di Roberta Folatti


L’abbiamo visto interpretare con sensibilità e delicatezza un cieco e un ragazzo padre alle prese con la figlia adolescente, rispettivamente in “Onde” e in “Tu devi essere il lupo”. Piccoli film di registi esordienti che fanno ben sperare nel futuro del cinema italiano. Nell’ultima sua interpretazione, “Anita”, è stato diretto da Aurelio Grimaldi, altro autore di grande originalità.
Ma Ignazio Oliva non fa solo l’attore, ha girato documentari sulla cooperazione e lo sport e ultimamente è diventato socio di una casa di produzione cinematografica, la Verdeoro.
Ecco il sunto di una chiacchierata con lui.

di Roberta Folatti


Alla fine il più saggio ed equilibrato di tutti sembra essere il piccolo Pramod, bambino indiano che vive in un orfanatrofio nei dintorni di Bombay. Il suo bisogno di dipendenza da una figura adulta e protettiva, non gli offusca le idee, nemmeno nel momento in cui gli viene proposto di scegliere tra la sua “casa” e un luogo molto più confortevole in Europa.

Nel film Dopo il matrimonio non potrebbe essere più accecante il contrasto tra le formicolanti strade indiane che trasudano una miseria incurabile e l’asettica perfezione di Copenaghen o della tenuta miliardaria - con tanto di branco di cerbiatti - appartenente a uno dei protagonisti.
Candidato danese alle nomination all’Oscar, il film di Susanne Bier, che ha avuto un grande successo in patria, è per molti versi interessante e si fa ricordare per le scelte stilistiche originali. Viene da dire fin troppo originali, visto che lasciano chiaramente trasparire lo sforzo di creare una sorta di marchio registico. I primi piani sugli occhi degli attori, su parti del volto, sulle mani che si contraggono nei momenti di alta emotività, sono frequentissimi e ad un certo punto se ne sente persino il peso eccessivo.

di Roberta Folatti


Un piccolo film - un racconto per immagini - che ha coinvolto emotivamente tutte le platee a cui è stato mostrato per la sua capacità di parlare di una vicenda assolutamente personale ma al tempo stesso universale, sentita, condivisa.
Un’ora sola ti vorrei, premiato a Locarno e al Torino Film Festival nel 2002, è uscito da qualche settimana anche in Dvd con allegato un libro, in cui la regista Alina Marazzi racconta l’origine del film e le varie fasi, tecniche ma anche emozionali, attraversate da quest’opera che, inizialmente, doveva restare in ambito familiare.

Le immagini su cui è basato il documentario infatti sono prese dai filmini amatoriali girati da Ulrico Hoepli, nonno di Alina, nel corso di diversi decenni. Sono tutte scene - viaggi, ricevimenti, giochi in giardino, figli che crescono – tratte dalla vita quotidiana della famiglia svizzera fondatrice della celebre casa editrice, specializzata in pubblicazioni scientifiche.

di Roberta Folatti

Un viaggio nella memoria a dipanare grovigli, a risanare un passato fino a quel momento rimosso, accantonato perchè troppo doloroso. Il terzo film di Roberto Andò è stato tacciato di eccessive ambizioni da una parte della critica, ma nel panorama mediocre del cinema italiano è da considerare un tentativo coraggioso. Malgrado qualche compiacimento letterario di troppo e un montaggio che sovrappone audacemente piani temporali col rischio di un surplus di stimoli, Viaggio segreto coinvolge per la sua capacità di rendere il percorso della memoria, con il flusso dei ricordi che torna, affacciandosi alla vita attuale attraverso flashback sempre più potenti. La storia è incentrata su Leo e Ale, fratello e sorella sopravvissuti a un evento traumatico che ha spezzato la loro infanzia e che li ha legati in un rapporto ai limiti della morbosità. Ma mentre Ale, modella aspirante attrice, sembra non ricordare quasi nulla, Leo, che è il maggiore, si è imposto il compito di proteggere la sorella da un possibile ritorno di quel passato minaccioso.

Sarà perchè nevica dall’inizio alla fine, sarà perchè la neve cade su Parigi, ma a me l’ultimo film di Alain Resnais è piaciuto, malgrado non sia perfettamente riuscito.
Un affastellarsi di personaggi che trascinano le proprie ingombranti solitudini, uno sguardo ironico su paure e nevrosi, una descrizione impietosa dell dissolvimento della passione, questo e molto altro è messo in scena in Cuori, tratto da un testo del famoso commediografo inglese Alan Ayckbourn. L’autore dell’adattamento e dei dialoghi Jean-Michel Ribes ha cercato di “francesizzare” l’atmosfera e il linguaggio tipicamente inglesi dell’originale, e chi c’è di più “francese” di Laura Morante, prediletta dai registi d’oltralpe oltre cha da Nanni Moretti, in questo film bellissima e insoddisfatta.


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