L’azzardo di Matteo Renzi ha forzato la mano a Giuseppe Conte, che ora - a sua volta - gioca la sua partita alla roulette. L’operazione responsabili si è rivelata finora un fallimento e ormai il tempo è quasi scaduto. Mercoledì (o giovedì: è possibile un rinvio di 24 ore) sarà il giorno del giudizio per il governo, perché il Parlamento voterà la relazione sulla Giustizia del ministro Bonafede e la maggioranza rischierà di andare sotto.

Nonostante gli inviti alla prudenza in arrivo da più parti, Conte sembra deciso a non rallentare. Pensa di poter trovare in aula i voti necessari a disinnescare anche questa trappola, per poi lavorare a un governo Ter, rafforzando la maggioranza.

Nessuno vuole le elezioni, ma tutti sembrano lavorare per ottenerle. Il comportamento di Pd, M5S e Iv ricorda quello di Zeno Cosini, protagonista del capolavoro di Italo Svevo, quando - una ad una - corteggia tutte e tre le sorelle Malfenti. Le prime due rifiutano di sposarlo, la terza accetta. Secondo i critici, però, nei primi due casi è Zeno a sabotarsi, perché il suo inconscio lo spinge fin dall’inizio verso l’ultima ragazza, Augusta. Che è anche la meno attraente.    

Al voto? Al rimpasto? Siamo in attesa dei “responsabili”? Interverranno le truppe mastellate? L’ennesima crisi politica italiana si riproduce con il rito, le parole e i titoli consueti. Persino l’esito pare scontato, visto che di votare non ha voglia nessuno, dal Quirinale a scendere e che votare nel mezzo della pandemia presenta problemi insormontabili anche sotto il profilo organizzativo. Dunque la questione è solo decidere se si darà vita ad un Conte ter o a un governo del Presidente.

La crisi parlamentare ricorda ai più smemorati la fine del bipolarismo, già resasi evidente con l’affermazione dei 5 stelle che aveva dato luogo al tripolarismo. Di conseguenza anche il sistema elettorale maggioritario è definitivamente (e per fortuna) compromesso, risultando inapplicabile un sistema bipolare in presenza di tre poli, un po’ come la quadratura del cerchio.

In molti si chiedono quale sia l’origine della crisi e cosa vuole davvero Renzi. Semplice: sparigliare, confondere, destabilizzare il Paese. Nel quadro politico attuale gli spazi per lui sono chiusi, ma la prossima uscita di scena di Berlusconi e la caduta verticale dei 5 stelle aprono uno spazio dove Renzi ritiene di poter manovrare. Si tratta in fondo di un bacino elettorale incline al qualunquismo e affascinato dai furbi, privo di respiro ideale e pieno di cinismo. Insomma un elettorato perfetto per lui, che assolutamente vuole candidarsi a gestirlo. Per questo vuole cercarli attraverso il rovesciamento del tavolo, per ricavarsi un ruolo dal nulla, trasformare l’insipienza in influenza e portare denari e nomine, con cui scaldare cuori, amicizie e poltrone.

Alcuni ricordano il senso di Renzi per le nomine. Divenne noto per il tempismo, quando diede l’estrema unzione a Letta alla vigilia dell’infornata di nomine nelle aziende pubbliche e partecipate. Circa 200 nomi da piazzare ovunque, dai consigli d’amministrazione ai portierati, l’osso andava spolpato tutto e in fretta. Ne conosceva si e no 20, ma strategie disegnate col compasso seppero indicargli dove firmare. Così, da sera a mattina, levò le ancore e mise a bordo i pescecani, col suo partito che alle europee si illuse di essere al timone, salvo poi, voto dopo voto, risvegliarsi in debito di ossigeno all’ennesimo giro di chiglia.

Quello di Renzi è un progetto non applicabile con le forze di cui dispone oggi. L’operazione Italia Viva, infatti, che con i voti di Forza Italia nelle fantasie renziane doveva essere l’embrione del partito della nazione, nacque con l’ambizione della doppia cifra ma, da subito (e ancor di più oggi), si rivelò un fallimento assoluto. Il suo cosiddetto partito potrebbe svolgere il congresso nazionale in una cabina del telefono e i parlamentari dei quali dispone resteranno a sua disposizione solo fino a che non intravvedano davvero l’uscita elettorale dalla crisi. Perché nel caso fossero davvero le urne l’esito della crisi, i suoi si sfilerebbero, dal momento che sanno che non verrebbero rieletti. Renzi resterebbe solo perché lo stipendio di un parlamentare di medio peso supera i ventimila/mese e nessuno dei suoi rinuncia a queste cifre per velleità politiche. E nemmeno di quelli eletti tra i 5 stelle, che sanno perfettamente che nessuno li rieleggerebbe più: l’onda lunga è diventata un rivolo e Grillo per paura di perdere i quattrini dei contributi invoca l’unità nazionale pur di non votare. Da ricordare poi che vi sono diverse 230 deputati e 115 senatori in meno da eleggere, visto l’esito dello sciagurato referendum.

Alla fine il nuovo Ghino di Tacco gioca a un poker di pezzenti con rilanci al buio. Nelle nebbie del sistema la bussola sono le sirene, quelle che da dentro e soprattutto fuori Italia chiamano e chiedono, vogliono e assicurano. Alcune manine europee hanno le unghie affilate, stomaci forti e cuori duri. Grembiulini e mani giunte gridano perché la polpa sta arrivando ed è sostanziosa. Quasi tutta di fattura europea, si presenta con diverso scatolame, Recovery o Mes che dir si possa e voglia. Ma tanta pioggia di contanti mai s’era vista dal piano Marshall ad oggi e lui, il bullo di Rignano, nel piatto ricco si tuffa a capofitto.

Renzi con questa crisi chiude su di sé il coperchio del sarcofago. Non sembra rendersi conto che il popolo italiano lo detesta. Non vi sono figure politiche di destra, centro o sinistra che abbiano raccolto tanta insofferenza e mai, nella storia della Repubblica, l’obiettivo del disprezzo generale è stato raggiunto in così poco tempo. L’unità nazionale la si misura soprattutto nel fastidio che suscita, nello schifo che genera. Commette lo stesso identico errore del fu Matteo di verde conciato: l’ego smisurato affiancato dalla passione per il denaro offusca anche quel minimo sindacale di conoscenza della politica.

Anche per la destra non va benissimo: pur continuando ad essere rappresentata nei sondaggi come sicura vincente, è politicamente tutt’altro che stabile, tra la ducetta che più di tanto non cresce, il balubba incartato e il cavaliere disarcionato. Insomma grande è il disordine e, a parte il fronte liberale (PD), l’assenza della sinistra e la confusione del centro destra sommano fallimenti.

Ma questo siamo, per difetto. Un paese che ha in Renzi un protagonista della sua vita politica ha evidenti problemi. Voler credere che agisca nell’interesse del paese è come credere che Cristo sia morto di freddo. Ci troviamo così di fronte all’ennesima crisi, tormento di una Italia con le ginocchia gonfie dove ci si ribella per le mascherine e si resta in ostaggio delle maschere del potere.

Con la terza ondata della pandemia alle porte, la fine del blocco ai licenziamenti che si avvicina e migliaia di attività che chiudono per non riaprire più, è difficile appassionarsi al duello politico fra Matteo Renzi Giuseppe Conte. Eppure, il destino del Paese è appeso alle manovrine di palazzo prodotte da questi due soggetti: da una parte un leader politico fallito, plurisconfitto, ignorato dagli elettori, che disperatamente cerca di assicurarsi una collocazione di prestigio per i prossimi anni; dall’altra un avvocato qualsiasi finito tre anni fa in modo più o meno casuale sulla poltrona più importante di Palazzo Chigi, a cui cerca di restare avvinghiato in ogni modo.

Matteo Renzi si è trasformato in tutto quello contro cui predicava fino a qualche anno fa: il leader di un partitino che tiene in ostaggio la maggioranza per un tornaconto di cortile. La sua contesa muscolare con Giuseppe Conte non si può davvero interpretare come una battaglia nell’interesse del Paese. Se così fosse, l’ex premier sceglierebbe gli argomenti su cui puntare e cercherebbe un compromesso per portare a casa il risultato. Invece Renzi fa tutt’altro. Scrive liste, lancia ultimatum, sibila minacce. Arriva perfino allo sfottò, coniando l’acronimo “Ciao” per l’elenco dei desideri con cui punta a far cadere il governo. Da settimane non fa altro che aggiungere ogni giorno una pretesa nuova, con il chiaro obiettivo di farsi opporre un rifiuto.


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