di Fabrizio Casari

La Conferenza di Roma non ha forse sortito i risultati sperati, ma ha comunque rappresentato un concreto passo avanti nell'affrontare la crisi mediorientale. I paesi arabi e la Francia si attendevano una dichiarazione solenne che chiedesse il "cessate il fuoco" e non hanno nascosto la loro delusione per il mancato obiettivo, ma lo stesso premier libanese ha definito sia la Conferenza in sé, sia la sua Dichiarazione finale, "un passo avanti nella giusta direzione".
Volendo prendere in esame gli aspetti politici interni, la Conferenza di Roma sul Medio Oriente ha riconsegnato all'Italia un ruolo di protagonismo politico nella scena internazionale. Dopo cinque anni nel cono d'ombra dell'obbedienza dovuta e supina agli Stati Uniti, Roma ha ripreso a guardare verso il Mediterraneo. Cinque anni di governo Berlusconi erano infatti stati spesi in chiave unilaterale: vuoi per la vocazione di servitù politica delle destre nei confronti della Casa Bianca, vuoi per l'urgenza di sdoganare definitivamente Fini ed An di fronte ad Israele, la posizione italiana sul Mediterraneo si era esaurita sostanzialmente nell'assenso incondizionato alle scelte, anche le peggiori, di Tel Aviv.

di mazzetta

Sarah Chayes Sarah Chayes deve essere una donna che crede molto in quello che fa. Racconta le sue avventure di "ufficiale intenazionale" sulle pagine del New York Times con la consapevolezza che le viene dall'essere embedded da anni nella popolazione locale e non solo nell'infernale meccanismo delle ONG che agiscono coordinandosi "politicamente" con Washington, visto che dipendono tutte dal Dipartimento di Stato di Mrs. Rice.
Chayes, a prescindere dal suo inquadramento e dalla sua remunerazione eventualmente di giada, è lucida e decisamente insoddisfatta dallo stato delle cose. Dall'invasione del 2001 il controllo del governo sulle province è completamente evaporato, i governatori locali sopravvivono rapinando i contributi governativi e imponendo costi assurdi ai malcapitati amministrati. Il governo centrale è ancora più insoddisfacente, visto che gli assetti economici dell'Afghanistan sono stati definiti da funzionari stranieri comandati a comandare nei ministeri sostituendo gli spesso pittoreschi ministri afgani nominati per criteri alieni alla competenza.

di Carlo Benedetti

Mirjana Markovic MOSCA. L'alleanza slava tra la Russia e la Serbia è di nuovo alla prova. Archiviato il ''caso Slobodan Milosevic'' (con un Cremlino che non ha mai visto di buon occhio le sedute del Tribunale dell'Aja) scoppia ora la questione della vedova dell'ex leader yugoslavo. Perchè la Corte distrettuale di Belgrado ha annunciato l'imminente ripristino dell'ordine di arresto nei confronti di Mirjana Markovic, accusata di vari reati di malversazione. Il problema che si apre è quello relativo alla estradizione della ex first lady di Belgrado che, dal febbraio 2003, si è rifugiata a Mosca. Lontana, quindi, dalla portata degli organi giudiziari della nuova Serbia, dopo che era riuscita a farsi sospendere un mandato di cattura, in cambio del pagamento d'una cauzione. Ed era stato, quello, un beneficio che il tribunale di Belgrado le aveva concesso per consentirle di tornare in patria e assistere ai funerali del marito, morto in una cella di quel Tribunale internazionale dell'Aja (Tpi) dove era sotto processo per i crimini delle guerre jugoslave degli anni '90. Ma allora Mirjana decise, per prudenza, di non lasciare la capitale russa.

di mazzetta

Il reattore di Khushab Il Pakistan sta costruendo da anni un potente reattore al plutonio, ma a renderlo noto non è stata l'AIEA (Agenzia Atomica) e nemmeno una fonte governativa, ma un istituto privato che lo ha scoperto attraverso foto satellitari commerciali. La centrale aumenterebbe di dieci volte la capacità di produrre testate nucleari del Pakistan. Esiste un paese che fabbrica da anni bombe atomiche dichiarandole "islamiche" e in questi giorni si scopre che si sta attrezzando per diventare capace di farne molte di più. E' lo stesso paese negli anni scorsi ha provveduto a consegnare ordigni nucleari, progetti, importanti impianti e assistenza in loco a paesi quali la Libia, l'Iran, l'Arabia Saudita e la Corea del Nord. Curiosamente questo paese non è nella lista dei "cattivi" di Washington e nemmeno in quella dei paesi "canaglia" o di quelli accusati di essere un paradiso per i "terroristi". Ha anzi ricevuto recentemente sia delle forniture militari da Washington che un prestito di un miliardo di dollari dalla Banca Mondiale presieduta da Wolfowitz. Il prestito singolo più ingente che sia mai stato concesso ad un paese dalla World Bank.

di Fabrizio Casari

La Conferenza di Roma sul Libano segna il primo segnale di risveglio della diplomazia internazionale alle prese con la crisi mediorientale. Per ora la pressione diplomatica statunitense è riuscita, in qualche modo, ad evitare la condanna internazionale d'Israele. Sia all'Onu, dove il veto di Washington è risultato decisivo per la mancata risoluzione di condanna dell'invasione del Libano, come al G8 di San Pietroburgo, dove la formulazione che prevede prima la liberazione dei soldati prigionieri e poi, solo poi, il "cessate il fuoco" richiesto dal governo di Beirut, l'Amministrazione Bush ha dimostrato una volta di più il suo legame indissolubile con Tel Aviv. Ad essere precisi, non si tratta di un legame fondato solo sulla comune appartenenza al blocco occidentale; si tratta piuttosto della condivisione completa delle operazioni israeliane sulla base di due obiettivi precisi: la guerra contro le formazioni politico-militari arabe, qualunque esse siano e ovunque collocate e, elemento a corollario, la riconquista israeliana del Libano.


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