di Roberta Folatti


Un incontro tra mondi che si guardano con sospetto
Non è un documentario, non è una fiction, è un mix riuscito di entrambi i generi - forse qualcosa di nuovo nel panorama del cinema italiano – con uomini e donne reali che diventano i protagonisti di una storia avvincente e tenera. Vita vissuta, che ha sorpreso e catturato lo stesso regista.

di Betta Bertozzi


Per una settimana è stato il mio tiggì. Per sette giorni, ogni sera alle sette, mi sono seduta attenta sul mio divano, in attesa del verbo. Ho atteso il verbo mentre si sproloquiava, in un certo qual modo molto borghese, molto “abbiamo-sempre-fatto-le-vacanze-a-capri”, di politica internazionale. Ho atteso il verbo mentre le Meteorine (che non sono ragazze affette da quel brutto disagio per cui ti ritrovi aria in eccesso nella pancia, che non possiamo nominare in un telegiornale per bene, ma semplici “attrici” del meteo) ridacchiavano compiacenti su cirri, stratocumuli e temperature in rialzo. Ho atteso il verbo anche nell’abituale gesto di riassetto dei fogli che contraddistingue il finale del Tiggì di Fede. Ho così tanto atteso il verbo, che soltanto dopo una settimana di Tiggì 4 ho capito che stavo sbagliando: dovevo aspettare il nome.

di Roberta Folatti


Cia: la religione del sospetto

Un altro film di spie, questa volta dalla prospettiva opposta. Se “Le vite degli altri” si focalizzava sulla Stasi operante nella Germania dell’Est fino alla caduta del muro, The good shepherd racconta la Cia attraverso al figura di un suo gelido rappresentante che sacrifica vita, emozioni ed affetti al “bene” del suo paese, gli Stati Uniti. Che cosa corrisponda davvero a questo “bene” è ciò che si domanda Robert De Niro, che ha deciso di concretizzare la sceneggiatura di Eric Roth da molti considerata irrealizzabile: troppo costosa e intricata.

di Betta Bertozzi

“Ci sono due bambini che mi sono rimasti nel cuore: Tommaso di Parma e Samuele di Cogne. (...) Ma quando sono diventati angioletti, si sono incontrati in Paradiso e si saranno chiesti: non era meglio che non nascevamo?". Questo è un Paese così. Ci raduniamo, il sabato sera, per sentirci fare una telepredica. Che male c’è? Gli americani lo fanno da anni, magari questo è il progresso. Confesso, ho fatto zapping, sabato sera. Non ho seguito solo Apocalypse Now, spettacolo ideato da Diego Cugia cucito addosso a Gianfranco Funari. Ho fatto zapping perché non sopporto che si ridicolizzino gli anziani, e Funari, il Funari telepredicatore portato in trionfo su un trono, al centro della scena, con un silenzio apocalittico da grande attesa (i responsabili del programma, seduti in prima fila, non confesseranno mai che si stavano chiedendo se dalla bocca di Funari sarebbero uscite le parole previste da copione), il Funari commosso, che dice che questo è un Paese dove anche i giovani possono sperare in un futuro migliore se a lui è stata data la possibilità di tornare in televisione dopo 11 anni, quel Funari lì era un vecchio più ridicolo del solito. Fabio De Luigi era il romagnolo pellegrino che si ritrova per caso in una balera mal frequentata, dove in mancanza d’altro deve dialogare con una non meglio identificata straniera.

di Roberta Folatti

Un’Italia in chiaro-scuro Sono passati quasi cinquant’anni da quando Joris Ivens, documentarista olandese fra i più stimati al mondo, realizzò “L’Italia non è un paese povero” in cui raccontava arretratezze e potenzialità di uno stato alle soglie del boom economico ma con sacche di miseria impressionanti, soprattutto nelle regioni del sud.


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