiarissima nei leader dell’opposizione teoricamente “liberal” e democratica che attaccano il “golpista” e potenziale dittatore Netanyahu. Praticamente tutti, dall’ex premier Lapid all’ex ministro della Difesa Benny Gantz, mentre lamentano la fine della democrazia israeliana, hanno sostenuto e continueranno a sostenere le sempre più frequenti operazioni militari contro i palestinesi e il sistema repressivo e genocida che caratterizza lo stato ebraico.

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